Befanata e Zinganetta

befanata e zinganetta

del teatro popolare

[...]altra cosa è la Befana che si andava a cercare i fichi e noce alle case, di notte! Si chiamava: le Maschere della Befana: facevan delle buffonate basta (...). I' poero Angiolo d'i' Bacci faceva l'orso; e aveva fatto due stampelline corte cosi e faceva l'orso camminava con quelle, e lo menavino co' una collana."

Pietro Bonchi, informatore di Dante Priore

Ritualità del carnevale

Befanata e Zinganetta si sono svolte nel Valdarno superiore (aretino e fiorentino) fino ai primi anni successivi alla seconda guerra mondiale. Si tratta di manifestazioni di teatro popolare legate al carnevale: la befanata lo iniziava, svolgendosi nella notte a cavallo tra il 5 e il 6 gennaio, mentre la zinganetta lo «accompagnava» per l'intero suo corso dal momento che veniva messa in scena durante tutto il periodo carnevalesco e più frequentemente per carnevalino (domenica precedente il martedì grasso). Ne parliamo insieme perché le due manifestazioni sono vicine non solo per il tempo nel quale si situano ma anche per la loro somiglianza formale almeno per quanto riguarda la parte drammatica che prevede testi scritti secondo il metro zingaresco ovverosia strofe di 2 settenari e un endecasillabo con rima al mezzo e la cui parte finale rima con la strofa successiva:

Io scendo appunto adesso
Dal cerchio della luna
E porto la fortuna a voi mortali

Ho visto cose tali
In quel mondo novello,
Quanto di qua è più bello ed uniforme!

Anche i personaggi erano più o meno gli stessi e spesso derivavano dalla commedia dell'arte fatta salva, naturalmente, la befana. Talvolta i nomi delle due pratiche si confondevano e più di un testimone chiama zinganetta la parte drammatica della befanata.

La befanata

Nell’immaginario collettivo la Befana è una vecchia goffa, vestita di cenci, dallo sguardo non troppo benevolo che, passando di casa in casa, reca buon auspicio per l’anno nuovo, lascia doni e chiede a sua volta un obolo rappresentato da frutta secca, fieno per l’asinello, legna per ravvivare il fuoco nel camino della casa visitata. Fino al secondo dopoguerra superava, nel sentire popolare, il Natale il quale era riconosciuto come importante festa religiosa e nulla più, mentre era proprio durante la notte dell’Epifania che si ripeteva un rito ancestrale lontano nei secoli ma sempre presente nel sentire comune. La Befana, o la vecchia, che con la sua compagnia visitava le case del paese si presentava sempre con il proprio marito, o il vecchio e con una giovane figliola alla quale bisognava trovare un po’ di dote perché si potesse sposare e sposandosi potesse “proliferare”. Si tratta di una semplice simbologia: il matrimonio e la sua fecondità rappresentano la fertilità della terra.
La tradizione, antichissima e legata alla ritualità pagana, si è modificata nel tempo come ogni manifestazione che si rispetti; ma è possibile pensare che una forte influenza sull’antico rito fu esercitata dalla chiesa cattolica che dopo il Concilio di Trento (1563) cominciò a curarsi in maniera “particolare” delle campagne nelle quali erano sopravvissuti riti pagani legati alle primitive religioni animistiche. Questo potrebbe spiegare il tenore teologico di certi canti beneaugurali tramandati a memoria in Valdarno e l’assimilazione del peregrinare della befana al viaggio dei Magi verso la capanna di Betlemme e la promiscuità tra sacro e profano nella befanata.

Goro si raccomanda al dottore, scena da "la zingana del Fagioli.

In Valdarno la befanata si svolgeva nella medesima maniera in tutte le zone: un gruppo di uomini si mascheravano secondo i vari personaggi e accompagnati da un poeta, che non si travestiva e da un suonatore, giravano nelle famiglie per salutare, augurare un buon anno e questuare un po’ di uova, picce (i fichi secchi con dentro gli anici), noci o altri alimenti disponibili nelle case contadine. Il rito era semplice: davanti alla porta di casa il poeta chiedeva, improvvisando ottave, di fare entrare la compagnia della quale si faceva garante; una volta entrati i “befani” intonavano un canto beneaugurale e successivamente inscenavano un'azione teatrale nella quale si cercava la dote per organizzare lo sposalizio della figlia dei vecchi.

