LENTOPEDE

TRADIZIONE SENZA FRETTA

Una Passione in versi

Illustrazione in stile classico e monocromatico che raffigura Gesù mentre trasporta la croce, seguito da due donne dolenti. Sulla sinistra compare il titolo "UNA PASSIONE IN VERSI - POESIA POPOLARE E DEVOZIONE CONDIVISA".

In Breve

Un piccolo libretto ottocentesco racconta la Passione di Cristo in ottava rima, parlando direttamente al popolo. Tra dolore, silenzio e compassione, la poesia diventa racconto condiviso, memoria collettiva e strumento di devozione quotidiana.

10–15 minuti

Poesia popolare, devozione e racconto condiviso 

Il poemetto Passione e morte di Nostro Signor Gesù Cristo, di Lorenzo Lucaetti e stampato a Firenze nel 1892 dalla Tipografia Adriano Salani, appartiene a una vasta produzione di libretti devozionali popolari oggi poco frequentata, ma che per lungo tempo ha avuto un ruolo centrale nella vita religiosa quotidiana di molte comunità italiane. 

Si tratta di pubblicazioni di piccolo formato, economiche, pensate per circolare facilmente: testi da leggere in casa, da ascoltare in gruppo, da portare con sé nei tempi forti dell’anno liturgico. Libretti “poveri” dal punto di vista materiale, ma ricchissimi sul piano culturale, dove poesia, catechesi e pratica religiosa si intrecciano senza soluzione di continuità. 

Questo poemetto nasce chiaramente con uno scopo preciso: raccontare la Passione di Cristo in una forma accessibile, capace di parlare a un pubblico non colto, ma profondamente coinvolto. La lingua è semplice, talvolta arcaica, spesso vicina all’uso parlato; lo stile è diretto, emotivo, partecipe. Fin dall’inizio l’autore si rivolge esplicitamente al suo destinatario, il “popolo”, chiarendo che il racconto non è pensato per pochi, ma per molti. 

L’ottava rima: una forma antica per raccontare il sacro 

Uno degli elementi più significativi del poemetto è la scelta dell’ottava rima come metro esclusivo. Tutta la narrazione è costruita attraverso strofe di otto endecasillabi con schema rimico ABABABCC, una delle forme più riconoscibili e longeve della tradizione poetica italiana. 

Non si tratta di una scelta casuale. Per secoli l’ottava rima è stata il metro privilegiato del racconto in versi: dai cantari cavallereschi alle storie sacre, dalle cronache popolari ai poemetti morali. Nei librettini Salani, e più in generale nella produzione devozionale a stampa, l’ottava rima svolge una funzione molto concreta: 

  • sostiene una narrazione lunga e continua 
  • scandisce il racconto in episodi facilmente riconoscibili 
  • favorisce la lettura ad alta voce e la memorizzazione 

In questo contesto, l’ottava non è solo una forma poetica, ma un vero e proprio dispositivo narrativo popolare: accompagna il lettore-ascoltatore, lo guida passo dopo passo, lo aiuta a seguire e interiorizzare la storia. 

Raccontare la Passione al popolo 

Il poemetto si apre con una dichiarazione di intenti molto chiara: 

Io ti voglio far nota, o popol mio, 
La storia del Signor sacrata e pura, 
Che per noi si nomò figlio di Dio. 
Sulla terra scendea con tanta cura, 
Acciò dell’uman genere il desìo 
Si rivolgesse a quella santa fede, 
Che l’uom bennato osserva, adora e crede.

L’apostrofe iniziale stabilisce subito il tono e la destinazione del testo. Non siamo di fronte a un esercizio letterario, ma a un racconto che vuole essere trasmesso, condiviso, ricordato. La Passione di Cristo viene narrata insistendo sugli aspetti più concreti e patetici: il dolore fisico, il silenzio di Gesù, la sofferenza di Maria, il tradimento, il rinnegamento, il pentimento. 

Il Cristo che emerge da queste ottave è profondamente umano: soffre, tace, accetta. Il suo dolore non è astratto, ma corporeo, vicino, riconoscibile. È un modello di sofferenza accettata e redentiva, nel quale il lettore può ritrovare e reinterpretare le proprie fatiche quotidiane. 

L’ottava come unità narrativa 

Una delle caratteristiche più efficaci dell’ottava rima è la sua struttura interna. Ogni strofa costituisce un’unità di senso compiuta: i primi sei versi sviluppano l’azione, mentre il distico finale chiude l’episodio con una sentenza, un commento o un accento emotivo. 

