La metrica italiana

[...]

– Dammi una poesia! –
Così, come un confetto,
mi chiedi… E t’hanno detto
che sia?… Non sai che sia!

Che sia, come va fatto
il dono che vorresti,
ti spiegherò con questi
dischi di cioccolatto.

Due volte quattro metti
undici dischi in fila
(già dolce si profila
sonetto dei sonetti).

Due volte tre componi
undici dischi alfine
(compiute in versi “buoni”
quartine ecco e terzine).

Color vari di rime
(tu ridi e n’hai ben onde)
poni: terze e seconde
concordi, ultime e prime.

[...]

(da "Dolci rime" di G. Gozzano)

Appunti di metrica italiana

numerosi testi che ci vengono spediti hanno quasi sempre il difetto di essere smetricati, cioè non conformi alle regole della metrica. Questo difetto rende i testi cacofonici, e dunque sgradevoli, alla lettura e del tutto inadatti al canto tradizionale. Verosimilmente ciò è da imputarsi al fatto che si è persa l'abitudine di cantare in ambito domestico e dunque le nuove generazioni crescono senza sviluppare un'adeguata capacità di ascolto della poesia. La metrica in fondo la si può definire la grammatica del poeta; è ritmo puro che non può essere scritto senza seguire delle determinate regole, dettate dalla tradizione e non da studi fatti a tavolino, che non può essere letto senza conoscerne la musicalità. Per comporre poesia ci vuole orecchio prima ancora che fantasia, conoscenza e sentimento.

Proveremo in questa pagina a scrivere le regole basilari della metrica e della poesia; non sarà uno scritto esaustivo perché la materia è molto ampia e complessa e merita spazi più ampi e migliori di questo. [⇑]

Il testo poetico

I testi poetici si distinguono dai testi in prosa non per il contenuto, che può essere il medesimo, ma per la forma esteriore e per la cadenza ritmica: le poesie sono infatti strutturate in versi che possono essere organizzati in strofe o restare sciolti da qualsiasi legame precostituito, e sono caratterizzate da una particolare e sempre varia cadenza musicale (il ritmo) che dipende dalla lunghezza e dalla distribuzione dei versi, dalla posizione degli accenti e da altri elementi sonori come la rima, l’assonanza ecc. [⇑]

Il verso

Il verso è un insieme di parole caratterizzate da una regolata successione di sillabe accentate e di sillabe non accentate e dalla presenza di una pausa principale alla fine del verso medesimo e da una o più pause interne, dette cesure.
Il verso è il primo, ma non l’unico, elemento che caratterizza il testo poetico anche da un punto di vista ottico; la maggiore o minor brevità delle righe, che rarissimamente raggiungono il margine destro del foglio, e l’abbondanza di spazi bianchi diventano una componente essenziale del testo e contribuiscono non poco a creare l’effetto poesia. Esistono molteplici tipi di verso nella metrica italiana i quali si distinguono ed assumono il nome in base al numero di sillabe che li compongono. Nei testi della nostra tradizione sono stati utilizzati versi che contengono da due a undici sillabe. [⇑]

Le sillabe metriche

La sillaba è un fonema o una sequenza di fonemi che si possono articolare in modo autonomo e compiuto mediante una sola emissione di voce; essa costituisce la più piccola combinazione fonetica nella quale una parola possa essere divisa ed è nel medesimo tempo il fondamento di ogni raggruppamento di fonemi in parole. Noi sfruttiamo la divisione in sillabe ogni qualvolta siamo costretti, scrivendo, a spezzare una parola per andare a capo del rigo successivo; a scuola ci hanno insegnato come dividere in sillabe le parole secondo le regole della grammatica: una sillaba contiene almeno una vocale che può essere sola (è; e-sco; a-man-te) o preceduta da una o più consonanti (fi-la-stroc-ca; pre-scin-de-re) o seguita da una sola consonante (al-to; ma-gro). Una sillaba può essere composta anche da due o tre vocali che formano il dittongo e il trittongo. L’italiano distingue le vocali in vocali deboli (i - u) e vocali forti (a - e - o).

