LENTOPEDE

TRADIZIONE SENZA FRETTA

Sergio, i poeti e i diari di San Gersolè

Un'illustrazione colorata in stile vintage mostra un gruppo di sette bambini che camminano di spalle lungo un sentiero di campagna verso una piccola scuola rurale. I bambini indossano abiti scolastici tradizionali e portano cartelle. Sullo sfondo si vedono colline coltivate, una chiesa e un contadino che ara un campo con i buoi.

In Breve

Nei diari di San Gersolè i bambini raccontano la vita contadina toscana con voce autentica. Tra loro, Sergio Marzi narra una camminata notturna verso Grassina per ascoltare i poeti improvvisatori in ottava rima, restituendo un mondo semplice, vivo e ormai scomparso.

8–11 minuti

I diari di San Gersolè

I diari di San Gersolè sono uno di quei libri che non somigliano a nessun altro. Pubblicati nel 1949 dalla piccola casa editrice Il Libro, portano sulla pagina la voce diretta dei bambini della scuola rurale di San Gersolè, una manciata di stanze sulle colline dell’Impruneta dove la maestra Maria Maltoni costruì, senza proclami, un modo di fare scuola che ancora oggi sorprende. Non una scuola che impone, ma una scuola che ascolta; non una scuola che detta, ma una che invita a osservare e raccontare. È da questa pratica quotidiana di sguardi e parole che nacquero i diari e i disegni che compongono il volume.

La Maltoni, arrivata a San Gersolè nel 1920, trovò una comunità contadina ancora scandita dalle stagioni, dai lavori dei campi, dagli odori della terra e delle stalle, dalle piccole consuetudini domestiche. Fece di tutto questo materia di scuola: chiedeva ai bambini di osservare ciò che vedevano e di raccontarlo come meglio sapevano, con parole proprie, senza abbellimenti e senza modelli letterari da imitare. Il risultato fu un insieme di scritture vive, schiette, a volte spiazzanti, accompagnate da disegni che conservano un’immediatezza quasi primitiva. Attraverso quei quaderni si vede l’infanzia non come una categoria astratta, ma come una presenza concreta, immersa fino al collo in un mondo rurale che stava cambiando per sempre.
Quando nel 1949 alcuni di quei disegni furono esposti a Firenze, il pubblico rimase incantato: vedeva nei lavori dei bambini qualcosa che sfuggiva alle regole accademiche e che pure parlava con autenticità rara. Oriana Fallaci, ancora giovanissima, dedicò un articolo a questo “miracolo” che veniva da una scuola di campagna. Era chiaro che la voce dei bambini, restituita così com’era, aveva una forza che né la retorica né la pedagogia ufficiale riuscivano a eguagliare.
Dieci anni più tardi, nel 1959, Einaudi pubblicò i Quaderni di San Gersolè, arricchiti dalla prefazione di Italo Calvino, che colse immediatamente il valore narrativo e umano di quel materiale. Ma il nucleo originario, la prima scintilla, rimane nei diari del 1949.

I poeti

Tra quelle pagine, una in particolare è rimasta nel cuore di Lentopede: lo scritto di Sergio Marzi, uno dei bambini della classe. Il suo racconto non parla solo della campagna, né del lavoro dei grandi. Racconta qualcosa di più prezioso: la capacità dei bambini di entrare nella vita culturale del loro territorio con curiosità e naturalezza.

I Diari di San Gersolè, costituiscono una testimonianza “dell’incontro con la scuola, e con la scrittura, di alcune generazioni di giovani contadini toscani che, per la prima volta nella storia delle loro famiglie, seguivano un corso regolare di studi elementari, in un contesto che, per altri versi, appariva sostanzialmente immobile entro gli antichi equilibri della mezzadria classica. 

Maria Maltoni arrivò a San Gersolé all’inizio dell’anno scolastico 1920 e vi sarebbe rimasta fino a quando fu collocata in pensione nel 1956. […] A San Gersolé essa diede vita a un’esperienza didattica che, fino agli anni Sessanta, godette, in Italia ma anche all’estero, di una considerevole notorietà, di cui sono testimonianza le numerose pubblicazioni realizzate con i materiali dei ragazzi, la più nota delle quali è certamente quella dell’editore Einaudi, del 1959, introdotta da Italo Calvino. […]. 