Pe' la befana praticamente prencipiava i' Carnevale, ecco, e allora tutti gli anni qualche cosa si faceva. Però questa ci sembrò a noi una cosa fatta più in grande, e si durò tre giorni, mi pare, lì prima della befana. (...) Si fece " La Donna Partoriente", "i' Dottore", "il Neguse".... forse fu nel '36, a regola, perché la guerra d'Africa fu nel '36..., e allora si fece "il Neguse". Ora io non recitavo niente, solamente ero vestito da Vecchio, e dopo, a ballare, io ballavo; "Madonna come balla bene questo Vecchio!", facevano, no?, quelle ragazze. E l'ultima sera, il cinque, mi pare, e' s'andò a Solata: con la neve fino al ginocchi, con li zoccoli in piedi; e' s'andò a Solata, si fece tutto il giro delle case, e chi ci dava i fichi secchi, chi ci dava l'arancio, la mela, e le castagne secche: a quel tempi, cosi: si raccoglieva qualche cosa, qualche ventino: a que' tempi c'era i ventini (=monete in nikel da 20 centesimi) si principiò a ballare, lassù. (...) E questa befana era imperniata su un motivo di zinganetta, come dice lei, no?... dunque allora c'era "La Donna Partoriente": e! si mise li per terra, e gli prese i dolori, noi,... e allora c'era anche l'infermiere, chi faceva la parte dell'infermiere..., disse:

-I' figliolo è attraverso
e di fàllo 'un c'è verso!
Bisogna andare a Caserta
a chiamàllo i' professor Aronne,
quello che è tanto bravo
per visità le donne !

ed era i' mio padre, i mio povero padre ...; e allora gli tirarono fuori due o tre ragazzi e gni ciavevano messo i rapi, no? (...) e gni avevano fatto la pancia in quella maniera!...

(Testimonianza di Vasco Morini, registrata da Dante Priore il 12/05/1985)

D’un tratto la vecchia, come ultima scenetta, si accasciava al suolo moribonda, a quel punto il vecchio disperato cominciava a pregare i presenti perché facessero qualcosa per la sua povera moglie che dopo un po’ di preghiere con un poco di vino si rimetteva in forze principiando un ballo col vecchio e coinvolgendo a mano mano tutta la famiglia. Terminato il ballo i befani raccoglievano le offerte in un canestro (crine) acconciato per l’occasione e il poeta intonava qualche ottava di ringraziamento. Da quel momento cominciava nella casa il carnevale. Quella stessa notte i bambini della casa avrebbero preparato vicino al camino un po’ di fieno e un fastellino di legna per la “vera” befana che si sarebbe fermata un momento per rifocillare il proprio asino e per scaldarsi un po’. Un testimonianza in tal senso la fornisce Giuliano Pagliazzi, nato a Cafaggio presso Le Corti nel Comune di Cavriglia nel 1925, che nelle sue memorie scrive:

«la Befana era una vecchina che arrivava con un barroccino carico di regali tirato da un asinello, scendeva, calando dal camino, nelle case di tutti i bambini buoni lasciando i regali, poi si scaldava con la legna e prendeva il fieno per il suo asinello”. Per aspettare la Befana qualche giorno prima si andava alle Querci del Grillo - conosciuto come i Quercioni - a fare dei fastellini di rami secchi o scope che venivano chiamati “i fastellini della Befana”».

(G. Pagliazzi, Memorie, a cura di E. Polverini, EBS Print, MIlano 2016)

La befanata oggi

La befanata in Valdarno è stata ripresa dal Gruppo Folk Arcobaleno di Pergine Valdarno che ha rimesso in piedi una piccola compagnia con tutti i personaggi. Naturalmente il lavoro è complesso perché bisogna ridefinire la situazione con le persone che assistono alle befanate quasi del tutto incomprensibili agli spettatori moderni, che dunque non compartecipano al rito ma lo subiscono passivamente.
Nel resto della Toscana la tradizione della befanata resta molto attiva specialmente nelle montagne della provincia dio Lucca; nella Toscana meridionale, in alcuni comuni del Casentino coi Vecchioni di Montemignaio, i Vecchioni di Cetica (comune di Castel San Niccolò), La cenavecchia di Badia Prataglia (Comune di Poppi); nei comuni di Caprese Michelangelo e Pieve Santo Stefano; in tuto l'appennino Toscoromagnolo e Toscomarchigiano dove la si incontra con il nome di Pasquella.

