LENTOPEDE

TRADIZIONE SENZA FRETTA

Una tragedia d’amore

Illustrazione in bianco e nero di una scena urbana drammatica: una donna in lutto è sorretta da altre donne vicino al corpo di un bambino, mentre un uomo prende appunti e un altro si copre il volto con le mani.

In Breve

Il libretto Salani intreccia cronaca, poesia popolare e morale ottocentesca. Racconta una tragedia d’amore e un delitto efferato, trasformando i fatti in ammonimenti collettivi. È una finestra sulla cultura dell’onore, sulle emozioni pubbliche e sull’editoria popolare.

13–19 minuti

Come un libretto Salani ci insegna a leggere la cultura popolare

A prima vista è un oggetto fragile: poche pagine, carta povera, versi semplici. Eppure questo piccolo libretto Salani1 contiene molto più di una storia in rima. È una lente attraverso cui osservare un mondo: paure, valori, emozioni e regole morali dell’Italia di fine Ottocento. Pensato per costare poco, per circolare facilmente e soprattutto per essere letto ad alta voce, il libretto trasforma fatti di cronaca in racconti esemplari. La tragedia privata diventa ammonimento pubblico; il dolore individuale si fa lezione collettiva. Non siamo davanti a “letteratura minore”, ma a un vero dispositivo culturale, capace di educare, commuovere e disciplinare. Le pagine che seguono propongono una lettura che intreccia filologia, storia sociale e antropologia culturale, concentrandosi sui due componimenti che costituiscono il cuore del fascicolo: Una tragedia d’amore e Orribile assassinio di una ragazza tagliata in 35 pezzi.

Un testo fatto per la voce

Questi libretti non nascono per la lettura silenziosa e solitaria. Sono testi instabili, mobili, pensati per la voce. Nei versi convivono rime regolari e formule fisse con refusi, oscillazioni linguistiche, tracce evidenti del parlato. Non cercano la perfezione formale: cercano l’efficacia.

La struttura è chiaramente performativa. Le strofe sono autonome, le rime prevedibili, le ripetizioni frequenti: tutto è progettato per facilitare la memorizzazione e la recitazione. Anche ciò che sta intorno al testo — prezzi, collane, indicazioni tipografiche — racconta molto: siamo davanti a un prodotto editoriale di massa, destinato a un pubblico urbano, spesso semialfabetizzato, che ascolta prima ancora di leggere.

Da questo punto di vista, un’edizione “corretta” o normalizzata tradirebbe il senso dell’oggetto. Le varianti, le imperfezioni, le forme colloquiali non sono difetti: sono tracce preziose di pratiche orali e di un modo collettivo di fare esperienza del racconto.

L’Italia che ascolta: contesto storico e funzione sociale

Siamo nell’Italia postunitaria, in un’epoca di alfabetizzazione crescente e rapida urbanizzazione. I libretti popolari rispondono a un bisogno profondo: dare forma narrativa a emozioni forti — amore, paura, scandalo — e insieme fornire criteri di giudizio, norme di comportamento, confini morali.

Al centro di questi racconti troviamo un sistema simbolico ben riconoscibile: l’onore familiare, la vergogna, il controllo della sessualità femminile, il ruolo del fratello come custode morale. La violenza non è mai solo violenza: è rappresentata come un linguaggio sociale che pretende di ristabilire un ordine infranto.

Il dettaglio macabro, lo shock emotivo, l’insistenza sul corpo ferito o distrutto non sono gratuiti. Servono a imprimere la lezione nella memoria collettiva. Queste storie funzionano come exempla: racconti che colpiscono per insegnare.

Quando l’amore diventa scandalo

Una tragedia d’amore si presenta come una ballata narrativa dalla progressione chiara e implacabile: l’incontro, l’amore clandestino, la scoperta, la violenza, la morale finale. La voce narrante è esplicitamente didattica e si rivolge a giovani e genitori, chiamati a riconoscere i segnali del pericolo.

Il linguaggio mescola registri diversi. Accanto a invocazioni solenni e ammonimenti religiosi compaiono espressioni del parlato quotidiano. È una scelta strategica: il racconto deve essere compreso da tutti e deve colpire subito.

L’amore, quando esce dal controllo familiare, si trasforma in scandalo. La famiglia interviene come garante dell’ordine e l’esito tragico viene presentato come conseguenza inevitabile della perdita dell’onore. Il pubblico è spinto a identificarsi con la vittima, ma soprattutto a interiorizzare la norma proposta: certi confini non vanno oltrepassati.

