LENTOPEDE

TRADIZIONE SENZA FRETTA

La Madonna del Conforto

In Breve

La Madonna del Conforto è simbolo profondo della devozione aretina: il 15 febbraio 1796 l’immagine annerita della Madonna di Provenzano divenne luminosa durante i terremoti, infondendo speranza. Il miracolo portò alla costruzione della cappella e a una tradizione ancora viva.

7–11 minuti

Il cuore della devozione aretina

Era un andare e venir continuo ed in folla, un ritornar di bel nuovo a bearsi di quella cara vista, a riesultar nella gioia dell’ottenuta salvezza , e quasi a prova d’assicurarsi che la letizia degli animi era finalmente realtà, non sogno d’immaginazione o inganno de’ sensi. E frattanto di Maria pensava ogni mente, per Maria batteva ogni cuore, a Maria inneggiava ogni lingua, ed in Maria levavasi d’ogni parte un cantico di benedizione all’Eterno pel consolante prodigio.
(La Madonna del conforto, discorso detto nella solenne ricorrenza del 15 febbraio 1870 da Gabriello Vegni, Tipografia Bellotti, Arezzo 1870)

La Madonna del Conforto è molto più di un simbolo religioso: è una presenza familiare, un punto fermo nella memoria collettiva e nella spiritualità della città di Arezzo. Ogni anno, il 15 febbraio, la città si stringe attorno alla sua Patrona speciale in una festa che unisce fede, storia e identità.

Un prodigio che nasce in una cantina

La tradizione racconta che, nel 1796, mentre una lunga serie di scosse di terremoto terrorizzava la popolazione, alcuni fedeli si ritrovarono a pregare davanti a una piccola immagine annerita della Madonna, murata su una parete dell’Ospizio della Grancia. Fu allora che avvenne il prodigio: l’immagine si fece luminosa e splendente, come se fosse stata appena realizzata. Le scosse cessarono e la notizia si diffuse rapidamente tra gli aretini, che riconobbero nell’evento un segno di protezione e speranza.

Quel gesto di fede semplice — una candela accesa, una preghiera sussurrata nel timore — divenne il seme di una devozione destinata a durare nei secoli.

Una devozione che attraversa il popolo

Il culto si diffuse con straordinaria rapidità e la Madonna del Conforto divenne presto un riferimento costante. La folla di pellegrini, la recita del rosario, le vie di Arezzo gremite nei giorni della festa sono elementi che ritroviamo anche nella composizione in ottava rima conservata nel tuo archivio aziendale (Madonna del conforto), dove si descrive con vividezza “il Duomo pieno, i borghi e ogni via” affollati da fedeli che vengono a rendere omaggio alla Vergine.

La poesia testimonia un sentimento popolare fortissimo, fatto di pellegrinaggi, bandiere, offerte, cori e atti di devozione individuale e comunitaria. Accanto alla dimensione spirituale si percepisce un profondo senso di appartenenza: la Madonna del Conforto non è vista solo come figura sacra, ma come custode della città e dei suoi abitanti.

La festa del 15 febbraio

Ancora oggi la celebrazione del 15 febbraio è una delle ricorrenze più sentite. Le celebrazioni si concentrano nella Cattedrale di Arezzo — dove l’immagine è custodita — e nelle sue strade circostanti. La città si illumina di candele e si anima di riti, processioni e preghiere comunitarie che ricordano il prodigio del 1796 e rinnovano il legame tra gli aretini e la loro protettrice.
È un giorno in cui si mescolano memoria e presente: i gesti antichi ripetuti da generazioni convivono con la modernità di una comunità che continua a riconoscere, in quella piccola immagine salvata dal fumo, una fonte di conforto nelle difficoltà.

Un patrimonio vivo

Oggi la Madonna del Conforto non è soltanto oggetto di venerazione religiosa, ma anche parte integrante del patrimonio culturale cittadino. La sua storia appare in poesie popolari, in documenti storici, in racconti di famiglia, e ancora oggi ispira produzioni artistiche e iniziative comunitarie. La sua forza non sta solo nel miracolo originario, ma nel modo in cui continua a unire le persone, a dare un senso di continuità, a parlare al cuore di chi cerca speranza.

rezzo è sempre stata una città molto legata alle proprie tradizioni; anche quelle religiose come la ricorrenza della Madonna del Conforto, protettrice (ma non patrona!) della città, che cade ogni anno il 15 febbraio. La devozione degli aretini verso l’immaginetta della Madonna di Provenzano che “si mutò da nera qual era in bianca, risplendente e bella”. Il fatto accadde il 15 febbraio 1796 nell’ospizio gestito dai monaci camaldolesi e che oggi ospita il convento delle monache domenicane.
La città di Arezzo nel carnevale di quell’anno fu battuta da violenti terremoti e da “lampi” come li definirono le cronache dell’epoca; oggi sappiamo che quei lampi altro non erano che luci telluriche cioè fenomeni simili alle aurore boreali che si verificano durante i terremoti. Gli aretini in preda all’ansia e all’incertezza sospesero le feste carnascialesche e cominciarono a raccomandarsi a Dio con preghiere, penitenze  e processioni. Nella cantina dello Spedale Camaldolese tre ciabattini Giuseppe Brandini, Antonio Scarpini e Antonio Tanti e l’ostessa Domitilla Bianchini accesero un lume all’immagine della madonna di Provenzano murata sopra la cucina. Questa immagine si narra che fosse lorda per i fumi e per i grassi sprigionati dalla cottura dei cibi ma che in quella occasione, mercé le preghiere dei tre fedeli, tornasse bianca e splendente come appena fatta e tale rimase così come la si può ancora vedere nella cattedrale di Arezzo. Qualcuno sostiene che la cantina fosse illuminata a giorno dall’evento miracoloso. Il vescovo dell’epoca Niccolò Marcacci istituì velocemente un processo diocesano per appurare i fatti e una volta stabilità la prodigiosità dell’evento ordinò il trasferimento dell’immagine nella cattedrale dove il popolo eresse una cappella che oggi è il santuario mariano di tutta la diocesi di Arezzo. Il capitolo di San Pietro concesse di incoronare la madonna del conforto; quello dell’incoronazione era un privilegio concesso alle immagini particolarmente importanti e venerate; l’incoronazione avvenne il 15 agosto 1814.
Il poeta popolare Giovanni Fantoni (1828 – 1911), l’autore della storia di Gnicche, diede alle stampe una composizione in ottave dedicata alla madonna di Arezzo e composta, presumibilmente, dopo il 1896 poiché si racconta nelle ottave dei festeggiamenti per il centenario dell’evento. La versione è tratta dal libro “Le belle storie aretine di Giovanni Fantoni” di Enzo Gradassi, pubblicato nel 1995 da Protagonisti Editori Toscani e Biblioteca Città di Arezzo.

