Ci sono testi che non nascono per durare, e proprio per questo restano. Il poemetto di Pietro Becattini arriva da lì: da un librettino Salani da pochi centesimi, stampato per circolare nelle mani che lavoravano la terra, nelle fiere, nelle cucine annerite dal fumo. Un oggetto leggero, quasi effimero, che oggi ci parla con una forza inattesa. La sua voce è ruvida, diretta, senza protezioni: un contadino che guarda il proprio tempo e ne registra le crepe morali come si annoterebbe una stagione storta, una vendemmia mancata, un raccolto che non torna.
Dentro queste ottave si muove un’Italia popolare di fine Ottocento, attraversata da un senso di disordine che non è ancora storico, ma quotidiano. La bestemmia, il lavoro nei giorni di festa, la perdita del digiuno, la leggerezza dei giovani, la vanità delle donne: Becattini non costruisce un trattato, elenca sintomi. Li osserva uno per uno, come si osservano i segni di un campo che si sta impoverendo. E la sua lingua — un italiano regionale, pieno di forme vive, di oscillazioni, di fiati — non è un inciampo: è la prova che la poesia, per lui, era un gesto comunitario, un modo per dire “attenzione, qualcosa si sta rompendo”.
Dal punto di vista filologico, il testo conserva tutte le irregolarità delle stampe popolari: grafie instabili, rime che a volte si allentano, punteggiatura che segue il ritmo del parlato più che la norma. Ma è proprio in questa imperfezione che si sente la sua autenticità. Non c’è artificio, non c’è posa. C’è un uomo che prende la parola perché sente che il mondo intorno a lui sta cambiando troppo in fretta, e la sua comunità rischia di non accorgersene.
E poi c’è la terra, sempre sullo sfondo, sempre ferita. Le piante scolorite, l’olio perso, la vendemmia rovinata: immagini che non servono solo a sostenere il discorso morale, ma che raccontano un rapporto diretto con il paesaggio, con la sua fragilità. È come se Becattini dicesse che la corruzione dei costumi non è un fatto astratto: è un movimento che attraversa anche le cose, i campi, le stagioni. Una crepa morale che diventa crepa materiale.
Rileggere oggi questo poemetto significa ascoltare una voce che non appartiene alla letteratura ufficiale, ma alla memoria profonda delle comunità rurali. Una voce che non cerca consolazione, ma lucidità. E che, proprio per questo, continua a parlarci: non come un reperto, ma come un gesto ancora vivo, capace di interrogare il nostro modo di stare al mondo.
COME SI VIVE AL GIORNO D’OGGI
di Pietro Becattini, contadino illetterato

1.
Se mi fa grazia la celeste Corte,
Io voglio dar principio a un argomento
Di tremendo gastigo, e così forte
Che metterà i Viventi in pentimento!
Vedo le piante scolorite e smorte,
E sento i contadini in gran lamento…
Gli è perso l’olio, e persa è la vendemmia
Per cagione dell’orrida bestemmia.
2.
Empj bestemmiatori, chi v’insegna
A bestemmiar quel Dio che vi ha creato?
Del Demonio prendeste la consegna,
Che sta giù nell’abisso incatenato.
Iddio, di giorno in giorno più si sdegna
Vedendo il suo Vicario maltrattato…
O Roma, o Roma, quel che sei ridutta!…
L’empia Gerusalemme fu distrutta.
3.
Un tempo si partì la Francia tutta,
Che Costantino in Roma era assediato…
Ora la Religione è già distrutta,
Anche il Papa è tanto disprezzato…
La vigna del Vangelo più non frutta,
Perchè l’uomo è indurito nel peccato…
La Quaresima è fatta un Carnevale,
Con teatri e con suoni per ballare.
4.
Qui non si parla mai di digiunare…
Il tempo degli eretici è venuto;
E chi vuol far del ben, e l’ha a pagare…
Le processioni pagano un tributo.
Sei giorni ci dà Iddio per lavorare,
Uno solo per sè ne ha ritenuto…
E noi cristiani si è messa l’usanza,
Chi lavora e chi giuoca con baldanza.
5.
Del vino era tornata l’abbondanza…
Per lavorar di festa si è perduto;
Si sente dappertutto gran lagnanza,
La pace più non regna, io l’ho veduto.
Chi canzona, chi ride, e tien baldanza…
Parlo perchè nessun se n’è avveduto;
E senz’inchiostro è scritta la sentenza,
Che il peccato conduce a penitenza.