Il macabro come lezione

Nel secondo componimento il registro cambia, ma la funzione resta invariata. Ci troviamo davanti a una sorta di cronaca nera in versi, in cui la precisione numerica e l’insistenza sui dettagli più crudi fissano l’accaduto nella memoria, rendendolo indelebile.

Il corpo smembrato della vittima è al tempo stesso oggetto di orrore e strumento narrativo. La descrizione anatomica spettacolarizza il crimine, mobilita la comunità e costruisce una scena pubblica della punizione. Testo, folla, polizia, tribunale e giustizia divina si susseguono come anelli di una stessa catena. Anche qui lo shock non è fine a se stesso. La crudeltà narrativa serve a rendere la punizione esemplare e a rafforzare il controllo sociale sui comportamenti ritenuti devianti. La paura diventa uno strumento pedagogico potente.

UNA TRAGEDIA D’AMORE

Avvenuta in Roma, in Via Napoleone III
Composizione di Cosimi Quintilio

Allegoria drammatica che intreccia morte, giustizia, religione e lotta sociale in una composizione ricca di simboli.

1.

Principierò questa fatal tragedia,
Di un tristo dramma al secolo fatale,
Che far ci si potrebbe una commedia
Per presentarla pure universale.
Ma l’accaduto più non si rimedia.
Udite, o giovanotti, quanto male,
E specialmente sull’età del fiore,
Quelli che si confondono in amore.

2.

Dentro la città più superiore,
Capitale d’Italia, antica Roma,
Prego ascoltarmi qualche genitore,
Come il giornale pria di me gli noma2.
Per non voler dar retta al più maggiore
Anche la vita stessa resta doma.
Così avvenne nei mesi passati
A questi due Romani innamorati.

3.

Fatti che altre volte si son dati,
E questo in Roma, in Via Napoleone,
Ritrovandosi questi due affezionati
Facendone all’amore con passione.
Essendo padre e madre accompagnati
E figli dentro la sua abitazione,
Un giovanotto avendo ed una figlia,
E così si formava la famiglia.

4.

La ragazza, si sa, bella e vermiglia,
Ines, come trovo fu chiamata:
Snella, ben fatta, da far meraviglia,
Ma però voleva farsi innamorata.
L’amore, vi dirò, con chi lo piglia,
Ma sempre che per lui non fosse nata,
Perché avvenne questa cosa trista
Per Lorenzo Segneri, farmacista.

5.

A me conviene sempre che resista
Per spiegare il fatto com’è andato.
Per dirvi, o gioventù, che si acquista
Facendo a modo suo sopra il Creato?
Come sappiamo bene che esista
Ines, la fanciulla che ho trattato,
Fatto ancora terribil di spavento
Quando avrete udito l’argomento.

6.

Fratello e padre non erano contento,
Ma lei occultamente amoreggiava.
Sempre con un medesmo sentimento
Il farmacista se la frequentava.
Senza nulla sapere vi presento
Un anno e forse più che seguitava.
Ma si scopre la tresca tanto ria
Per mezzo, si sa ben, d’una sua zia.

7.

Non sapendosi loro dove sia
L’abitazione di Lorenzo, amante
Di Ines, che con tanta simpatia
Un anno amoreggiarla fu bastante.
Sempre standole a dire: “Ti fo mia,
Sol che la morte mi può far mancante3.
Ormai siamo due cuori incatenati
E credo siamo forte innamorati.”

8.

Ma essendo dei mesi già passati
E nulla non vedendo risultare,
Loro, come si sa, si erano amati.
Questa ragazza lo mandò a chiamare
Dicendo: “Come son di noi trattati?
Dici che non mi vuoi abbandonare,
Eppure il tuo dovere tu lo sai,
Invece tu non ti risolvi mai.”

9.

“Mi è morta anche la madre, capirai.
Vedi, Lorenzo mio, che m’hai fatto.
Son caduta con te, non negherai,
Con piena libertà come ti tratto.
L’onore quanto costa lo saprai:
Io non voglio stimarti un mentecatto.”
Dicendo la ragazza dolcemente,
E l’amante le dice: “Non vo’ far niente.”

10.

Piuttosto la trattò da imprudente
E lei ripeté: “Dunque mi abbandoni?”
Sì, esclamando l’amante nuovamente:
“Di matrimonio non se ne ragioni.”
E così la lasciò tutta dolente
Nel sentire tal proposizioni.
Avendola l’amante abbandonata
Si fece con la zia confidata.

11.

