LENTOPEDE

TRADIZIONE SENZA FRETTA

Veronica Cybo Malaspina

Ritratto in bianco e nero di Veronica Cybo in stile incisione seicentesca, con il suo volto al centro e, sullo sfondo, le scene della sua storia: il matrimonio con Jacopo, il confronto con Caterina, i sicari all’opera, il cesto con la testa recisa e la villa di San Cerbone.

In Breve

La poesia narra in ottava rima la tragica storia di Veronica Cybo, sposa infelice tradita dal marito Jacopo. Accecata dalla gelosia verso Caterina, ordina la sua uccisione. Scoperta, viene isolata a San Cerbone, dove la leggenda la vuole ancora come spirito inquieto.

10–14 minuti

Veronica Cybo 

La storia di Veronica Cybo Malaspina affonda le sue radici nel cuore del Seicento toscano, un’epoca in cui i matrimoni aristocratici erano strumenti politici, e il destino dei giovani nobili spesso sacrificato sull’altare delle alleanze dinastiche. Nata nel 1611 a Massa, figlia del principe Carlo I Cybo‑Malaspina e della genovese Brigida Spinola, Veronica crebbe in un ambiente in cui il suo valore non era misurato in affetti, ma in strategia. Per questo, ancora adolescente, fu data in sposa al fiorentino Jacopo Salviati, appartenente a una delle famiglie più in vista e vicine ai Medici. Le nozze, celebrate con straordinario sfarzo, non portarono tuttavia felicità: la loro unione, già fragile, si incrinò definitivamente quando Jacopo iniziò una relazione con la giovane e bellissima Caterina Brogi.

Quella gelosia, nata in un contesto sociale rigido e spietato, si trasformò presto in una spirale di rancore e violenza. L’ultimo giorno del 1633 si consumò la tragedia: Caterina venne assassinata da sicari reclutati con l’aiuto della stessa Veronica, in uno dei delitti più atroci della Firenze seicentesca. Quando Jacopo trovò nel cesto di Capodanno la testa dell’amante, il destino della duchessa era segnato. Ripudiata e allontanata, fu rinchiusa nella Villa di San Cerbone a Figline Valdarno (oggi Ospedale Serristori), dove trascorse anni di isolamento e penitenza, fino al trasferimento a Roma.

Ma la sua storia non finisce con la morte. Nei corridoi dell’antico Ospedale Serristori, tra le stanze che un tempo appartenevano alla villa dove visse il suo esilio, da generazioni si racconta di una presenza. Una figura femminile diafana, vestita di bianco, che appare nelle notti silenziose: c’è chi sostiene di averla vista passare leggera accanto ai letti dei malati, chi giura di aver percepito il fruscio delle sue vesti, chi racconta di un’ombra elegante e malinconica affacciarsi sulle scale. Alcuni parlano persino di una donna che sembra inseguire una figura senza testa — un eco oscuro della sua colpa. Per i più, è lo spirito di Veronica, condannata a vagare nel luogo dove il rimorso l’ha consumata, incapace di trovare pace.

Così, tra storia documentata e leggenda popolare, fra poesia e memoria, la figura di Veronica Cybo continua a vivere: non solo come protagonista di un dramma barocco, ma come una presenza che ancora oggi, tra gli antichi muri del Serristori, sembra voler raccontare la sua verità.

Storia di Veronica Cybo

di Eutonto Buggera

Oh Musa che dal monte mi riguardi 
in questo canto della poesia 
l’occhio benigno poni sui miei azzardi 
e di Elicona non sbarrar la via 
lascia che al fonte un poco mi attardi 
per raccontare della gelosia 
di Veronica Cybo Malaspina 
e della sua rivale Caterina 

Spesso dal nulla nasce la rovina 
e specialmente quando l’ingiustizia 
nel più torbido baratro trascina 
chi suol troppo giocar colla malizia. 
Veronica avvezzata da piccina 
a star lontano assai dalla mestizia 
ogni anelito suo soddisfaceva 
e d’esser lusingata pretendeva. 