“Nei loro diari , scritto o disegnati – osserva Calvino – Maria Maltoni abituava i suoi scolari a raccontare ogni minimo fatto della vita campestre, familiare e paesana di loro esperienza giornaliera; i componimenti avevano per tema “le bisce” o “le fragole” e i bambini dovevano andare per i campi a cercare il loro modello e poi disegnarlo e descriverlo, non nei freddi temi dei libri di testo ma con le loro parole di tutti i giorni” 1


Sergio scrive di una sera in cui lui, il padre, lo zio e alcuni amici partirono a piedi verso Grassina, nel comune di Bagno a Ripoli. Camminarono nel buio della campagna, tra un sentiero e un fosso, inseguendo le voci di un gruppo di poeti improvvisatori che si sarebbero esibiti in ottava rima. Per lui era un avvenimento straordinario: i versi improvvisati, i cantori che si rispondevano in rima, la comunità raccolta ad ascoltare, la magia di ritrovarsi tutti insieme sotto un cielo d’estate.
Il piccolo Sergio osservava tutto: le ombre allungate delle lanterne, la fatica del cammino, le voci che si accendevano man mano che ci si avvicinava al paese, il cerchio degli spettatori che si stringeva attorno ai poeti. E soprattutto ascoltava, con una serietà che oggi stupisce, quella forma di poesia orale che apparteneva alla tradizione contadina toscana e che lui, grazie alla scuola della Maltoni, sapeva riconoscere come un pezzo importante del suo mondo.

Il racconto di Sergio restituisce un’immagine limpida di ciò che erano i diari: non esercizi scolastici, ma la prova che la vita dei bambini non è mai separata dal mondo degli adulti, e che scrivere della realtà aiuta a metterla a fuoco. In una notte d’altri tempi, un bambino cammina a piedi per ascoltare poeti improvvisare endecasillabi: nella sua voce c’è tutta la forza della cultura popolare e tutta la spontaneità dell’infanzia.

I diari di San Gersolè continuano a parlare perché non cercano di rappresentare un’infanzia ideale. Raccontano invece un mondo concreto, fatto di fatiche, paure, scoperte, gioie minime, e lo fanno con parole che non hanno perso il loro vigore. Oggi che quel mondo contadino non esiste più, i diari ci aiutano a capire come la scrittura infantile possa diventare uno strumento per leggere i mutamenti della società. Non un semplice esercizio scolastico, ma una lente capace di restituire trasformazioni profonde: il passaggio da una civiltà agricola a una più moderna, l’arrivo di nuovi ritmi di vita, la fine della mezzadria, la nascita dei pendolarismi. È anche di questo che parlano quei quaderni, senza che i bambini ne fossero consapevoli.

I diari di San Gersolè restano un documento unico: un libro scritto dai bambini che, senza saperlo, hanno raccontato la fine di un mondo e l’inizio di un altro. Nel farlo, hanno lasciato un dono raro, ancora oggi vivo, che Lentopede sente il bisogno di custodire e di raccontare.

Quattro bambini camminano al tramonto lungo un sentiero di campagna verso un borgo illuminato; ai lati, fogli di quaderni con semplici disegni infantili.
Bambini in cammino verso un borgo toscano al tramonto, tra ricordi di quaderni scolastici e paesaggi rurali.