Il dittongo è costituito dall’incontro di una vocale debole non accentata con una vocale forte accentata (giac-ca; pue-ri-le; feu-do) oppure dall’incontro di due vocali deboli (fiu-to; riu-sci-ta). Tuttavia questa regola non è sempre valida: quando si incontrano una vocale forte non accentata e una vocale debole accentata non si ha dittongo ma iato (pa-e-se; ar-mo-ni-a). Quando ad unirsi sono due vocali deboli e una forte si ha il trittongo (a-iuo-la; guai; buoi)

Ogni parola ha una sillaba detta sillaba tonica che non è altro che la sillaba nella quale la voce si appoggia per la corretta pronuncia della parola. Possiamo anche dire che è la sillaba sulla quale cade l’accento della parola:
Esempio:
Ca-pi-ta-no; Ca-pi-ta-no; Ca-pi-ta-

In base alla posizione della sillaba tonica le parole si dividono in:

  • Parole tronche, o ossitone, nelle quali l'accento cade sull'ultima sillaba (vice, parle, maragià, ecc.)
  • Parole piane, o parossitone, nelle quali l'accento cade sulla penultima sillaba (sillaba, poeta, testa, precipitevolissimevolmente, ecc.)
  • Parole sdrucciole, o proparossitone, nelle quali l'accento cade sulla terzultima sillaba (Tavolo, Sterile, Miracolo, ecc.)
  • Parole bisdrucciole, nelle quali l'accento cade sulla quartultima sillaba (Fabbricano, Scaricalo, Cospargitelo,ecc.)

Anche il verso italiano si divide in sillabe e contiene degli accenti; tuttavia la divisione metrica di un verso segue delle norme un po’ particolari:

  1. Una sillaba tronca in fine verso vale per due sillabe.
  2. Nei versi terminanti per parola sdrucciola o bisdrucciola le sillabe eccedenti la sillaba tonica dell’ultima parola valgono per una sola sillaba.
  3. Quando una parola finisce per vocale e la successiva inizia per vocale si ha generalmente la fusione delle due vocali in una sola sillaba. Questo fenomeno si chiama sinalefe.
  4. Quando una parola termina per vocale accentata e la successiva inizia per vocale, o per vocale accentata, le due vocali vengono pronunciate separatamente e computate come due sillabe. Questo fenomeno si chiama dialefe.
  5. Quando all’interno di una parola due vocali si trovano una di seguito all’altra possono essere considerate un’unica sillaba anche se non formano dittongo. Questo fenomeno si chiama sineresi.
  6. Quando all’interno di una parola due vocali si trovano una di seguito all’altra possono essere considerate come due sillabe distinte anche se formano dittongo. Questo fenomeno si chiama dieresi e si usa segnalarlo apponendo due punti sulla prima delle due vocali. [⇑]

I versi seguenti sono tutti endecasillabi: i numeri arabi indicano la posizione delle 11 sillabe componenti il verso.

Tipologia dei versi

Nello spiegare le sillabe grammaticali e le sillabe metriche abbiamo più volte parlato di accento, questo perché immancabilmente ogni verso italiano ha un accento costante sull’ultima parola che ne determina una prima classificazione: avremo perciò versi tronchi, piani, sdruccioli e bisdruccioli rispettivamente (nel caso degli endecasillabi) di 10, 11, 12 e 13 sillabe. Ma i quattro versi in questione avranno sempre e comunque l’ultimo accento sulla decima posizione. Analogo ragionamento si può fare per i versi ottonari (7, 8, 9, 10 sillabe) che avranno sempre e comunque l’ultimo accento sulla settima posizione e ciò è valevole, ovviamente, per tutti gli altri versi.

Oltre all’accento dell’ultima parola nel verso ci sono altri accenti ritmici che, tuttavia, non sempre corrispondono (ad eccezione dell’accento tonico dell’ultima parola) con gli accenti tonici delle parole.
Gli accenti ritmici si definiscono ictus e si distinguono in ictus primari e ictus secondari.

Gli ictus si collocano in posizione fissa nei versi parisillabi (binari, quaternari, senari, ottonari e decasillabi) e in posizione mobile nei versi imparisillabi (settenario ed endecasillabo). Fanno eccezione i versi ternario, quinario e novenario che, ancorché imparisillabi, hanno gl’ictus in posizione fissa. [⇑]

Versi composti

Con l’endecasillabo si chiudono i versi classici della tradizione italiana la quale, tuttavia, annovera anche versi più lunghi di undici sillabe che vengono definiti versi composti dal momento che sono versi ottenuti dalla fusione di due o più versi classici. Per ottenere un buon andamento ritmico coi versi composti è fondamentale che i semiversi siano metricamente impeccabili. 