Questo meccanismo è evidente, ad esempio, nell’episodio del rinnegamento di Pietro: 

Rispose il Redentor con dir verace: 
Pietro, se a mattutino arriverai, 
Vedrai quanto il tuo detto fu fallace, 
Quando il canto del gallo sentirai. 
Dicesti che nessun quivi è capace 
Di tradimento, e tu mi negherai 
Tre volte pria che giunga il nuovo giorno, 
E tardi ti avvedrai del fatto scorno.

In una sola ottava il lettore assiste all’annuncio, alla profezia, all’anticipazione dell’errore e al suo esito morale. L’evento non viene solo raccontato, ma anche interpretato, spiegato, reso memorabile. 

Dolore, silenzio, compassione 

Particolarmente significativa è la rappresentazione della sofferenza di Cristo sotto la croce: 

Poi, per maggior vergogna e più dolore,  
Vien posto sotto il legno della croce;  
Soffre e non piange, no; non ha timore,  
Benchè in ogni sua parte ha duolo atroce.   
Sotto il pesante legno sente il core 
Lacerarsi ogni tratto; ed una voce  
Non manda di dolor, né di lamento,  
Perchè per salvar noi muore contento.  

Qui il linguaggio è volutamente concreto, quasi crudo. Il dolore è fisico, percepito nel corpo; il silenzio di Gesù diventa un valore esemplare. L’ottava consente di insistere sull’immagine, di riprenderla, di rafforzarla, fino a concentrarne il significato nel distico conclusivo. 

La funzione di queste strofe non è solo narrativa, ma anche emotiva e spirituale: suscitare compassione, favorire l’immedesimazione, offrire un modello di sopportazione del dolore. 

Religiosità popolare e fine Ottocento 

Stampato alla fine del XIX secolo, il poemetto riflette un momento storico in cui, nonostante i processi di modernizzazione e la crescente secolarizzazione dello Stato, la religiosità popolare rimaneva centrale nella vita quotidiana di ampie fasce della popolazione. 

I libretti Salani rispondevano a bisogni concreti: offrivano strumenti di devozione domestica, accompagnavano la Quaresima e la Settimana Santa, proponevano una visione del mondo in cui il dolore trovava senso alla luce della Passione di Cristo. In questo quadro, l’ottava rima funzionava come una mediazione culturale efficace, capace di unire poesia, fede e memoria collettiva. 

Un testo “minore”, una testimonianza preziosa 

Letto oggi, Passione e morte di Nostro Signor Gesù Cristo non è soltanto un testo devozionale, ma una testimonianza viva di cultura popolare. La scelta del metro, la forma del libretto, la lingua e il contenuto concorrono a costruire un racconto condiviso, destinato a essere letto, ascoltato e ricordato. 

È proprio nella sua apparente semplicità che risiede il valore di questo poemetto: un piccolo libro capace di trasformare una storia centrale dell’immaginario cristiano in un racconto comune, scandito dal ritmo regolare della poesia e accessibile a tutti. 

PASSIONE E MORTE DI GESÙ CRISTO  

di Lorenzo Lucaetti

Griglia di nove illustrazioni monocromatiche in stile classico che ritraggono le stazioni della Passione di Cristo, dall'agonia nell'orto alla sepoltura, rese con un tratto morbido a carboncino o matita.
La Via Crucis illustrata: dalla preghiera nel Getsemani alla deposizione nel sepolcro, un’opera che mette al centro l’emotività dei volti.

Colmo del genio che mi diè natura,  
Io ti voglio far nota, o popol mio,  
La storia del Signor sacrata e pura,  
Che per noi si nomò figlio di Dio.  
Sulla terra scendea con tanta cura,  
Acciò dell’ uman genere il desìo  
Si rivolgesse a quella santa fede,  
Che l’uom bennato osserva, adora e crede.  

Quando l’Eterno dalla sua gran sede  
Già col genere umano era sdegnato,  
Perchè ogni giorno lacerar si vede  
Da quei che di sua mano Egli ha creato,  
Conto di tali offese al mondo chiede,  
Perchè più non vuol essere straziato;  
Ma chi forte castigo ha preveduto,  
S’ incarna per pagare ogni tributo.   

Quando alla luce in terra fu venuto,  
Cercato era dal Re di Galilea;  
Di trucidarlo Erode è risoluto,  
Perchè perder corona si credea.  
Cristo, acciò l’uomo non fosse perduto,  
D’ andarsene in Egitto risolvea,  
E allontanarsi dai furori ardenti  
Di chi la strage fea degl’Innocenti.  

