LENTOPEDE

TRADIZIONE SENZA FRETTA

Lo scoppio di Monte Testaccio

Incisione di stile ottocentesco in bianco e nero raffigurante lo scoppio della polveriera di Roma nel 1891: al centro l’esplosione, con fumo e detriti; in primo piano civili in fuga, soldati feriti, cavalli imbizzarriti; sullo sfondo Porta Portese e la cupola di San Pietro.

In Breve

Il libretto racconta lo scoppio della polveriera di Roma del 1891, evento reale che sconvolse la città. In versi popolari narra paura, ipotesi, coraggio dei militari e intervento del Re. La voce di Cosimi trasforma il disastro in memoria condivisa, mescolando cronaca, devozione e immaginario collettivo.

7–11 minuti

Ci sono libretti popolari che sopravvivono più a lungo dell’evento che raccontano. Non perché siano più accurati, ma perché custodiscono un modo di guardare il mondo: un misto di paura, stupore, moralità quotidiana e un bisogno ostinato di mettere in versi ciò che la prosa non riesce a contenere. Il fascicolo che segue appartiene a questa genealogia minuta, fatta di tipografie economiche, rime baciate e cronache che oscillano tra la testimonianza e la leggenda.

Lo “scoppio della polveriera di Roma” non è un’invenzione poetica. L’esplosione avvenne davvero, il 23 aprile 1891, nella polveriera di Monte Testaccio, allora fuori Porta Portese. La deflagrazione fu enorme: distrusse l’edificio, provocò vittime tra i militari di guardia e generò un’onda d’urto che si avvertì in gran parte della città. I giornali dell’epoca parlarono di finestre infrante fino al Vaticano, di cavalli imbizzarriti, di un boato che fece temere un attentato politico. La dinamica esatta rimase incerta, come spesso accade negli incidenti militari: si parlò di autocombustione, di negligenza, di fatalità. Il libretto che trascriviamo si inserisce in questo clima di incertezza, e lo amplifica con gli strumenti della poesia popolare.

Dal punto di vista filologico, il testo appartiene alla tradizione dei poemi a stampa diffusi tra Ottocento e primo Novecento: fogli o fascicoletti venduti nelle fiere, nelle piazze, nelle osterie. L’autore, Quintilio Cosimi, adotta una metrica regolare, con ottave di endecasillabi a rima alternata e baciata, secondo un modello che garantiva memorizzazione e recitabilità. La lingua è quella tipica dei cantastorie: un italiano sorvegliato ma non colto, con formule ricorrenti, inversioni sintattiche, rime talvolta forzate e un uso insistito di verbi al passato remoto che conferiscono solennità al racconto. La punteggiatura è scarsa, spesso subordinata al ritmo più che alla sintassi, e il lessico alterna termini tecnici (“polveriera”, “sentinella”, “caporale maggiore”) a espressioni emotive e popolari.

Letterariamente, il libretto non mira alla precisione documentaria: mira alla condivisione emotiva. L’esplosione diventa un teatro morale in cui si misurano il coraggio dei militari, la fragilità delle famiglie, la presenza del Re come figura paterna, e perfino la protezione divina che salva la scuola dei bambini. È un testo che non racconta solo un fatto, ma il modo in cui quel fatto fu percepito: la paura collettiva, la corsa verso il luogo del disastro, la ricerca dei figli, la pietà per gli animali sopravvissuti. La realtà storica si intreccia con la retorica popolare, e proprio in questo intreccio si rivela la sua forza: non è un documento, ma una lente.

Rileggere oggi questo libretto significa entrare in una Roma che non c’è più: una città ancora circondata da campi, dove un’esplosione può sembrare un segno del cielo; una città che vive la modernità con sospetto, e che affida alla poesia il compito di dare forma all’inspiegabile. Il testo che segue non è importante per ciò che dice dell’esplosione, ma per ciò che dice di chi la racconta: un autore che si firma con orgoglio, e che sente il bisogno di trasformare un evento traumatico in una narrazione condivisa, accessibile, quasi consolatoria.

È in questo spazio — tra storia e voce popolare — che il libretto trova ancora oggi la sua risonanza.