La zinganetta

La zinganetta è una vera e propria performance teatrale curata nei costumi e nel testo. Si rappresentava nel periodo di carnevale nelle grandi cucine delle coloniche, nelle aie o in qualche posto particolarmente idoneo. Anche la zinganetta aveva una funzione scaramantica e di buon augurio per per l'anno che era appena cominciato. Il testo veniva acquistato, o scritto a veglia, dalla «compagnia» che si formava per l'occasione e che era composta da soli uomini. Non c'era scenografia e prima della rappresentazione, negli intervalli e alla fine il poeta improvvisava delle ottave per raccogliere le offerte necessarie a far fronte alle spese per il noleggio dei costumi e per l'acquisto del testo. Solitamente si «associavano» alla compagnia persone che pur non recitando anticipavano i denari occorrenti, costruivano all'occasione un palcoscenico con le assi di legno e accompagnavano gli attori nelle varie repliche.
La zinganetta deriva il suo nome dalla figura della Zingara che originariamente era il personaggio principale della rappresentazione e che con il tempo è sparita dalla scena. Della zinganetta di Rignano Sull'Arno (FI) ne dà testimonianza Ardengo Soffici:

Il più cospicuo ed importante di essi era senza dubbio la rappresentazione che si dava, ora in uno, ora in un altro paese della Toscana, di una sorta di commedie o di drammi rustici detti, dove bruscelli, dove zinganette e che si svolgevano in tempo di carnevale, all’aperto, sopra un palco improvvisato con abetelle, piane e tavole di quelle che i muratori adoperano per i loro ponti. Uno di tali spettacoli si aveva annualmente anche al Bombone, e da noi si chiamava zinganetta. All’approssimarsi del carnevale alcuni giovanotti tra i meno agresti del paese si mettevano d’accordo formando come una compagnia teatrale, e sotto la guida di uno di loro, certo Gigi Battaglini, una specie di poeta estemporaneo amante di letture e scritture, il quale s’incaricava anche di scegliere e procurarsi non so come il libretto del testo, cominciavano a preparar lo spettacolo che doveva aver luogo negli ultimi giorni della settimana grassa […]. Si trattava, per quanto riguarda l’ultima zinganetta cui assistetti, di una maniera di commedia primitiva degenerata in forme settecentesche da Commedia dell’Arte, di trama complicatissima e di argomento piscatorio, sebbene i personaggi si chiamassero, come nelle commedie di ogni altro genere, Rosaura, Arlecchino, il Dottore, il Capitano, la Vecchia e vi figurasse anche il Notaro per il finale contratto di matrimonio. Essa s’iniziava con una cantata evocativa e propiziatoria in forma di prologo eseguita dalla Zinganetta, personaggio allegorico, la parte del quale era sostenuta, appunto dal nostro Battaglini.

(M. E. Giusti, Teatro popolare: arte, tradizione, patrimonio, Pacini, Pisa, 2017)

In Valdarno la zinganetta si rappresentava ovunque, in certe zone veniva chiamata Zingana ma la sostanza non cambiava. L'argomento era quasi sempre matrimoniale ma certe volte si provvedeva a scrivere testi specifici per occasioni speciali come per esempio la zinganetta composta da Santi Bigi, detto il Bruco, di Terranuova Bracciolini, nell'immediato dopoguerra sulla nascita e la morte del fascismo. La zinganetta in questione fu rappresentata in diverse località:

I' Bruco aveva tirato giù certe cose ma in certe rime non tornava bene, e sicché ci siamo riuniti io e lui una sera ... più di una sera via ... e s'è cercato di appropiare le rime. [...] Io facevo più di una parte: quiando mancava qualcuno, lo rimpiazzavo io, ... e poi io e Mazzetta si faceva l'introduzione. [...] Dopo i' fronte io mi ricordo quando s'andò a Santa Barbera: manca poco che ne busco io, eh! C'era stata una tragedia di morti: insomma arrivò uno, Madonna!, aveva un palo, montò su: dovèttino tenello! Io l'agguantai per lo stomaco, e insomma lo buttai di sotto a i' palco, eh! se no ne busco.