Ecco alcuni esempi:
Corre in cielo, / la gran nube / di pensieri (12 sillabe: 4+4+4)

E, come allora, / scompaiono cantando (12 sillabe: 5+7)

Portami il girasole / ch’io lo trapianti (12 sillabe: 7+5)
nel mio terreno bruciato / dal salino (12 sillabe; 8+4)

I poeti “classici” hanno comunque usato nella loro produzione i versi doppi:

Il doppio senario:
Dagli atrii muscosi / dai fori cadenti
Dai boschi, dall’arse / fucine stridenti.

Il doppio settenario (o verso martelliano o verso alessandrino):
Forse un mattino andando / in un’aria di vetro

Il doppio ottonario:
Sulla strada d’improvviso / la paura mi assalì

Non è brutto utilizzare versi composti nel tentativo di ricercare ritmi e suoni evocativi ma bisogna sempre rammentare che i semiversi debbono essere metricamente ineccepibili e che la combinazione degli stessi è tanto difficoltosa quanto incombente è il pericolo che il lettore (o l’ascoltatore) percepisca il testo poetico come una prosa. [⇑]

Versi sciolti e liberi

I versi sciolti sono versi tradizionali (endecasillabi, ottonari ecc. ecc.) che non seguono schema di rime. I versi liberi sono versi che non seguono alcuna regola di versificazione: pur parendo i più semplici da usare sono e rimangono i più complessi: affinché appaiano all’orecchio come versi poetici bisogna molto lavorare sulla musicalità e sul ritmo. [⇑]

La rima

Si definisce rima l’identità di suono dopo l’accento tonico tra due parole generalmente poste in fondo al verso. Rimano tra loro Calore e signore, sbarra e chitarra, bilico e basilico. Le rime sono tanto più ricche quanto più è estesa l’identità di suono così ginnastica e plastica sono una rima più ricca di sole e mole; la ricchezza della rima è influenzata anche dall’identità della lettera che precede la vocale accentata che si definisce, in base al tipo, vocale o consonante d’appoggio: mense e immense, suono e buono, lontano e ontano. La rima concorre più dell’accento ritmico nel dare rilievo a un verso e la sua presenza è talmente forte da porre in secondo piano gli accenti ritmici. 

Si dicono rime imperfette o assonanze le parziali identità di suono tra due parole: generalmente due parole in assonanza hanno le medesime vocali a partire dalla vocale accentata e consonanti diverse (ragione - sapore; sega - tela). L’assonanza si dice atona quando cambia la vocale accentata e resta invariata, appunto, la vocale atona (coltello - pappagallo). Esiste anche l’assonanza consonantica o consonanza quando, dopo la vocale accentata, mutano le vocali e restano invariate le consonanti (perfetti - strambotto).

I poeti italiani si sono avvalsi negli anni di diversi schemi per porre le rime all’interno dei loro componimenti; essi sono:

Rima baciata 

Si verifica quando due versi consecutivi rimano tra loro. Lo schema è: AA.
O cavallina, cavallina storna
Che portavi colui che non ritorna. (G. Pascoli);

 

Rima alternata

Si verifica quando i versi pari e i versi dispari di una strofa rimano tra loro. Lo schema è: ABAB.
Un dì, s'io non andrò sempre fuggendo
di gente in gente, mi vedrai seduto
su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
il fior de' tuoi gentili anni caduto. (U. Foscolo);

Rima incrociata o chiusa 

Si verifica quando a rimare sono il primo verso con il quarto e il secondo con il terzo. Lo schema è ABBA.
Ho per amico un bell’originale
commesso farmacista. Mi conforta
col ragionarmi della sposa, morta
priva di nozze del mio stesso male. (G. Gozzano)

Rima incatenata 

Si verifica quando la rima centrale “unisce” altri versi delle strofe seguenti; le terzine dantesche ne sono un esempio. Lo schema è: ABA BCB.
Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinnova la paura! (D. alighieri);

Rima invertita o riflessa 

Si verifica quando le rime si susseguono in ordine inverso. Lo schema è: ABCCBA o ABCD CDBA;
L’esempio più preciso e più discreto A
Lo scrivo di mia mano e su due piedi. B
Lo faccio per amor della poesia C
senza appellarmi alla filologia C
e senza troppi fronzoli e corredi B
per rendere ‘sto testo più concreto. A

