LENTOPEDE

TRADIZIONE SENZA FRETTA

Il contrasto tra fiorentino e contadino: un archetipo dell’ottava toscana

Contrasto in ottava rima. Illustrazione in bianco e nero ambientata in una trattoria toscana del 1910, dove un contadino e un fiorentino discutono animatamente davanti a un tavolo rustico, osservati dagli avventori; immagine generata da Copilot in stile Salani.

In Breve

Il celebre contrasto tra fiorentino e contadino rivela la forza dell’ottava toscana: una sfida orale che unisce tradizione popolare, memoria collettiva e identità culturale. Dal Pestelli ai cantori moderni, un archetipo che continua a raccontare la Toscana.

4–7 minuti

Tu t’intendi di pecore e di buoi
di galline di polli e di maiali
l’opera nostra giudicar non puoi
e tu presumi di volar senz’ali.
Somari come te non siamo noi
conosciamo i fenomeni sociali
per conseguenza è inutile il contrasto
chi è nato ciuco dee portare il basto.
(Idalberto Targioni)

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Dentro il contrasto: una tradizione viva

L’arte del contrasto – che richiama, non troppo lontanamente, le antiche disfide sofistiche della Grecia classica – rappresenta uno dei cuori pulsanti dell’improvvisazione poetica toscana. È un genere che vive nella tensione dialettica, nella capacità di sostenere un argomento, di ribattere, di rilanciare: un esercizio di intelligenza orale che appartiene tanto alla cultura popolare quanto alla storia profonda delle forme poetiche occidentali. Ed è proprio dentro questa tradizione che si colloca il celebre contrasto tra fiorentino e contadino, archetipo narrativo e simbolico di un’intera cultura.

Nell’ambiente dei poeti a braccio, come ricorda spesso il mio amico Gamberi, esistono tre “qualità” di cantori: quelli “da aia”, buoni a scambiar due ottave alla buona – categoria nella quale mi riconosco senza vergogna; quelli “da maggio”, più cerimoniali, lirici, capaci di sostenere un tema in solitudine per lungo tempo; e infine quelli “da contrasto”, veri e propri “galli da combattimento”, dotati di una resistenza argomentativa fuori dal comune, pronti a tenere testa a un avversario tanto sul palco quanto fuori, nella vita quotidiana. Di poeti così ne conosco quattro o cinque, che non posso nominare ma che chi frequenta questo mondo riconoscerebbe al primo verso.

Il contrasto, però, non è solo una pratica performativa: è anche un genere letterario con una sua storia, una sua filologia, una sua trasmissione orale e scritta. Tra i modelli più celebri spicca il Contrasto tra un Fiorentino e un Contadino di Giovacchino Pestelli, un testo che potremmo definire – con una certa libertà – il prototipo del contrasto contemporaneo. La sua diffusione è stata tale da entrare nella memoria collettiva di intere comunità: in Toscana non c’è luogo dove non se ne trovi traccia, citazione, eco. È diventato un vero e proprio archetipo narrativo, paragonabile, per importanza culturale, alla Pia de’ Tolomei nell’immaginario popolare.

Da questo modello hanno attinto molti cantori e riscrittori: il celebre Gino Ceccherini, che incise il suo Contrasto tra un campagnolo e un fiorentino riprendendo temi e battute del Pestelli; oppure Eutonto Buggera, che propone una versione intitolata Contrasto tra un Fiorentino e un Casentinese. Queste varianti, come spesso accade nella tradizione orale, non sono semplici copie: sono riappropriazioni, adattamenti locali, stratificazioni di memoria e di stile.

Quello che segue è dunque più di un testo: è un frammento vivo di cultura popolare, un documento antropologico e letterario che racconta non solo un conflitto tra personaggi, ma anche il modo in cui una comunità costruisce identità, ironia, gerarchie, orgoglio territoriale e capacità di parola.

Illustrazione in bianco e nero di un contadino e un fiorentino che discutono animatamente, con sullo sfondo campi di lavoro e la cupola di Firenze; immagine generata da Copilot in stile Salani.
Il contrasto alle porte di Firenze.