(Testimonianza di Giuseppe Badii, registrata da Dante Priore il 6/10/1995)

Al termine della zinganetta era consuetudine trattenersi per una veglia a ballo e alla fine delle repliche, coi denari raccolti al netto delle spese veniva organizzato un lauto banchetto. Negli ultimi anni le rappresentazioni si spostarono dalle case ai teatrini di pese e dal periodo carnevalesco a quello estivo nelle aie dove si batteva il grano.

Il "quaderno" della biblioteca di Terranuova Bracciolini scritto da Dante Priore

Anche la zinganetta aveva la sua parte cerimoniale presieduta dal poeta estemporaneo che in ottave faceva il resoconto dell'anno passato e auspicava fortuna e prosperità per l'anno nuovo. Sempre il poeta estemporaneo aveva il compito durante gli'intervalli di chiedere ai presenti un'offerta per la compagnia. Quando non era disponibile un poeta le ottave venivano preparate prima e memorizzate.

Sapete chi son io faccio il ruffiano
se qua ci fosse delle signorine
che il fidanzato l'avessan lontano
io saprei certo tenerle vicine
basta che il tempo non si sprechi invano
son contento mi dian qualcosa al fine
e le assicuro se il conto mi torna
non guardo né ai becchi né alle corna.

(Ottave di questua di Zanni alla fine dell'atto primo. Tratta dalla Zinganetta di Vacchereccia.)

Se si bada a canta' ci si soggiorna
io mi rivolgo a questa grata udienza
partiamo in furia e presto si ritorna
se avrete due minuti di pazienza
prima verrà poi il mago con le corna
un omo astuto e pien di prepotenza
vi dirrà le prodezze che gli ha fatto
e sarà quello che principia l'atto.

(Ottava di introduzione al secondo atto di Stenterello. Tratta dalla Zinganetta di Vacchereccia.)

La zinganetta oggi

Oggi la zinganetta viene rappresentata in Valdisieve dall'associazione La Leggera e viene usata come forma teatrale popolare da Marco Betti e Lorenzo Michelini per lavorare con le scolaresche sulle forme espressive della tradizione popolare.
A tale proposito alleghiamo il testo della "Zinganetta di Dante" sulla divina commedia messa in scena con la classe II D della scuola secondaria di primo grado dell'istituto comprensivo Giovanni XXIII di Terranuova Bracciolini nell'anno scolastico 2018-2019.
A questo link è invece possibile vedere alcune fotografie della Zingana d'i' Fagioli messa in scena dall'associazione La Leggera.

Bibliografia minima

Naturalmente questa pagina è solo un'infarinatura delle due manifestazioni carnevalesche sulle quali molto ci sarebbe da dire che non si è detto. La bibliografia che segue è un punto di partenza per tutti coloro che volessero approfondire l'argomento.

Beduschi, L. (1982). La vecchia di mezza quaresima. La ricerca folklorica, 37-46.
Clemente, P. (1982). I canti di questua: riflessioni su una esperienza in Toscana. La ricerca folklorica, 101-105.
Giusti, M. E. (2017) Etnografia sul teatro dei Maggi. Un bilancio degli ultimi 30 anni.
Priore, D., & Malcapi, C. (1978). Canti popolari della valle dell'Arno. Libreria editrice fiorentina.
Bonaccorsi, A. (1935). IL TEATRO DELLE CAMPAGNE TOSCANE" LA ZINGANETTA „. Lares, 6(1/2), 40-45.
Fresta, M., & PRIORE, D. (2014). DANTE PRIORE, RICERCATORE. Lares, 80(2), 363-382.
Baronti, N. (2011). Prima parte: La Befanata. Prima parte: La Befanata, 23-92.
Rossi, A. (1966). FOLKLORE GARFAGNINO: LA BEFANATA. Lares, 32(3/4), 155-163.
Priore, D. (1985) La befanata e la zinganetta nel Valdarno Superiore., I quaderni della biblioteca, Terranuova Bracciolini.