Lo scoppio della polveriera in Roma.

di Quintilio Cosimi

Illustrazione ottocentesca: una donna sorregge un uomo ferito disteso su un selciato, con edifici e un carro sullo sfondo; accanto, la prima pagina del poemetto “Lo scoppio della polveriera”.
Prima pagina del poemetto popolare Lo scoppio della polveriera, dedicato all’esplosione della polveriera di Roma del 23 aprile 1891. L’illustrazione mostra una donna che soccorre un uomo ferito tra le strade della città.

Nel mille ed ottocento novantuno
Di giovedì il ventitré d’Aprile,
Là nel soglio di Cesare opportuno,
La capitale del popol civile…
Nel bel mattin dopo che l’aere bruno
S’era chiarito in primaver gentile;
Si sente un rombo di detonazione,
E ad ogni cittadin fece impressione.

E tutta la città è in confusione
Senza poter sapere che cosa sia…
Tutta allarmata la Popolazione
Dalla detonazione che si sentìa;
E più vedevi aperto ogni balcone,
E l’uno all’altro domandar desìa;
E qualcun che trovavasi nel letto
Vedeasi ancora scopcheriar il tetto.

Il Popolo facea più d’un sospetto
Nel veder dentro Roma tanto male…
Chi diceva il gazometro imperfetto,
Oppure qualche bomba al Quirinale;
Qualcuno abbia tirata per dispetto,
O qualche cosa alla Stazion centrale;
E pronti i cittadini sono andati
A far questi tre posti visitati.

Si vedeva i cavalli spaventati
Ad ogni vetturino oppur cocchiere,
Che non gli riescia farli frenati,
Ossia non li potevano tenere.
Avendo questi posti riguardati
E non trovando cose da temere…
Ritornavano indietro in quei momenti,
Ma sempre nei medesimi tormenti.

Ma mentre stanno contemplando attenti
Quelle rovine che Roma ne avea,
Per tal disastro crescono i lamenti
Di più che la cagion non si sapea…
Ma ad un tratto sopra i pavimenti
Una nube di fumo si vedea,
Che il Cielo oscura, benché non è sera,
Là dalla parte della Polveriera.

Muovesi tutto il popol di carriera
Con Guardie di ogni sorta e truppe accatto,
Fuori di Porta Portese in tal maniera,
Dov’è il disastro che commove il pianto…
Che devastava quasi Roma intera,
Anche perfino il Vaticano Santo;
Eran le sette e dieci del mattino…
Udite del disastro il rio destino.

Stava quattro chilometri vicino
Questo edificio della Capitale,
E con grosso muro e non piccino,
Che quello racchiudevane il locale;
Il muro è dieci metri in tal confino,
La sua rotondità poi lunga è tale;
Cento metri ci dice la lunghezza,
E di quarantacinque di larghezza.

Ora principierò la gran tristezza
In mezzo a quel recinto è l’accaduto…
Come si fa con tanta sicurezza,
Senza poter saper come è avvenuto.
Stava la Sentinella all’accortezza,
E più ogni soldato risoluto,
Stava in ascolto fuori delle mura…
Ma la polvere par non sia sicura.

Dopo dirovvi la disavventura,
Ma pria la quantità sarà spiegata
Di quanti chilogrammi addirittura
Stava di questa polvere serrata…
Duecentottantacinque mila oscura
Chilogrammi di polver preparata
Tenea il Governo per il suol romano…
Considerate questo caso strano!

La sentinella col fucile in mano,
Eran le sei, e il primo colpo udìa…
Il colpo non fu forte, anzi fu piano,
Ma, dopo un poco, un altro ne sentìa…
E poi dal primo e dal secondo piano
Vede del fumo che sopra venìa;
Allora il Caporale prestamente
Pronto corre a avvisare il suo Tenente.

Perché colui non eravi presente,
Era ottocento metri di distanza,
Appena vide quel caso dolente
Subito si precipita e s’avanza…
Va sul terrazzo e dicendo alla gente:
— Fratelli, andate tutti in lontananza
Se v’interessa di salvar la vita…
Ci abbiamo una disgrazia premunita!

Resta tutta la gente sbalordita,
E più si affaticava il capitano
A dir: — Fuggite, gente stabilita,
Perché questo è peggior d’un uragano!…
Infatti anche la terra sbigottita
Rassembrando di Napoli il vulcano;
E quelli dentro alla città, udirete,
In ogni casa gli guastò la quiete.