Ai voli dello studio alti e potenti  
Egli si alzò col suo divino zelo;  
Abbattè il male e riscattò le genti,  
Chiuse l’inferno e aprì le porte al cielo.  
Riflettiamoci noi, che siam viventi,  
A quel fior che troncato in sullo stelo  
Fu dall’ empia tirannide e sprezzato,  
Senza in nessun delitto aver fallato.  

Mille e mille prodigi avea operato,  
Per indur tutti a credere alla fede:  
Un lebbroso in un tratto ha risanato,  
Cangiata ha l’acqua in vino; poi gli chiede  
Per sua grazia la vita un cieco nato,  
E tosto il bel creato osserva e vede.  
Questo del divin Verbo è pregio e gloria,  
E ad onor suo lo registrò la Storia.  

Ma di quel tristo secolo la boria  
Fa sì che Cristo preso in odio viene:  
Ei col Vangelo, che tenea in memoria  
Ai detti del gran Dio sempre si attiene;  
E senza aver né lusso, né baldoria  
Scegliea da sé degli uomini dabbene,  
Che già convinti son d’ ogni suo detto,  
Nè saprebber mancargli di rispetto.  

Questo verbo incarnato benedetto  
Che prese l’alma in seno di Maria  
E si nutrì del suo materno affetto,  
Sol per nostra salvezza al Padre offria  
Di spargere il suo sangue, andar soggetto  
Ai mille insulti di una turba ria  
E fra i seguaci suoi, per più dolore,  
Vi si trova l’iniquo traditore.  

Questo è l’indegno Giuda che il Signore  
Avea venduto pria d’ andare a cena:  
Ma intanto in mezzo alla virtù e l’onore,  
Cristo alla mensa i suoi seguaci mena,  
E in mezzo all’ apostolico splendore  
Volle spiegarli la funesta scena,  
Dicendo: Fra di voi un vile ardito  
M’ha venduto alla turba e m’ha tradito.  

Giuda, sentito noto il suo partito,  
Disse con chiara voce: Non è vero  
Che qualcuno di noi si sia avvilito  
A tradirvi e non esservi sincero.  
Anche S. Pietro, avendo il caso udito,  
Si sentì del medesimo pensiero,  
E disse: Fra di noi core mendace  
Non v’è che turbi all’ Uomo Dio la pace.  

Rispose il Redentor con dir verace:  
Pietro, se a mattutino arriverai,  
Vedrai quanto il tuo detto fu fallace,  
Quando il canto del gallo sentirai.  
Dicesti che nessun quivi è capace  
Di tradimento, e tu mi negherai  
Tre volte pria che giunga il nuovo giorno,  
E tardi ti avvedrai del fatto scorno.  

Dodici siete che mi state attorno,  
E quello che con me porrà la mano  
Nel comun piatto in atto di soggiorno  
È il traditore, e non vi sembri strano.  
A quel pessimo Giuda ora ritorno,  
Che appena mosse il braccio il Signore,  
Anch’ ei lo mosse e ‘n modo acerbo duro  
Maestro, parea dir, vivi sicuro.  

Quando alla fine della cena fûro, 
Gesù tutto umiliato dir tu vedi  
All’ uno e l’altro apostolo: Mi curo  
In questa sera di lavarvi i piedi,  
E poi vado dell’Orto in luogo scuro.  
Ma badate che il sonno non vi predi.  
E quando gran rumore sentirete  
Preso sarò, ma non mi difendete.  

Giunto là del Getsemani alle quiete  
Ombre suda il suo sangue ogni momento,  
E intanto Giuda con maligna sete  
Si accinge ad allestire il tradimento.  
Giunge la turba, ma, come saprete,  
Nessun Cristo conosce, e Giuda attento  
Lo saluta e lo bacia in tale istante…  
La turba d’ arrestarlo era anelante.  

Ma ognuno fra i giudei resta mancante  
Di proprie forze e resta tramortito;  
Corre il Maestro dai suoi fidi ansante,  
Ed ognuno nel sonno era assopito.  
Li desta e con parlar tanto brillante  
Dice: A farvi coraggio ognun v’invito.  
Dopo tal dir la turba riacquistava  
Le forze e contro lui già si scagliava.  

Pietro allora la spada sguainava,  
Per difender a forza il Verbo umano,  
Ed un orecchio a Marco allor tagliava;  
Ma Cristo lo sanò di propria mano,  
E di riporre il ferro lo pregava;  
Mentre gli empi giudei con modo insano  
Percuotono il divino Redentore,  
Come tigre arrabbiate e senza core.  