La storia di Giovanni Fantoni

O Padreterno Iddio bontà infinita
prostrato in forma di Gesù nell’orto
datemi aiuto a fare una sortita
e così voi Madonna del Conforto
la gente l’attirate a calamita;
fate che la mia nave giunga in porto
colli pianure coste ed Appennini
a compire un tesoro agli aretini

Camminan tanti tanti pellegrini
con la bandiera il dono e la ghirlanda
e più grato è veder tanti angiolini
con la spada a cavallo a suon di banda;
livornesi pisani e fiorentini
con molta fede in cuore li comanda:
è pieno il Duomo i borghi ed ogni via
con ricchi doni a salutar Maria. 

Vedo corre nel labbro la bugia
c’e chi dice «non c’e più religione»:
non si vedrebbe già tanta follia
con tanto zelo a recitar corone!
Chi va in Pieve chi in Duomo chi in Badia
si riconcilia e fa la comunione;
tornan di nuovo a visitar l’ancella
e penitenza fanno alla cappella.

Domitilla Bianchini in una cella
questa fanciulla fu cent’anni or sono
mentre che la città scuote e flagella
la devota a Maria chiede il perdono;
Da scura e antica si fe’ bianca e bella
cessò il baleno, il terremoto e il tono
perché delle regine la regina
fece questo miracolo in cantina. 

Per tutta la diocesi aretina
fe’ Niccolò Marcacci un’adunanza
che sia nella bottega oppur cantina
quindi fecero già testimonianza:
Nel dir santa Maria Salve Regina
il quadro illuminò tutta la stanza!
Il Vescovado stupefatto resta
quindi si fa in quel di perpetua festa. 

A farla una cappella ognun si presta
poveri e ricchi a lavorar per nulla
e qualunque signora o dama onesta
tanto sia vecchia o giovine fanciulla.
Il vescovo lavora il dì di festa
salvo soltanto i bimbi nella culla.
Finita la cappella di innalzare
fu portata Maria sopra l’altare.

Al Centenario si vede arrivare
Valdarno, Casentino e Valdichiana
come dei fiumi che corrono al mare
Roma, Firenze e tutta la Toscana
con lumi, canti e suoni ad esaltare
la religion cattolica e romana.
Tante cure provviste in oro e argento
passan di là dal numero ottocento.

Dei pellegrini non cessò un momento
ottanta giorni senza staccar fila
non vi è tanti soldati al reggimento,
fatto è il bilancio di trecentomila!
Maria scaccia il demonio ogni momento
per i devoti suoi la spada sfila:
per diventar del Paradiso eredi
il demonio ci ha messo sotto i piedi.

O popolo aretino hai visto e vedi
quei personaggi dal piccolo al grande:
fai ben se la ragione a me non cedi
soltanto nell’udir duecento bande.
Madonna del Conforto a noi provvedi
per tutto il mondo il nome tuo si spande
ripetendo la donna e l’uomo accorto:
«evviva la Madonna del Conforto».

Non abusiamo il diavol non è morto
si trova alla prigione e all’ospedale
e alla Madonna gli fa l’occhio torto
perché di noi fu madre universale.
So che presto anche io giungerò al porto
signori se m’avvio per quelle scale:
lassù vi aspetto tutti una brancata
son Giovanni Fantoni di Quarata.


La lauda popolare

Bianca regina fulgida
stella del vasto mare,
come dura ci appare
la nostra via quaggiù!

Ma il tuo sorriso, o Vergine
è a noi conforto e vita,
e l’anima smarrita
ritorna al tuo Gesù. 

In un giorno di lacrime,
nella taverna oscura,
bella la tua figura,
come il sole splendè. 

Allor questo tuo popolo
ti chiamò suo ‘Conforto’:
dal dolore risorto
alla gioia per te. 

Se in ciel nembi si addensano
e se la terra trema,
ancora senza tema
fidiamo in tua bontà. 

Per te, se ostile esercito
calpesta il nostro suolo
Vergine è un grido solo:
vittoria e libertà. 

Ormai, fra noi, da secoli,
chi lotta e chi dolora,
in te dolce, Signora,
la pace sua trovò. 

Onde, dai bei palagii
e l’umili sue stanze,
i voti e le speranze
Arezzo a Te sacrò. 

Ancora, i nostri pargoli,
pegno dell’avvenire,
veniamo a benedire,
o Vergine, al tuo piè. 

E tutti i nostri cantici
e tutti i nostri fiori
e tutti i nostri amori,
o Madre, son per te!

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

© Marco (Lentopede) Betti 2026