Più d’un potente in sposa la voleva 
perché figlia di un principe regnante 
ma il padre Carlo a sé la tratteneva 
poiché aveva una mira più importante 
Con il tosco Granduca si intendeva 
per farla sposa nell’urbe di Dante 
e offrirla in dono ai duchi Salviati 
coi Medici da sempre imparentati. 

I patti così furno stipulati 
e a Jacopo assegnata per consorte 
pace e confini in ciò salvaguardati 
del matrimonio si aprirno le porte. 
Si conobbero un giorno i fidanzati 
di fronte a tutta la messese corte: 
il giovane guardò la sua nubenda 
la trovò bassa e colla faccia orrenda. 

Chi parte per pugnar primo si arrenda 
e l’alterigia la getti in un canto 
Veronica affrontò quella faccenda 
con tanta rabbia e con copioso pianto. 
Quel che è deciso in alto non si emenda 
a Jacopo perciò sedette accanto 
brindando e sorridendo con lo sposo 
con viso finto e spirto velenoso. 

Fu il giorno sposalizio favoloso 
il principato fu addobbato a festa 
ognuno aveva l’abito sfarzoso 
i camerieri la più bianca cresta 
il rito fu solenne ed ampolloso 
ma l’aria degli sposi era assai mesta 
sentiano il giogo di quel sacrificio 
compiuto per dover del proprio ufficio. 

Già pronto era in Firenze l’edificio 
entro cui il male il terreo fil filava 
nessuno lesse il teterrimo auspicio 
che il matrimonio al popolo annunziava; 
ognun pensava al proprio beneficio 
ogni famiglia un po’ ci guadagnava 
tranne i giovani appena coniugati 
che non eran tra di loro innamorati. 

Gli uomini si sa son variegati 
nel costume nel cuore e nel pensiero 
e dopo i primi mesi raffreddati 
l’amor discreto entrò dentro al maniero 
ma non rese i partiti equilibrati 
di Veronica soltanto accese il cero 
così la poverina sospirava 
e Jacopo in mal modo la scacciava. 

Una giovane fanciulla lo attirava 
di nome si chiamava Caterina 
che da sposa in Firenze dimorava 
con un uomo vicino all’ottantina 
qualche attenzione anche lei bramava 
per questo al Salviati si avvicina 
trovando in lui il vigor ch’era sparito 
nel Canacci suo vecchissimo marito. 

Accettò il duca più volte l’invito 
a vegliar nella casa di costei 
fungendo or da scudiero or da marito 
ma dir per quanto tempo non saprei; 
il Canacci dapprima un po’ avvilito 
cessò poi di curarsi dei due rei 
purché oltre l’uscio dell’infida alcova 
della tresca non vi fosse alcuna prova. 

Spesso al segreto il tacer non giova 
aveva Caterina anche un figliastro 
che tanta rabbia dentro al cuore prova 
per la matrigna e per quel disastro 
che troppo spesso in casa si rinnova 
sotto la luce di un pessimo astro 
e aveva in più quest’uomo la mania 
di bere e straparlare all’osteria. 

La bocca è la più vasta merceria 
sempre fornita del miglior tessuto 
così scoperta la bricconeria 
ogni ritaglio fu lesto venduto 
se ne vestiron plebe e borghesia 
ed un cappello del miglior velluto 
fu donato a Veronica a una festa 
perché coprisse i corni sulla testa. 

Alla duchessa altra via non resta 
che affrontare la giovane rivale 
farle piegare con vigor la testa 
lustrando il dolo al proprio aquimanale 
così un discorso perentorio appresta 
che richiami l’impegno coniugale 
e Caterina senza alcun timore 
affronta innanzi a San Pier Maggiore: 

«Cessa all’istante di placar l’ardore 
alla fonte che a me sola è riservata 
un suggello di spirito e d’amore 
fu posto sull’unione consacrata 
presso l’altare di Nostro Signore 
fa tesoro perciò dell’avvisata 
che a giocar colle lame spesso accade 
che qualche testa assai levata cade.». 

«Se tuo marito passeggia altre strade 
vuol dir che cerca altri panorami 
non si accontenta delle selve rade 
poco nodosi vuol vedere i rami 
sciocca è colei che si persuade 
d’avere sempre un uomo che la brami 
bel viso buon carattere e l’amante 
giammai si son comprati dal mercante.». 