 

Rima interna e rima al mezzo

Si verifica quando la parola finale di un verso rima con una parola interna del verso successivo. Se la rima interna cade sulla cesura naturale del verso si chiama rima al mezzo.
Soccorri alla mia guerra
ben chi’i’ sia terra e tu del ciel regina:
Volgi al mio dubbio stato
Che acconsigliato a te ven per consiglio. (F. Petrarca);

 

Rima equivoca 

Si verifica quando rimano tra loro due parole omografe, e col medesimo accento tonico, ma con significato diverso.
Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui per passare,
più lieve legno conven che ti porti. (D. Alighieri);

 

Rima ipermetra 

Si verifica quando una parola piana rima con una parola sdrucciola e la sillaba eccedente viene contata nel verso successivo oppure elisa.
È quella infinita tempesta
finita in un rivo canoro.
Dei fulmini fragili restano
cirri di porpora e d’oro. (G. Pascoli)[⇑]

La strofa

Si definisce strofa un raggruppamento di versi sia sciolti sia seguenti un sistema ordinato di rime. Le strofe assumono il nome dal numero di versi che le compongono.

Distico (o duina)

È un raggruppamento di due versi a rima baciata;

Terzina

È un raggruppamento di tre versi generalmente a rima incatenata (ABA) rarissimamente a rima baciata (AAA).
Si usa la terzina anche nella terza rima o rima dantesca. La terza rima presenta una sequenza di rime incatenate secondo lo schema ABA BCB CDC … YZY Z; è stata utilizzata da Dante nella Commedia e da altri poeti che l’hanno adoperata in poemetti e in combinazione con altre strofe poetiche. La particolarità della terza rima è la semplicità colla quale si possono incatenare le strofe che pur rimanendo unità a sé stanti si fondono tra loro in una continuità ritmica che nessun’altra strofa poetica consente di ottenere. Naturalmente l’ultimo verso isolato al termine del componimento, che rima col verso centrale dell’ultima terzina, serve a dare riposo al testo e ne determina inequivocabilmente il termine. 

Quartina

È un raggruppamento di quattro versi che può seguire i seguenti schemi di rime: ABAB; ABBA; ABBC; AAAB (sirventese). 

Quintina

È un raggruppamento di cinque versi. Rarissima da trovare ed è generalente costituita o da due distici inframezzati da una specie di volta (AABCC) o da una quartina terminante con un quinto verso che può rimare col primo verso della quartina (ABABA) o non rimare con nessuno di essi (ABABC) o rimare col primo della quartina successiva (ABABC CDCDE ecc).
Si può parlare di quinta rima allorquando le quintine s’incatenano tra loro attraverso la volta (ABCAB CDECD EFGEF … XYZXY Z; o anche AABAA BBCBB CCDCC … YYZYY Z).

Sestina

è un raggruppamento di sei versi. Generalmente si uniscono una quartina a rima alternata a un distico (ABABCC) ma non è infrequente imbattersi in sestine a rima alternata (ABABAB) o a rima incrociata (ABBAAB) o a rima riflessa (ABCCBA).

Ottava (o ottava rima)

È la strofa narrativa per eccellenza; composta da una sestina a rima alternata e da un distico a rima baciata (ABABABCC) è la stanza poetica utilizzata dai grandi poeti italiani per la stesura dei loro poemi (il Filostrato, il Morgante, L’Orlando Innamorato ecc.).
Viene ancora oggi utilizzata dai poeti estemporanei che improvvisano i loro versi utilizzando l’ottava come strofa di riferimento. [⇑]

Generi e forme della poesia

Si possono distinguere due grandi generi nella tradizione poetica italiana: la poesia lirica e la poesia narrativa alle quali la tradizione ha “abbinato” forme metriche definite allo scopo di orientare il fruitore: ad una determinata forma corrisponde un determinato genere che orienta il lettore ad aspettarsi un certo tema espresso con un certo linguaggio.

Nella notazione dei versi utilizzeremo le lettere per indicare la corrispondenza delle rime (a lettera uguale corrisponde rima uguale): le lettere maiuscole indicano versi endecasillabi le lettere minuscole, salvo diversa indicazione, indicano versi settenari.

Es: A B c a b5 A significa che i versi 1,2 e 6 sono endecasillabi e che il quarto rima col primo e col sesto; che i versi 3 e 4 sono settenari; che il quinto è un quinario e rima col secondo. Allo stesso modo indicheremo con A AI due versi in assonanza. [⇑]

Le forme della poesia narrativa.

