In tristo modo e barbara maniera

La storia che segue è stata composta da Il Pastorello, al secolo Luigi Bisconti, cantastorie attivo tra Ottocento e Novecento e noto per aver dedicato tre poemetti in ottava rima alla storia del santuario di Nostra Signora delle Grazie di Boccadirio a Castiglione dei Pepoli in provincia di Bologna, poemetti che cercheremo a mano a mano di trascrivere e mettere sul sito. La vicenda cui si fa riferimento in queste ventidue ottave è invece un fatto di cronaca accaduto nella seconda metà dell'Ottocento in una località chiama Saievo  che, a detta del Bisconti si trovava all'epoca sul confine tra Italia e Impero Austro-Ungarico. Dove sia la località in questione non è certo ma esiste una piccola località slovena chiamata Sajevče che potrebbe essere il teatro del delitto narrato poiché il toponimo tradotto in italiano sarebbe esattamente Saievo. La storia è interessante sia per il giudizio nazionalista che l'autore esprime sull'esercito austriaco sia per il fatto che un'altra versione in sestine del medesimo fatto veniva cantata nelle campagne toscane. Il testo in sestine è attribuibile a Giuseppe Bracali che lo pubblicò nel 1910 presso lo Stabilimento Tipografico Ducci; e di  questa seconda versione inseriamo alla fine del post la registrazione fatta da Dante PrioreGiovanni Forzini nel 1981.

Storia di una pastorella

1.
Maraviglia non sia se i padri nostri
Raccontan le barbarie ricevute
Quando potean su noi gli austriaci mostri,
Colmi di vizi e privi di virtute ;
Or mi sembra un dover che vi dimostri
Di alcune cose serie e risolute
Seguite là tra gl'itali confini,
Nei paesi che all' Austria son vicini.

2.
Ne han parlato i giornali e i bullettini
E tanto più il Carlino di Bologna,
Di due Soldati perfidi e assassini,
Che a chiamarli così non fo menzogna ;
Ciò che fer quei feroci can mastini
Fa all'esercito austriaco gran vergogna,
Che un tal misfatto orrendo e di terrore
Gnicche mai non lo fe’, nè il Passatore.

3.
Fu in Saievo un onesto genitore
Che si chiamò Gibrandi Severino,
Ed era il suo mestier fare il pastore,
Ed ancora faceva il contadino :
Avea una figlia che pareva un fiore,
Che sembrava un brillante gelsomino...
Dodici anni compia la figlia bella,
Ed anch'essa facea la pastorella.

4.
A pascolar gli armenti andava quella
Di buon'ora e soletta una mattina,
E guidava le pecore e l'agnella
A una foresta sopra la collina ;
Sul mezzodì la vaga bambinella
A una pubblica strada fu vicina,
A seder si posò sulla verdura,
E addormentossi in quella selva oscura.

5.
Oh! trista sorte! oh! ria disavventura !
Due Soldati tedeschi fu passato,
E miraron la bella creatura
Dormir soletta in quel deserto lato;
Arse nel petto lor la voglia impura
Di compiacersi a quel viso rosato,
E a colei si appressorno arditamente
Per sedur quella povera innocente.

6.
Ma la figlia dormia placidamente
Dietro un cespuglio sulla nuda tera,
Sembrava un fior nella stagion ridente
Quando ritorno fa la primavera...
Sorpresa fu da quella mala gente
In tristo modo e barbara maniera ;
Lei si destò e trovandosi assalita
Restò dal gran timore tramortita.

7.
E quei tristi di setta inviperita
Con lei saziaron le sfrenate voglie
Benchè non fosse nell'età compita,
Recando all'infelice acerbe doglie...
Il sangue che scorrea dalla sua vita
Fe’ rosseggiar la terra, l'erba e foglie,
E tanto spasimò dal gran dolore
Che anche alle belve avrebbe mosso il cuore.

8.
Le barbare persone traditore
Lì la lasciorno e ne fuggiron via,
Perchè gli ebbe sorpresi un gran timore
Che passasse qualcun per quella via
E discoprire il suo commesso errore,
La barbaria crudel, la tirannia
Fatta a quella innocente sventurata,
Che smaniava tuttor da disperata.

9.
Fu la madre da lei tanto chiamata,
Ed il padre in soccorso anco chiamava ;
Ma le grida di quella desolata
Gettate al vento, nessun le ascoltava...
Ma le ascoltaron ben la coppia ingrata
E ognun di loro indietro ritornava,
Che a lei dar morte avean fatto consiglio
Per vie meglio nascondere il periglio.

