LENTOPEDE

TRADIZIONE SENZA FRETTA

Beatrice Cenci

Illustrazione ottocentesca in bianco e nero con una giovane donna al centro, circondata da scene di conflitto, giudizio, preghiera e lutto, ambientate in un contesto storico con edifici monumentali.

In Breve

Beatrice Cenci, vittima degli abusi del padre, fu accusata con i familiari del suo assassinio. Nonostante la pietà popolare e gli appelli al papa, venne torturata e condannata. Morì innocente nel 1599, diventando simbolo di ingiustizia e ispirando opere d’arte e poesia.

5–8 minuti

La storia di Beatrice Cenci, decapitata a Roma nel 1599, continua a esercitare un fascino profondo e inquieto. Non è soltanto la vicenda di un processo per parricidio: è il racconto di una giovane donna di appena ventidue anni, segnata dalla morte precoce della madre e dagli abusi del padre, un uomo violento che angariava l’intera famiglia. In questo intreccio di dolore, soprusi e disperazione, Beatrice divenne agli occhi del popolo una figura luminosa e tragica, un’innocente travolta da una giustizia percepita come feroce e imparziale. Non a caso, una targa posta nel 1999 dal Comune di Roma, nel luogo dove sorgeva il carcere di Corte Savella, la ricorda come «Vittima esemplare di una giustizia ingiusta».

Il processo che la condannò fu seguito con straordinaria partecipazione: folle di cittadini, cronisti, curiosi e devoti si accalcarono per assistere alle udienze, mentre appelli e suppliche a Clemente VIII affinché concedesse la grazia si moltiplicavano senza esito. La sua storia, così densa di pathos e contraddizioni, ha attraversato i secoli ispirando pittori, scultori, fotografi, cineasti e poeti. Tra questi, il fiorentino Quintilio Cosimi, autore attivo tra Ottocento e Novecento, che nel 1892 — tramite la stamperia Salani di Firenze — pubblicò in calce a un racconto storico dedicato a Beatrice una lunga composizione in ottava rima. Cosimi, noto per le sue storie in versi dedicate a figure amate dal sentimento popolare, come il brigante Tiburzi, trovò nella vicenda della giovane romana un terreno fertile per intrecciare memoria, indignazione e poesia.

Le ultime ore di Beatrice Cenci

composizione in Ottava Rima di Quintilio Cosimi

Mentre in suo duolo Beatrice assorta
Sta co’ suoi cari tristi e palpitanti,
Si schiavaccia del carcere la porta,
E i magistrati lor si fanno innanti:
Dessa si desta, e la pupilla smorta
Fissando in quei terribili sembianti,
In sua fierezza, grida in tuon sdegnoso :
A che venite ?… dateci riposo.

Al suon di quel lamento imperioso
Treman di Astrea i vili e ingiusti agenti,
E il più crudele a ciglio lacrimoso
Legge l’empia sentenza agl’innocenti.
Giacomo è condannato al doloroso
Supplizio di tanaglia, e le dolenti
Donne a morir di scure e Bennardino
Resta assoluto, perchè è ancor bambino.

Udito gl’infelici il reo destino,
Giacomo dice tosto sospirando:
A te caro e diletto fratellino
La mia cara famiglia raccomando….
Quindi abbracciando tutti il fanciullino
Si baciano a vicenda lacrimando,
Ma divisi con forza dai soldati,
Al patibolo vengon trascinati.

Giunti all’arco dei Cenci, i disgraziati,
Si ascoltan da un balcon grida di morte,
Giacomo guarda e vede i figli amati
Con le braccia sporgenti e la consorte;
E volgendosi ad essi: – A me’ sian dati
La sposa e i pegni, esclama alla Coôrte.
Ma quelle prezzolate anime dure
Li spingono a morir con mani impure.

Ecco la triste piazza, ecco la scure
E i flagelli terribili, roventi,
E le vittime avvolte in vesti scure
Ecco salir sul palco a passi lenti….
Ai balconi, ai terrazzi, e sulle alture
Delle torri si accalcano le genti
A contemplar da presso e da lontano
L’empissimo misfatto disumano.

Mentre il tiranno con tremante mano
A Beatrice taglia i bei capelli,
Guido, suo amante, grida da lontano :
Sospendete la scure e i rei flagelli;
Del parricidio io vi aprirò l’ arcano,
Lucrezia, Beatrice e i suoi fratelli
Sono innocenti, il reo solo son io,
Vel giuro in faccia a Roma, ai templi e a Dio.