Il tema di Sergio

I POETI 

Ieri l’altro sera, che era sabato, il mio babbo disse a mezzogiorno:  «Laggiù c’è un manifesto alle case, e c’è scritto che stasera a Grassina c’è i poeti, mi garberebbe andare a vedergli ma non so chi c’è a cantare, bisognerebbe che qualcuno andasse a vedere chi c’è, vai Sergio, vai a vedere che cosa c’è scritto.».
Io ero tutto contento perché io a sentire i poeti mi diverto. Arrivai laggiù e vidi che c’era il Pisano e il Livornese e si chiamano Neri il Livornese e Cai il Pisano e se si andava ero contentissimo perché loro due sono i campioni toscani sicché volevo sentire come cantavano. 
Il mio babbo disse: «Se non c’entra nulla di nuovo si va a sentire un poco come cantano.» 
Io venni a scuola contento, quando tornai da scuola trovai il mio zio che mi disse: «Vai a chiamare il babbo, gli è tardi, cominciano alle nove, ma ha da governare i bovi, poi ci ha da cambiarsi, vai vai a chiamarlo.» 
Io andai, ma quando arrivai laggiù il mio babbo mi disse: «Ma che sei pazzo: vengo via ora, non è nemmeno le sei!» Io non me l’aspettavo quella risposta sicché mi toccò stare zitto e venire a casa. Io stavo lì nel canto del fuoco, dopo una mezz’oretta tornò il mio babbo, sicché io lo aiutai e quando si finì di mangiare si andò via. 
Si chiamò Rigo del Piccardi, il mio babbo aveva fissato con lui di andare. Era buio e io avrò inciampicato una diecina di volte. Quando si arrivò per l’erta dei mori io sentii un gridio laggiù verso il Fibbi e domandai che cos’era; Rigo disse che era un uccellaccio notturno. 
Io mi misi a camminare al fianco del mio babbo, ma laggiù sotto i Fibbi io ebbi paura davvero, perché camminavo vicino alla macchia e tutto a un tratto sento uno schiamazzo e il verso della civetta, e mi passò d’accanto. Io andai subito nel mezzo al mio babbo e a Rigo e loro cominciarono a ridere: «O che si ha paura della civetta?»  — Ma che sapevo che era la civetta io? —
E quella civetta ci seguì fino a Montauto sempre vicino alla macchia, poi la sentì il chiù e disse Rigo che andò a fare all’amore col chiù laggiù nel marrone. Io cominciai a ridere, intanto mi vidi davanti un canone bianco che mi guardava. «O che capitano tutte a me stasera? Ho sentito la civetta, ora mi son ritrovato di faccia a un cane.» E mi misi a correre; anche quegli uomini andavano svelti. 
Quando si arrivò a Grassina si andò subito alla casa del popolo. Chi correva in qua, chi in là, insomma un tafferuglio da non si dire; si vide che era arrivato un poeta solo, il Pisano, e disse che il Livornese era malato e non poteva venire. 
Allora cantò il Checcucci di Grassina, ma col Pisano non ce la poteva; presero i seguenti temi: i cacciatori, la donna bionda e la donna mora, Firenze e Pisa, la lepre e il cacciatore; e poi fecero il ringraziamento al pubblico. E così si venne via a mezzanotte e mezzo. 
In piazza di Grassina presi la bicicletta di Dino, montai su e via e pedalavo, pedalavo fitto fitto con gli occhi che mi si chiudevano, ma se non mi ripigliavo cascavo perché trovai nel mezzo della strada un sasso e lo saltai e la bicicletta mi fece un sobbalzo e pareva che si fosse rotto lo sterzo, ma fortunatamente non si ruppe nulla; facevo una ventina di metri, poi mi fermavo ad aspettare. Quando il mio babbo, Rigo e Dino erano vicini riprendevo la volata e così feci fino alla cabina, poi non ce la feci più sicché scesi e mi toccò andare a piedi fino a casa. Andai a letto e mi addormentai subito subito perché avevo sonno che non mi reggevo ritto.2 

Note

  1. Gian Bruno Ravenni, I diari di San Gersolèla scrittura infantile e i mutamenti del mondo contadino toscano (1930-50, in, Scritture bambine, a cura di Quinto Antonelli e Egle Becchi, Laterza, 1995
  2. Maria Maltoni, I diari di San Gersolè, Il Libro, Firenze, 1949 p. 26

Sitografia

(tutti i link consultati il 14 marzo 2026)

Bibliografia

  • Maria Maltoni, I diari di San Gersolè, Il Libro, Firenze, 1949.
  • Maria Maltoni (a cura di), I quaderni di San Gersolè, Einaudi, Torino, 1959.
  • Italo Calvino, Prefazione a I quaderni di San Gersolè, Einaudi, 1959.
  • Gian Bruno Ravenni, I diari di San Gersolè: la scrittura infantile e i mutamenti del mondo contadino toscano (1930‑50), in Scritture bambine, a cura di Quinto Antonelli e Egle Becchi, Laterza, 1995.

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

© Marco (Lentopede) Betti 2026