Terzina

Oltre alla Commedia di Dante se ne hanno molti esempi nella poesia italiana.

Dov’era l’ombra, or sé la quercia spande A
morta, né più coi turbini tenzona. B
La gente dice: Or vedo: era pur grande! A

Pendono qua e là dalla corona B
i nidietti della primavera. C
Dice la gente: Or vedo: era pur buona! B

Ognuno loda, ognuno taglia. A sera C
ognuno col suo grave fascio va. D
Nell’aria un pianto … d’una capinera C

che cerca un nido che non troverà. (G. Pascoli)

Ottava

Inventata da Boccaccio, o da questi utilizzata per la prima volta, è diventata il metro narrativo della poesia italiana. È costituita da otto versi endecasillabi.

Piacciavi, generosa Erculea prole, A
ornamento e splendor del secol nostro, B
Ippolito, aggradir questo che vuole A
e darvi sol può l'umil servo vostro. B
Quel ch'io vi debbo, posso di parole A
pagare in parte e d'opera d'inchiostro; B
né che poco io vi dia da imputar sono, C
che quanto io posso dar, tutto vi dono. C (L. Ariosto)

Sirventese

Dante lo relega nelle forme metriche senza leggi né regole.
Era un genere giullaresco che definiva molte forme metriche ancorché destinate al canto ma non appartenenti alla lirica illustre, (canzone, sonetto, ballata) e di appannaggio popolare (laude, canzonette d’amore ecc.), oppure di componimenti di carattere morale, didattico o narrativo. Il più conosciuto è il sirventese caudato che consta di strofe formate da versi lunghi tutti rimanti tra loro e un verso più breve che può o meno rimare col primo verso della strofa successiva. Generalmente sono tre versi endecasillabi (ma potrebbero essere pure ottonari o novenari) e un verso settenario (o quaternario o quinario) finale. AAAb BBBc CCCd ecc.

Altissimo Dio padre, re de gloria, A
priegote che me di’ senno e memoria A
che possa contare una bella istoria A
de recordança. b5

Del guasto de Bologna se comença B
como perdé la força e la potença B
e lo gram senno cum la provedença B
ch’aver solea. c5 (Anonimo, 1280 ca)

Altra forma interessante, ma più rara, di sirventese è quella bicaudata che presenta uno schema metrico analogo al semplice sirventese ma con due code: AAAbAb. [⇑]

Le forme della poesia lirica.

Il sonetto

È senza dubbio alcuno il sonetto la prima forma metrica che ognuno si figura quando sente parlare di poesia. Il termine sonetto deriva dal provenzale sonet e definisce una composizione destinata al canto o una composizione minore rispetto alla canzone. Sarebbe oltremodo interessante trattare compiutamente di questa forma poetica che tanto successo ha avuto tra i poeti italiani (e non solo) dalla sua nascita fino ai nostri giorni; tuttavia ci limiteremo a dire che il sonetto è composto da quattordici versi endecasillabi variamente rimati.
Modernamente la prima parte del sonetto si dice ottava o anche ottetto (per evitare la confusione con l’ottava rima) oppure fronte per analogia con la prima parte della stanza della canzone; la seconda parte si dice sestina o sestetto (sempre per evitare omonimie e fraintendimenti) o anche sirma per analogia con la seconda parte della stanza della canzone. Alcuni studiosi propendono per definire il sonetto come stanza “isolata” di canzone altri non lo riconoscono come una forma musicale non è tuttavia questa la sede appropriata per approfondire questo interessantissimo dibattito accademico.

Il sonetto semplice

Si tratta di un sonetto di quattordici versi endecasillabi che ha schemi di rime raggruppabili in quattro specie.

  • ABABABAB CDE CDE  usato da Giacomo da Lentini

Feruto sono isvarïatamente:
amore ma feruto or per che cosa?
Cad io vi saccia dir lo convenente
di quell[i] che del trovar non ànno posa:
ca dicono in lor ditto spessamente
c’amore à deïtate in sé inclosa;
ed io sì dico che non è neiente,
ca più d’un dio non è né essere osa.

E chi lo mi volesse contastare,
io li l[o] mostreria per [q]uia e quanto,
come non è più d’una deïtate.