Ed appena al fratello raccontata
Gli venne questa cosa dalla zia.
Bramò far la sorella rintracciata
E guardare l’amante dove sia.
Avendola per caso ritrovata
Mi dica un po’ che bell’amore sia
In braccio dell’amante traditore
Facendo alla famiglia disonore.

12.

“Che dovevo far dentro il mio cuore?”
Parlandone il fratello al Delegato4.
“Appena gli ho veduti con furore
Subito l’uno e l’altra ho ammazzato.
Siccome per più di un anno il vero fiore
Della sorella mia si è corteggiato,
Lei non doveva amarlo, sciagurata,
Ma neppur lui farla abbandonata.”

13.

“Io la descrivo come l’ho trovata,
Come parla il giornale, ossia il cronista.
La sorella al sicuro ebbi ammazzata
Sicuramente appena l’ebbi vista.
E dopo uccisa la sorella amata
Verso l’amante suo conviene insista.
Trovandosi abbracciati, caso strano,
Sopra una poltrona, presso il divano.”

14.

“Giunto che fui in casa nel mio piano
Dopo uccisa la sorella mia,
Col revolver sempre nella mano
Credo Lorenzo pure ucciso sia.
Ho almen ferito, e non il colpo invano,
Il tempo non l’avrò gettato via!”
E portato il ferito all’Ospedale
E lui racconta il caso del giornale.

15.

E interrogato vien del caso tale
Come lo trovo scritto senza inganni.
Parlando tutti il fatto, il bene e il male
Avendone l’età di ventott’anni.
Asciutto come trovo il personale
Ed essendone in letto fra gli affanni
Dicendo: “Ove conobbi l’amante mia?
Dal tempo che ne stavo in farmacia.”

16.

“Allora principiò la simpatia
Vedendo la ragazza che mi amava.
Dal giovanile amore ognun desìa
E lei corrispondeva, io seguitava.
Poi le muore la madre e in compagnia
Solo al padre e al fratello ne restava.
Ma contenti eran lor dei nostri amori
Però quand’erano in casa i genitori.”

17.

“Ma l’amante gli dice: ‘Stavo fuori
Quando mancava il padre od il fratello
Per non dare a coloro disonori.’
Così dice l’amante senza appello.
Ines bella al paragon dei fiori
Quante volte il medesimo fratello:
‘Non ti confonder più, sorella amata,
Mi avrai capito dopo consigliata.’”

18.

“Di più senza la madre sei restata.
Il fratello ogni giorno la consiglia:
‘Solo da me e il padre tuo osservata,
Ma noi non si può star sempre in famiglia.
Dunque, sorella mia, ti ho avvisata
Perché dopo l’onor non si ripiglia.
Che se ti trovo in mezzo all’amatore
Levo la vita a te e all’amatore!’”

19.

“Così se non ci avevo il genitore
Dice l’amante allora: ‘Io non ci andavo,
Quantunque avessi a lei il proprio amore
Quando il fratello e il padre suo mancava.
Come poteva avere un tal vigore
Mentre lei stessa me lo raccontava?
Io non mi sono mai approfittato
Ma in questo fatto qualche trama è stato.’”

20.

Parlò sempre l’amante, che ammalato
Trovandosi sempre, poveretto:
“Ma la ragazza, avendomi chiamato,
Andarla a ritrovare fui costretto.
Appena giunto là fui acclamato,
Dalla sua cameriera ebbi ricetto.
Il nome di colei, Maria Trimperi,
Morta per aver tanti dispiaceri.”

21.

“Mentre stavo parlando dei doveri
Dell’onestà presso la mia amante
Vedo entrare il fratello ad occhi neri
Dell’amore mio tutto tremante.
Giunto in salotto senza far misteri
Col revolver in mano nell’istante
Senza rumore vedesi apparire
Tali parole principando a dire.”

22.

“Sorella, te e lui devi morire!
Appena ci ha veduto in quel momento.
Non voglio il disonore più soffrire
Nella vita mia tale tormento.
Così, dice il fratello, è un trasgredire
A tutto il mio dato avvertimento.
Vedo che ladri dell’onore siete
Di una famiglia, e voi morir dovrete!”

23.

“Così verso di noi se non credete
Avanti di sparare andò vociando5.
Primo il fratello, come lo vedrete.
E subito il revolver impugnando
Di tutto feci, come ben saprete,
Potendomi da lui allontanando
E per potere l’amante mia salvare
Sentendola ancor lei raccomandare.”

24.

“O gioventù, via, se tu vuoi ascoltare
Non per saper quanto mi sono adoperato.
Sento dalla giovane esclamare
Subito che il revolver ha voltato.
Avanti che uccidesse ebbi a parlare:
‘Non uccidere,’ dicea, ‘non ho mancato!’
La sorella esclamava assai dolente:
‘Fratello, hai ucciso un innocente!’”