Già nel Popol, si desta un mormorio,
Ma Guido non però viene ascoltato ;
Giacomo è tosto dal tiranno rio
Con tanaglie infuocate attanagliato ;
Spira quel forte, e il corpo di quel pio
È da nuovi carnefici squartato,
E fra quella di sangue orribil festa

Alla madrigna vien mozza la testa.
Sola la bella Beatrice or resta
Ancor raggiante di splendor divino,
Come giglio abbattuto da tempesta,
Pallida, lacrimosa a guardo chino,
E sospirando tremolante e mesta
Umil si getta al piè del Cappuccino,
E gli dice fissandolo dolente :
Padre Angelico, anch’io muoio innocente.

Volgea gran tempo, da che ciecamente
Francesco Cenci di empio amor mi amava,
E per vincermi presto e facilmente
Mi teneva a Petrella abietta schiava :
Io tacqui e piansi, e quando l’impudente
Oltre a lusinghe le minacce usava,
Scrissi al diletto mio fido amatore
Che venisse a involarmi a tanto orrore.

Eran tre sere già che il genitore
Tacito mi veniva a molestare,
Ed io piena di tema e di terrore
Non poteva riposo mai pigliare….
Poi non udendo più nessun rumore
Mi prostro a terra il Cielo a supplicare
A volermi scampar da ogni periglio,
E mi adagio sul letto e il sonno piglio.

Subitamente ch’ebbi chiuso il ciglio
In sogno mi si offerse un mostro infido
Col ferro in alto di sangue vermiglio,
Gridando : O cedi donna, o ch’io t’uccido :
Allor balzando dal feral giaciglio,
Mandando un cupo spaventevol grido,
Vidi al chiaror del lume tremolante
Il genitor dibattersi e l’amante.

Sangue scorreva il letto in quell’istante,
E tutto asperso Guido era di sangue,
E in mezzo ai sangue vivido e fumante
Giacea sul suolo il genitor esangue:
A quella vista orribile e straziante,
Come ferita da pestifero angue
Caddi sopra l’estinto e l’abbracciai,
E del suo sangue anch’io m’insanguinai.

E poscia che più volte io lo chiamai,
Nê l’udii profferir nessuno accento,
Cosa facesti, o Guido, io gli gridai,
Il padre, il padre…. forsennato, è spento ;versi
Va, corri, vola, non tardar, su, vai
A cercar da me lungi salvamento,
L’ombra paterna irata e minacciosa
Nega e non vuol ch’io sia giammai tua sposa.

Disvelata la scena sanguinosa
Noi fummo tutti presi e imprigionati,
E dopo la tortura più penosa
Per parricidi fummo condannati ;
Alla ingiusta condanna e vergognosa
Se ne appellaron Guido e gli Avvocati,
Ma fu risposto lor con fiero ardire :
Son rei di morte e devono morire.

Io l’amante non volea scoprire,
Ma giacchè reo da sè si è proclamato,
Per la morte dei miei e il mio morire,
Vi prego, che almen egli sia salvato :
Io non domando grazia, il mio desire
È di cedere al barbaro mio fato,
E di volare in ciel subitamente,
Candida e pura, martire innocente.

Il sacerdote che strappar si sente
A quel mesto parlar dal petto il cuore,
La conforta la esorta dolcemente
A perdonare in nome del Signore;
E Beatrice, qual favilla ardente
Che morendo tramanda più splendore,
Si volge al paradiso in atto pio,
E dice: Sì, perdono a tutti anch’io.

Addio, mio caro Bennardino, addio,
Addio cognata, addio nipoti amati,
Addio diletto Guido, amante mio,
Addio del nostro amor sogni dorati.
A che, tiranno, stai così restio ?
Guarda i miei cari estinti e lacerati,
Tu gli uccidesti e li facesti in brani,
Or nel mio sangue lavati le mani.

Ma cancellare i tuoi delitti strani
L’onda del Tebro non potrà giammai,
E nei più tardi secoli lontani
Appellato tiranno tu sarai.
Oh, se Bruto tornassero e i Romani,
E udissero di Roma il pianto e i lai,
A me discioglierebber le ritorte,
E te condannerebbero alla morte.

Quindi fatta di sè più grande e forte,
Col Cristo in man che il cappuccin le ha dato,
Piena di speme di più bella sorte,
Prosegue in suon più dolce e più pacato :
Apritemi o Signor, del Ciel le porte,
Vi domando perdon di ogni peccato,
E senza trepidar,’ muta e ridente
Porge il collo all’orribile fendente.

Tre volte il bronzo rintoccar si sente,
Ovunque il pianto per pietà si desta
Cade la scure e al colpo veemente
È tronco il collo della vergin mesta.
Il carnefice ardito e prepotente
Raccogliendo la bella illustre testa,
Al popolo la mostra e mesto dice:
Eccolo il capo di donna Beatrice !

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