Il bravo Caporal come sapete,
Essendo il primo che gridava all’armi,
Fu il coraggioso, vi rammenterete,
E credo le sue forze non risparmi;
Ei diceva ai compagni: — Quanti siete
Non v’interessi solo di lasciarmi…
Cercate allontanarvi, egli dichiara,
Pensate bene che la vita è cara!

Tenente e Capitano, cosa rara,
In mezzo alla terribile rovina,
In corpo di guardia nell’amara
Catastrofe, che fa carneficina,
Stan sempre attenti e sempre si prepara,
E dicono a ognun che s’avvicina,
E mandan sentinelle su la strada,
Perché nessuno in precipizio vada.

Povero Caporale colla spada,
Gattaneo detto, Caporal maggiore,
Là nel mezzo alla polvere che guada,
Spezza i macigni e fa fumo e calore…
Il salvarsi la vita è cosa rada,
Va per prender le armi ed uscir fuore,
Ma non facendo a tempo, ripensate,
Vi restò colle gambe rovinate!

E dopo il Capitano, a ciò sappiate,
Compresero il tenente Gabbrielli,
E poi c’è l’assistente, rammentate,
Morto per la cagion di quei flagelli;
E più quante person furon restate,
Che, ripensando, fa rizza’ i capelli…
Io delle prime vittime vi ho detto,
Ma non ho terminato il mio soggetto.

Che se per caso qualche poveretto
Fosse stato vicin quando incendiava,
Guai se fosse venuto là diretto
Quando la Polveriera là scoppiava!
Che distante un chilometro mi ha detto
A me il giornale, se non m’ingannava…
Chi s’incontrava in tai momenti strani
Bisognava morir, bestie e cristiani!

Chi ne prendeva i figli nelle mani
Nel sol vedere quel disastro forte,
E maggiormente i cittadin romani
Concorrevano dall’una all’altre porte…
Insomma quei vicini e quei lontani.
Tutti collo spavento della morte…
E il Re, il primo a dar soccorso è stato,
Adesso vi dirò se si è prestato.

Appena che nel posto fu arrivato
Fuor di Porta Portese, là dov’era
Il gran disastro, come vi ho trattato,
Adopra Umberto ogni gentil maniera
Vedendo il capitano rovinato
Che ne grondava sangue dall’artera…
Eppure in mezzo a quel grandioso impegno
Lo fece collocar nel proprio legno.

Subito accolto con retto disegno,
E anche il nostro Re lo accompagnava
Nell’ospedale, quell’uomo sì degno,
Perché l’onore se lo meritava…
E ogni professor pieno d’ingegno
Ogni modo possibile adoprava
Per poterlo salvare dal morire,
Perché qual Pietro Micca si può dire.

Un’altra cosa che fa inorridire…
Vicino alla disgrazia che si è data
Vi era una scuola, statemi a sentire,
Dove da Pio Nono fu inalzata,
Che per tal cosa, ne seppero dire,
Ogni madre vedesi scapigliata,
Ripensandone al caso certamente,
Va ricercando il figlio suo innocente.

Ma appunto là non accadeva niente,
Dell’innocenza il Cielo è protettore,
Perché la mano dell’Onnipotente
Non glielo volle accrescere il dolore.
Torniamo al Caporale ch’è giacente
Nell’ospedale, quando ogni dottore
Gli tagliavan la gamba, e lui intento
Solo ripensava al gran momento.

Io non vo’ dire che sarà contento,
Ora terrà il troncon cicatrizzato,
Ma non si cura tanto del tormento…
Va dicendo a ognun che l’ha visitato:
— Ma poneteci un poco il sentimento,
Ho perduto una gamba da soldato;
Ma l’ho persa per fare il mio dovere…
Che mai non volli abbandona’ quartiere!

E più altre cose ci son da vedere
Dopo della catastrofe alla fine,
In fra quelle macerie, deon sapere,
Sia fra quelle orribili rovine;
Dopo due giorni dov’era un podere,
Vi trovarono un mulo e due galline
Sotto quelle rovin, parla i giornali,
E sempre vivi, poveri animali.

Termino questi versi naturali,
Che di comporre la mia mente è sazia…
Ma però stian lontano questi mali
Che ripensando quasi il cor mi strazia…
Anche il Papa, maggior dei clericali,
Anch’ei si spaventò di tal disgrazia!
E sol colle disgrazie avanti andiamo…
Ed io Quintilio Cosimi mi chiamo.

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