25.

Caduta lei a terra certamente
Contro l’amante suo che ne fuggiva.
Prima il fratello, non pensando a niente,
Il suo amoroso dopo lo feriva.
E la sorella uccisa veramente.
L’amante fu curato e lui guariva
Ma non gli fu la vita assicurata
Dopo l’operazione che si fu fatta.

26.

Trovandosi la palla penetrata
Dopo accaduta la tragica scena
Dalla parte sinistra gli era entrata.
Gliela levaron sotto dalla schiena.
E la ragazza venne ritrovata
Immersa nel sangue che faceva pena.
Ma sebbene cadavere ne sia
Ha sempre in volto la gran simpatia.

27.

La donna di servizio fuggì via
Appena principato l’accaduto.
E là, da ogni strada ne veniva
Il popolo di Roma risoluto.
E tutti per vedere quel che sia
E più le porte chiudere han dovuto.
Motivo della grande riunione
Ne impedivan fin l’abitazione.

28.

Poi l’autorità di guarnigione
Attorno del palazzo Benvenuto.
E poi per far la sua osservazione
Anche alla morta come son dovuto.
Dopo verificato in direzione
Gli ordini del trasporto fur venuti
Della fanciulla vittima restata
Per i diversi amor della giornata.

29.

Ti sia d’esempio, gioventù garbata,
Uomini e donne, tutte in generale.
Quando una parola s’è gettata
Fate l’amore, ma che sia reale.
Non che una parte o l’altra sia ingannata
Che non si può sapere in quanto male
Mancando la parola si cagiona
E a volte anche la vita non perdona.

ORRIBILE ASSASSINIO DI UNA RAGAZZA TAGLIATA IN 35 PEZZI

di Anonimo

Illustrazione vintage con la scritta “Dramma Popolare – Mistero a Parigi”: un gruppo di persone in strada assiste a una donna svenuta, mentre un uomo prende appunti e la città di Parigi si staglia sullo sfondo.
Copertina illustrata di un dramma popolare ambientato a Parigi, con una scena di forte tensione emotiva in una strada affollata

Musa, porgi al mio petto forza e lena,
Che tiri a fine una novella istoria,
Di un fatto che si conosce appena
Ma degno è di tenerlo a memoria.
Di un empio cuore che stretto in catena
Al Diavolo lo tiene e lo martora6,
A commettere un fatto empio ed orrendo
Che sospiro a parlar, tremo scrivendo.

Nella bella Parigi succedeva,
In Via Grenelle, come ho riscontrato,
Di una madre che sette figli aveva,
Che di Deci era il suo casato.
Nel casamento abitazion faceva
Altra famiglia Mannucci chiamato,
Composta sol di madre, padre e figlio,
Che autore è di ciò che a dire piglio.

Questa, fra sette figlie, una ne aveva,
Sol di quattro anni, che tanto era bella
Che tutte le bontà ne riteneva,
Vaga e gentil qual rilucente stella.
In Parigi, in un giorno che cadeva
Dirotta pioggia, questa bambinella
Partì dall’uscio di sua abitazione,
Salì le scale dell’empio fellone.

Costui l’afferra e, in camera portata,
Comincia fortemente a strangolarla,
Finché miseramente non rifiata
E con le dita venne a soffocarla.
Morta ne cade questa sventurata,
Corre nei materassi a rimpiattarla,
Dove tutta dormì l’intera notte
Sopra sue membra lacerate e rotte.

Torniamo ora alla madre sconsolata,
Che più non vede la sua amata figlia.
La chiama e cerca tutta scapigliata,
A chi riscontra a dimandar ne piglia.
Da nessuno notizia le vien data
E una visione tosto la consiglia.
Alla camera va dell’omicida,
Della figlia domanda, piange e grida.

Colui risponde e parla inalterato:
“Levatevi davanti e andate via.
A stare a letto mi trovo obbligato
Perché mi sento grave malattia.
Di ciò che voi mi avete dimandato
Io non so nulla!” esso rispondia.
Parte la donna sconsolata e trista
E va cercando un suo amico fumista.

Ed avendogli il fatto raccontato,
Lo prega sopra il tetto di montare,
Che il cammino ne venga sboccato
E attentamente ne debba osservare.
Trovandosi così tanto pregato
E costretto il suo dovere a fare,
Monta e, sboccando, sente: “Oh, cosa strana!”
Subito il sito della carne umana7.