All’udir quella frase tracotante 
scarlatta si fe’ in viso la Duchessa 
gonfiando il petto con voce tonante 
si erse a morale giudichessa: 
«Codesta tresca cessala all’istante! 
Solenne te la faccio una promessa: 
se un giorno tornerò a cercarti ancora 
sarebbe di tua vita l’ultim’ora.». 

Ciò sentenziato per la chioma mora 
la prende e cerca di gettarla a terra 
dal popolo lì accorso un uomo implora 
che all’istante si cessi quella guerra 
ma la duchessa ancor più si accalora 
a Caterina un gran ceffone sferra 
poi le sputa sugli occhi e sulla bocca 
dicendo l’amor mio nessun lo tocca.». 

Povera mente obnubilata e sciocca 
ottusa dal rancore e dall’invidia 
è questo il destino che ti tocca 
quando il Demonio dentro il cuor s’annidia. 
Dagli occhi dell’offesa il pianto fiocca 
Veronica è un’icona di perfidia 
e tra gli astanti i due più giudiziosi 
van delle donne a ricercar gli sposi. 

Furono mesi molto burrascosi 
quelli seguenti in casa Salviati 
i coniugi già un tempo litigiosi 
parevano serpenti indemoniati 
gesti di sprezzo e detti dispettosi 
venivano tra i coniugi scambiati 
e per girar nella piaga il coltello 
della faccenda s’informò il Bargello. 

Del Canacci risposero all’appello 
poche persone di basso lignaggio 
e quello sparutissimo drappello 
scalfire non pote’ il ducal retaggio. 
Adducendo per ragione un buon coltello 
fu detto che sarebbe stato saggio 
dimenticar senz’altro l’accaduto 
se campar bene avessero voluto. 

Nessuno si azzardò a opporre un rifiuto 
così l’affare sembrava risolto 
tra i disputanti venne convenuto 
che ogni reo de’ fatti fosse assolto; 
ma Jacopo era ancor più risoluto 
tra le adultere braccia essere accolto 
e quando la mal’erba lascia un seme 
il germoglio per uscir subito preme. 

Del proprio onor la decaduta teme 
Veronica ferita nell’orgoglio 
perciò di vendicarsi alquanto freme 
senza ricorrere al paterno soglio 
i danari bastanti mette assieme 
per acquistar veleno di agrifoglio 
corrompendo il chirurgo Nicomedio 
che lo desse a Caterina per rimedio. 

Nel cuore già gustava l’epicedio 
per la giovane rivale moritura 
e dei Canacci vedeva il famedio 
con la giovane e desiata sepoltura 
ma durò poco quel mortale assedio 
il demonio di quel pian non ebbe cura: 
Caterina venne presto avvelenata 
però alla morte fu tosto strappata. 

Alla notizia la Duchessa irata 
convocò un fedelissimo scherano 
che l’avea in ogni azione assecondata: 
nei fatti era la sua terza mano. 
Caterina gli fu raccomandata 
quale vergogna del genere umano 
egli promise che entro l’anno in corso 
chiuso sarebbe stato quel discorso. 

Se fosse stata presa dal rimorso 
che al sepolcro l’accompagnò poi 
quel laccio infame non sarebbe scorso 
lungo le gole di quei finti eroi. 
Veronica promise un grosso esborso 
a dei sicari forti come buoi 
e al figliastro della sua rivale 
perché aiutasse l’atto criminale. 

Si armò la banda di spada e pugnale 
e presto la raggiunsero un’intesa 
trovato avrebber l’uscio delle scale 
socchiuso in modo da spianar l’ascesa. 
È il più feroce l’assassin che sale 
ma trova una fantesca con sorpresa 
che chiede al delinquente dove vada 
mentre s’impone per sbarrar la strada. 

Basta un fendente per tenerla a bada 
bene assestato tra la testa e il collo 
cade la donna e il suo gridar digrada 
e si fa in faccia gialla come un pollo 
alla sua sorte l’assassin non bada 
perché di sangue non è ancor satollo 
sale le scale e dirompe in cucina 
feroce salta addosso a Caterina.  