Poi, per maggior vergogna e più dolore,  
Vien posto sotto il legno della croce;  
Soffre e non piange, no; non ha timore,  
Benchè in ogni sua parte ha duolo atroce.   
Sotto il pesante legno sente il core 
Lacerarsi ogni tratto; ed una voce  
Non manda di dolor, né di lamento,  
Perchè per salvar noi muore contento.  

Giunto alle cime del Calvario, spento  
Pareva ogni suo senso, abbandonato…  
Nel mezzo a quel terribile tormento  
Venne condotto in casa di Pilato,  
Acciò lui, come preside, al momento  
Pronunziasse sentenza all’incarnato  
Verbo, ch’è salvator di noi cristiani;  
Ma lui rispose: Io non vi metto mani.  

Così da questi manigoldi insani  
Veniva in casa d’Anna ricondotto;  
Ognun sovra di Lui pose le mani,  
Ed ei non si crollò, né fece motto:  
Quì nessuno di quei tristi inumani  
Di pronunziar la sua sentenza è dotto.  
Pietro, che in casa di Pilato resta,  
Anche lui lo rinnega e lo detesta!  

Perché una Serva nell’inganno desta  
Gli disse: Tu conosci Nazzareno?  
No, le rispose con la lingua lesta,  
Io non lo conoscei né più né meno.  
Tre volte questa frase disonesta  
Pronunziò: ma più ratto del baleno  
Si fè sentire a lui ‘l canto del gallo,  
E allor s’accorse del commesso fallo.  

Intanto in questo piccolo intervallo,  
Il Redentor con universal voce,  
Benchè mai non commesse verun fallo,  
Si condanna a morir sovra la croce,  
In mezzo a due ladron che han fatto il callo  
A commettere il mal che a tutti nuoce.  
Cristo ad una colonna fu legato,  
Perchè sia con più comodo sbeffato!  

Il legno di tre croci intanto è alzato…  
Per terminar la scena atra e funesta;  
Chi i chiodi, chi il martello ha preparato,  
E chi del buon Gesù strappa ogni vesta.   
Alfin, quando del tutto fu spogliato,  
La corona di spina sulla testa  
Posta gli venne, e si sentìa con gioia  
Gridar: Viva Barabba e Cristo muoia!  

Pietro i rimorsi del suo fallo ingoia,  
Ma uscito dalla casa di Pilato,  
Corre dal suo maestro, e pria che muoia  
Perdon gli chiede d’averlo oltraggiato.  
Dicendo: Io non credea recarti noia;  
Ma il tuo parlare avea dimenticato:  
E rinnegarti fui costretto assai,  
Perciò misericordia mi userai!  

Egli lo perdonò. Quivi vedrai  
Udienza: il Gesù Cristo senza lèna,  
Alzato sulla croce, ai caldi rai  
Del sol, che scalda ogni contusa vena.  
Tre donne il suon di dolorosi lai  
Mandano: Maria, Marta e Maddalena,  
E Maria più di tutte dolorava,  
Quande le piaghe al figlio rasciugava.  

Quì crocifisso l’Uomo-Dio restava…  
E terminata la crocifissione,  
L’ empio Giudeo, detto Longino, andava  
Là senza aver né senno, né ragione;  
E con riso di scherno lo insultava,  
Dicendogli: Se sei di Dio campione,  
Togli in un tratto, se tu puoi, la vita  
A me, che ti do l’ultima ferita.  

Così quest’ empia fiera inviperita  
Lo punge con la spada nel Costato,  
Ond’ è una goccia d’ acqua e sangue uscita,  
E l’iniquo da questa fu accecato.  
Quivi la turba barbara e accanita  
Un avello di pietra ha preparato,  
E Gesù Cristo, cinto da catene,  
Ben guardato da lor, là posto viene!  

Pensan fra sé le sanguinose iene  
Di farlo ben guardar da sentinelle,  
Acciò che di fuggir non abbia il bene;  
Ma l’Alto Eterno Dio con frasi belle:  
Sorga il mio figlio! disse, e le catene  
Restino infrante; e gli Angioli e le Stelle  
Festeggino colui che sulla terra  
Vinse col sangue suo l’umana guerra.  

A tai detti l’avello si disserra,  
E l’ uman Verbo, senza aver restìo,  
Parte dal turpe fango della terra  
E va alla destra dell’Eterno Dio.  
Spaventata restò la turba sgherra,  
E qui chiuso è l’inferno e il Ciel s’ aprìo!…  
Dunque, popolo mio, serba in memoria  
Ciò ch’ ho descritto in questa sacra storia. 

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