Scende dal tetto e corre alla Questura
E gli racconta ciò che avea sentito.
Il Commissario di osservar procura
Da dove ne veniva questo sito.
Passa veloce dentro delle mura
Dove Luigi, tutto sbigottito,
Alla vista di loro un calcio tira
Sopra un pacco di carta, e poi sospira.

Invano tenta fuggir, che fu arrestato
Dal Commissario, e bene l’assicura.
Avendogli le mani incatenato
E vigilare il tutto ne procura.
Scoprendo il letto gli viene osservato
Vari pezzetti della creatura.
Stupiti ne restaron nell’istante
A vista sì terribile e straziante.

Dalla camera vanno alla cucina,
In un fornello avendone osservato,
Vedon che della povera bambina
Gli intestini a bruciar aveva gettato.
A quell’orrenda e ria carneficina
Restò Luigi quasi stupefatto.
Il Commissario disse: “A me direte
Degli altri avanzi ciò che fatto avete?”

Rispose: “Non ricordo…” e, a capo chino,
Si messe8 e altre parole non diceva.
Poi, pensando al mal fatto, l’assassino,
E che negare più non lo poteva,
Dentro un altro fornello, che vicino
A quell’altro più piccolo ne stava,
Scoprendo, alla sua vista gli s’appresta:
Della vittima cara era la testa.

Sopra un monte di legna che da poco
Aveva appositamente apparecchiato,
Posto aveva a bruciar sopra del fuoco
La testa di colei che aveva ammazzato.
Il quale ne prendeva scherzo e gioco,
Questo pessimo, iniquo e scellerato,
Che ribrezzo faceva alle persone…
Guardandola metteva compassione.

La bocca sua parea ch’avesse un riso,
Gli occhi aperti con forme sì leggiadre,
Pareva dir volesse: “Al Paradiso
Io me ne vado, oh affezionata madre!
Luigi è l’assassino che mi ha ucciso
Per saziare sue voglie infami e ladre!”
Così la sua sembianza dimostrava
Mentre sopra al fuoco ella bruciava.

Rimasero stupiti tutti quanti
A spettacolo sì atroce e miserando,
E dagli occhi cadean dirotti pianti.
Altri contro Luigi andean parlando.
Quindi la gente e il Commissario avanti
Per ogni nascondiglio andean frugando.
Dentro un secchio d’acqua hanno trovato
Altri pezzetti che vi avea gettato.

Fatta di nuovo l’interrogazione,
Il Commissario disse all’assassino:
“Uomo perverso, senza compassione,
Assai peggio di un orso o can mastino!
Gli interiori ove sono?” — In conclusione
Rispose: “Li ho gettati nel secchino.”
Così senza riguardo rispondeva
Su ciò che il Commissario richiedeva.

Ed avendolo in dosso riguardato
Per veder se altre cose gli rimane,
Dentro le proprie tasche hanno trovato
Della vittima morta le braccia e mane.
Alla carcere allora fu portato,
Il popolo dietro a lui, peggio d’un cane,
Tutto gridava allor con voce forte:
“Vivo bruciarlo, e a più straziante morte!”

La povera sua madre si voleva
Gettar sopra l’infame traditore…
Se il Commissario non la riteneva
Vivo sbranarlo e divorargli il cuore!
Certamente ragion la donna aveva,
Che reciso le avea così bel fiore…
La sua consolazione, la sua pace,
Considerate voi se le dispiace.

In un momento sparsa fu la voce
E dappertutto ne veniva parlato,
Di un fatto sì terribile ed atroce
Che tanta compassione ha risvegliato.
La notizia passò così veloce
Anche in Italia, qua nel nostro Stato,
Di una povera bimba sventurata
Che in trentacinque pezzi fu tagliata.

Speriamo ben che il giusto Tribunale
Saprà severamente condannarlo.
Sopra del grave suo commesso male
Da se stesso lo viene ad approvarlo.
E l’alta Onnipotenza Celestiale
Saprà nell’altra vita compensarlo,
Castigandolo come si conviene
Eternamente fra le acerbe pene.


  1. Chi volesse sfogliare il librettino può farlo a questo ↩︎
  2. Noma, nomina ↩︎
  3. Solo la morte mi potrà impedire di sposarti ↩︎
  4. Il delegato di ↩︎
  5. Vociando, urlando sguaiatamente ↩︎
  6. Martora, martirizza ↩︎
  7. Subito il sito della carne umana: l’odore (sito) di carne marcescente ↩︎
  8. messe, forma vernacolare toscana per “mise” ↩︎

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

© Marco (Lentopede) Betti 2026