La prende pei capelli e la trascina 
fin sulla strada presso una carrozza 
lì giunto tira fuor dalla guaina 
la propira spada e con la mano rozza 
spicca la testa della poverina 
poi soddisfatto un terreo ghigno abbozza 
e pone il capo mozzo in un corbello 
già preparato oltre lo sportello. 

Raggiunse quindi il nefando drappello 
intento a fare il lavoro più sporco 
della fantesca avean fatto macello 
tagliata in pezzi come un grasso porco 
di Caterina il corpo tanto bello 
trascinato venia dal truce orco 
lo diede infine all’opra dei commessi 
briganti ed assassini più dei bessi. 

Furono i resti delle due soppressi 
senza pietà nel casalingo pozzo 
tornando alla dimora i truci ossessi 
godevano di un gesto tanto rozzo 
pensavano soltanto agl’interessi 
a far quattrini e avvinazzare il gozzo 
si spartirono l’ignobile mercede 
poi dissero tranquilli: «Ci si vede.». 

A vendicarsi Veronica provvede 
il proprio piano porta a compimento 
ben soddisfatta allo scrittoio siede 
scrive al consorte un componimento 
nel quale gli rinnova la sua fede 
e lo perdona ancor del tradimento 
gli auguri gli fa poi per l’anno entrante 
con la calda voce di un amante.  

Jacopo all’alba felice e raggiante 
già si appresta a mutar la biancheria 
perché vuol presentarsi il più elegante 
a far gli auguri alla Signoria. 
Dal cesto prende il cambio biancheggiante 
ma presto la camicia getta via 
perché vede nel cesto insanguinata 
la testa dell’amante decollata. 

Bestemmia ed urla con voce straziata 
poi s’inginocchia e strilla più forte 
corre infine con la spada sguainata 
verso la stanza della sua consorte 
la trova ancora a letto addormentata 
quand’è sul punto di darle la morte 
la sveglia e le urla: «Bestia tu non sai 
con qual grave rimorso camperai.». 

La fa vestire e non le parla mai 
poi la conduce a villa San Cerbone 
le dice: «Qui murata tu vivrai 
pensando sempre alla feroce azione 
in quanto a me più non mi rivedrai 
il rimorso sarà la punizione 
avrai i viveri e tutto l’occorrente 
ma fuor dei servi non vedrai più gente.». 

Veronica reclusa alfin si pente 
le vien concesso di tornare a Massa 
vi conduce una vita penitente 
e per strada cammina a testa bassa 
la sua colpa confessa di frequente 
del dolore il rimorso mai le passa 
di giorno in chiesa sta con la corona 
e nella notte il sonno l’abbandona. 

Ma l’alma sua nel mondo è ancor prigiona 
con lunghe chiome e in candido zinale 
in una villa di cui fu padrona 
che oggi funge a tutti da ospedale 
si aggira consolando ogni persona 
che disperata ed in balia del male 
si chiede se efficace sia la cura 
o se prossima sia la sepoltura. 

C’è chi l’ha vista andar con andatura 
leggiadra tra le mura ospedaliere 
chi ha vista quella timida creatura 
lasciar sul muro delle impronte nere 
chi in sala operatoria addirittura 
veduta l’ha tra i ferri del mestiere 
chi l’ha vista inseguir feroce e lesta 
una diafana figura senza testa. 

Più d’un cristiano questi fatti attesta 
e ognuno è un onorato testimonio 
che chi compie nel mondo certe gesta 
e della vita altrui fa mercimonio 
negletto è in cielo e di vagar gli resta 
rifiutato perfino dal demonio 
e il nome suo nel mondo solo suona 
come quello di un orribile persona. 

Questo fatto tenga a mente ogni persona 
che agli altri i suoi capricci mette avanti 
chi alla protervia e all’ira si abbandona 
è destinato a vivere di pianti. 
Qui cesso il canto che, scritto alla buona, 
senza pretese cerca chi lo canti 
Eutonto Buggera mi firmo in loco 
poeta di scrittura buono a poco. 

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