Contrasto tra un Fiorentino e un Contadino

1.
Ero in Firenze per combinazione,
In una Trattoria a desinare,
E vi era in questa dimolte persone,
E un poco stretti ci conviene stare.
Nacque fra due di questi una quistione
Che più di un’ora la fecer durare;
Eran due che sedeano a me vicino,
Un di Firenze e un di Casentino.

2.
– Come tu puzzi! disse il fiorentino
Al campagnolo, e poi la testa inchina;
Mi fai risortir fuori il pane e il vino,
La zuppa, la braciola e la tacchina:
O porco sudicion d’un contadino,
Tu siei più lercio te di una latrina!
Eppure l’acqua a casa ce l’avrai,
Villan fottuto, e non ti lavi mai?

3.
Te con il tanto stropicciar che fai
Con quell’ acqua di crusca e saponetta,
E tutti quegli odori che ti dài
Dai fondamenti per infino in vetta,
Presto la vita tua terminerai,
Non sei più buono a regger la giannetta;
Ti resta appena il fiato per parlare …
Dimmi cosa ti conta il tuo lavare?

4.
S’ io fossi la Giustizia, vorrei fare
Dei contadini tutt’ una brancata,
Ed a Livorno gli vorrei mandare
Al Porto dove giunge ogni fregata,
E gli vorrei buttar dentro nel mare
Per levar questa setta tribolata,
E buttar giù finchè il mar non è pieno
Senza rimorso di coscienza in seno!

5.
Per pietà, fiorentino, parla meno,
Già vedo bene tu hai perso il cervello.
Il contadino lavora il terreno,
Custodisce la pecora e l’agnello,
Poi raccoglie frumento, biada e fieno,
E custodisce il bove ed il vitello;
L’opre del contadino ed il talento
Bastano a prepararti il nutrimento.

6.
Coi contadini io non mi cimento,
Il contadino quando parla pécca:
Ma tasta colla mano sotto il mento,
Fra quella po’ di barba vi è una zecca.
Dài più fastidio dell’inverno il vento;
Guardalo, con la lingua il piatto lecca,
A quella mensa ove mangiato voi
Vi è pecore, majali, vacche e buoi!

7.
Te i contadini biasimar tu vuoi,
Ma dalle spine viene il bel rosaio;
Se leggi il libro degli antichi eroi
Troverai Giotto ch’ era un pecoraio
E pascolava gli animali suoi:
Senza l’ innanzi di Tizio nè Caio
Prese una lastra bianca e poi in quella
Vi fece la pittura di un’agnella.

8.
Guarda quel grullo cosa mi favella!
Di ragionar di Giotto un ti conviene;
Quello che fece lui non si scancella,
Quello che fece lui stà tutto bene.
Natura gli donò la virtù bella,
Non era un mammalucco come tene!
A chi ti paragoni, o montanaro,
Chè non sei bono a dar bere al somaro?

9.
Certo non son capace e non m’ imparo,
Perchè il ciuco non è mia compagnia;
L’ ho trovato oggidì per caso raro,
Perchè son giunto in questa Trattoria;
Oste, la venga quà, prenda il denaro,
Io rendo il posto libero e vo via,
Chè molte miglia devo far di strada …
Dia bere al ciuco quando unn’ ha più biada.

10.
Villan fottuto, contadino, bada,
Se avrò d’accordo gli altri fiorentini
Mi metterò alla porta con la spada,
E proibirò l’ingresso ai contadini,
Segno che voglia e vada come vada,
Sian di piano, di monti o di appennini,
Sian di colline, della costa o valle,
Gli destino i suoi campi, prati e stalle.

11.
Quand’ avrem pien barili, sacchi e balle
D’ogni raccolta che tanto a noi preme,
E quelle pesche colorite, gialle,
D’ogni genere frutta ed ogni seme:
Quei prosciutti, salami e quelle spalle
Tra noi villani mangeremo insieme
Tacchi, piccioni, galletti e pollastre,
E te in Firenze mangerai le lastre!

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