10.
Scusa, amato lettor, se a cantar piglio
Un fatto si terribile e languente
Che le belve neppur col fiero artiglio
Far potean ciò che fe' l'ingrata gente...
Tornaro infatti a quel viso vermiglio,
Che come un'agnellina era innocente:
Stava giacente in un misero stato,
Col bel volto di lacrime rigato.

11.
Giunti a lei con l'acciaro sfoderato
Strinto nel pugno, con la fronte altera,
Uno il crin di colei ebbe afferrato
In tristo modo e barbara maniera...
Aiuto! l'infelice ebbe gridato,
Va con una man la bocca allor gli sêra,
E con quell' altra gli tagliò la gola
Che restò morta, povera figliuola !

12.
Un italiano che per là sen vola,
Che lui andava cercando lavorare,
Volle il destin che tal persona sola
In quei luoghi venisse a capitare;
E sopraggiunto in una montagnola
Rimirò le person di mal' affare...
Le acute grida udì della meschina,
Ed egli ansioso ancora si avvicina.

13.
Mirando quella ria carneficina,
Dal dispiacer gli si rizzò i capelli :
Ma temendo la stessa disciplina
Ardir non ebbe palesarsi a quelli;
Per la via che avea fatto s'incammina
Per non esser veduto da quei felli;
Ma camminando in sè volea l'intento
Di scoprir quel funesto avvenimento.

14.
Quando il viver di lei ebbero spento,
La nascosero e poi fuggiron via,
Percorrendo la strada come il vento
E allontanarsi dalla scena ria ;
Raggiunsero quell'uomo di talento,
L'interrogaron di dove venia;
Risposegli colui senza indugiare:
Sono italiano e cerco lavorare.

15.
Mostra le carte che hai per viaggiare,
Tanto più che sei agl'itali confini...
Diss' ei : Le carte non le ho fatte fare,
Ma mi chiamo Isidoro Sedolini.
Le carte le tenea, non dubitare !
Facea per fregar meglio gli assassini ;
E però imporre si lasciò l'arresto,
Per all'Autorità giunger più presto.

16.
Portaron via quell'uomo assai modesto,
Lo condusser davanti ai superiori,
Interrogato fu di quello e questo
E perchè senza carte andava fuori;
Ma lui le carte presentò ben presto
Per potere evitare i suoi rigori...
E dissegli : Arrestar mi son lasciato
Per poter raccontare il suo reato.

17.
Costoro una fanciulla hanno ammazzato
In un bosco di qui poco lontano,
Ed io di lì passando ebbi osservato
Quell'orrido misfatto ed inumano...
Nel mirar ciò il mio sangue fu sdegnato
Da mostrarmi qual son vero italiano :
Ma pensai se li restavo estinto
Quel rio misfatto non sarìa dipinto.

18.
D'ira e di sdegno il superior fu tinto
Quando tutto il racconto ebbe ascoltato,
Ma non poteva rimaner convinto
Che avesser lor commesso un tal reato;
Perchè il falso dal ver fosse distinto
Vuol che fosse ciascuno esaminato,
Ma nell'esaminar gli fu osservata
D'un di quelli la spada insanguinata.

19.
Tosto una squadra fu colà mandata
Insiem coll'italiano valoroso,
Perchè la verità fosse trovata
Di quel fatto languente e lacrimoso;
Trovorno il corpo della sventurata,
Che dentro ad un cespuglio era nascosto
Tanto straziato fuori di ragione,
Che fece a tutti quanti compassione.

20.
Fu posto i tristi in seria punizione
Quando del tutto rei furon trovati,
E quel misfatto senza paragone
Porta la pena d'esser fucilati,
E privi affatto d'ogni compassione
Per il pessimo oprar da scellerati;
Ma or consideriamo il gran dolore
Della povera madre e il genitore.

21.
Quando intesero il fatto di terrore,
Come era morta l'innocente figlia,
Per trovarla la strada ognun percore
Tutti dolenti e a lacrimose ciglia
Quasi il pianto a color disciolse il cuore
Nel mirarla, e la madre poi la piglia
Stringendo fra le sue le fredde mani,
Per cagion di quei tristi ed inumani.

22.
A voi mi volgo, o giovani italiani,
Che godete virtù, forza e talento,
I tedeschi teneteli lontani
Se il regno lo volete far contento;
Che per le donne son peggio dei cani,
Come lo prova questo avvenimento...
Dove vi son quei baffi di pennecchie,
Non son sicure nè giovani nè vecchie !...

Il testo del Bracale

Il testo del Bracali cantato da Giovanni Forzini.

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