6.
Si addebita ai Pianeti l’influenza
De’ mali nostri; parlo in poesia…
Si vorrebbe campar di prepotenza,
Mentre si offende il Figlio di Maria!
Nelle vigilie non c’è differenza,
Chi puole, fa di grasso, e tira via…
Doman te n’avvedrai! dicea quel Prete,
Che con l’olio spargea, come sapete…
7.
Io parlo per voi ricchi, se intendete…
Ora che il pesce vi farebbe male,
E le vostre dispense le vedrete
Insiem con l’Epulone a lacrimare!
S’io faccio sbaglio mi perdonerete,
La verità la non si può celare…
E cosa giova avere il corpo grasso,
E poi dovere star con Satanasso?
8.
I giovani bestemmian per ispasso,
Per impostura e per divertimento…
Tremerebbe chi avesse il cuor di sasso,
Bestemmian la Madonna e il Sacramento.
I Barrocciai camminan passo passo,
E bestemmiano il Papa ogni momento…
A Dio danno di ladro e di assassino,
E a Sant’Antonio dàn di sbarazzino.
9.
Se passa qualche Frate o Cappuccino
Per le città, paesi e la campagna,
Gli dicon: — Birbaccione o malandrino,
Maledetto chi il pane ti guadagna!
E se cercan del grano ovver del vino,
Con forza carcerato si accompagna…
A me s’agghiaccia il sangue nelle vene,
Perchè il Signor non ci darà mai bene.
10.
La bella castità sospira e geme
Nel mezzo al mondo impudico e scorretto,
E il giglio verginale a Dio ben preme;
A Sodoma e Gomorra io vi ci aspetto!
Le donne con il canto di sirene
Allettan l’ammogliato e il giovinetto…
E tanta gioventù che cresce e viene
Si avvezza trista ed a non far mai bene.
11.
Questa gentaccia degna di catene
È peggio di chi adora Maometto…
Con chiome finte e pettinate bene,
Strinte in cintur perchè gli gonfi il petto!
E con le ossa ancor delle balene
Ben bene s’addrizzano il corpetto…
E poi vengono in Chiesa con le corna
Per offendere Iddio e la Madonna.
12.
La povera innocenza, Iddio non voglia,
Si trova con Giuseppe nell’Egitto,
Dove tentato fu da quella donna,
Per sazìar l’appetito iniquo e tristo.
Per il peccato della prima donna,
Volle morire in Croce Gesù Cristo…
E quella donna che tradì Sansone
Fece cader Davìdde e Salomone.
13.
Fece cader San Pietro il gran campione,
Per una serva rinnegò il Maestro…
Siete seguace di quel malfattore?
Rispose Pietro: — Io non lo conosco!
Tenete a mente ben, caro lettore,
Perchè il peccato gli è un gran brutto mostro,
E vi scrivo il peccato in poesia:
Produce peste, guerra e carestia!
14.
Per grazia del Figliuolo di Maria,
Io voglio seguitar quest’argomento…
Perdonerete l’ignoranza mia,
Se questa storia non ha sentimento.
Non ho studiato la mitologia,
E per questo son privo di talento…
Non ho studiato il Tasso e l’Alfabeto,
Son Pietro Becattini di Meleto.
15.
Non arrossisco in pubblico o in segreto,
Perchè la verità va sempre avanti…
Tanto nell’alto come al basso ceto,
Siamo fatti una massa di briganti.
L’ignoto poi non vuol restare addietro,
E l’istruito corre sempre avanti…
Pure che il male vada sempre in pari
Tanto nei preti, frati e secolari!
16.
Se un si muta costume, amici cari,
Iddio coi peccatori si è sdegnato…
Se non si mette le partite in pari,
Sta forse altro gastigo preparato.
I fumi son sortiti dei canali,
Ogni argine, ogni ponte è rovinato;
Il Vesuvio con le sue bocche di fuoco
Distrugge case e campi, appoco appoco.
17.
Con Dio un si scherza nè punto nè poco,
E voglio terminare l’argomento…
Se l’innocenza un si porta in ogni loco,
Si daran l’un coll’altro gran tormento.
Se ci si pente, il Dio perdona un poco
E andremo tutti all’eterno contento!…
O giovani, teniamolo a memoria;
Ed io finisco questa nuova storia!



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