In vanitate non voglio più stare:
voi che trovate novo ditto e canto,
partitevi da ciò, che voi peccate. 


  • ABAB ABAB CDC DCD usato da L’Abate di Tivoli

Cotale gioco mai non fue veduto,
c’aggio vergogna di dir ciò ch’io sento,
e dottone che non mi sia creduto,
però c’ogn’om ne vive a scaltrimento;
pur uno poco sia d’amor feruto,
sì si ragenza e fa suo parlamento,
e dice «Donna, s’io non aggio aiuto,
io me ‘nde moro, e fonne saramento».

Però gran noia mi fanno menzogneri,
sì ‘mprontamente dicon lor menzogna,
ch’eo lo vero dirialo volontieri;

ma tacciolmi, che no mi sia vergogna,
ca d’onne parte amoro[so] pensieri
intrat’è in meve com agua in ispugna.

  • ABBA ABBA CDE DCE usato da Guido Cavalcanti

Perché non furo a me gli occhi dispenti
o tolti, sì che de la lor veduta
non fosse nella mente mia venuta
a dir «Ascolta se nel cor mi senti»?

Ch’una paura di novi tormenti
m’aparve allor, sì crudel e aguta,
che l’anima chiamò: «Donna, or ci aiuta,
che gli occhi ed i’ non rimagnan dolenti!

Tu gli ha lasciati sì, che venne Amore
a pianger sovra lo pietosamente,
tanto che s’ode una profonda voce

la quale disse – Chi gran pena sente
guardi costui, e vederà ‘l su’ core
che MOrte ‘l porta ‘n man tragliato in croce –».

  • ABBA ABBA CDE CDE usato da Francesco Petrarca.

Sì  travïato è ‘l folle mi’ desio
a seguitar costei che ‘n fuga è volta,
et de’ lacci d’Amor leggiera et sciolta
vola dinanzi al lento correr mio,

che quando richiamando più l’envio
per la secura strada men m’ascolta:
né mi vale spronarlo, o dargli volta,
ch’Amor per sua natura il fa restio.

Et poi che ‘l fren per forza a sé raccoglie,
i’ mi rimango in signoria di lui,
che mal mio grado a morte mi trasporta:

sol per venir al lauro onde si coglie
acerbo frutto, che le piaghe altrui
gustando affligge più che non conforta. [⇑]

Varianti del sonetto

Al sonetto semplice si accostano molte varianti che hanno avuto successo in epoche passate e che sono poi andate scomparendo dalla pratica poetica. Ci limiteremo a menzionare il sonetto caudato che non è altro che un sonetto semplice al quale si aggiungono una o più terzine per coda seguendo, per esempio, questo schema: ABAB ABAB CDC DCD DEE EFF GHH ecc.

Il sonetto minore è un sonetto di versi minori dell’endecasillabo (generalmente settenari), il sonetto minimo è composto di versi quinari. Quando il sonetto ha tutti versi sdruccioli si dice sonetto sdrucciolo, quando ha tutti versi tronchi si dice sonetto muto (o mutolo).

Ecco un sonetto minore caudato di G. Pascoli:

È la sera: piano piano
passa il prete pazïente,
salutando della mano
ciò che vede e ciò che sente.

Tutti e tutto il buon piovano
benedice santamente;
anche il loglio, là, nel grano;
qua ne’ fiori anche il serpente.

Ogni ramo, ogni uccellino
sì del bosco e sì del tetto,
nel passare ha benedetto;

anche il falco anche il falchetto
nero in mezzo al ciel turchino,
anche il corvo, anche il becchino

poverino,
che lassù nel cimitero
raspa raspa il giorno intero. [⇑]

La canzone

È una forma lirica strofica originariamente destinata al canto e “canonizzata” da Dante e da Petrarca. Importata dalla tradizione provenzale (il canso) fu introdotta in Italia dagli autori siciliani. Molto dovremmo dire a proposito della canzone, delle sue varianti e della sua lunga storia, ci limiteremo tuttavia ad analizzare la canzone petrarchesca e la canzone leopardiana due pietre miliari nella storia di questa forma poetica.

La canzone petrarchesca

È formata da stanze regolari per numero di versi e per composizione sillabica degli stessi; ogni stanza si divide in due parti fronte, la prima, sirma, la seconda. Ognuna delle due parti può essere suddivisa a sua volta: la fronte in due piedi e la sirma in due volte. Sovente tra fronte e sirma c’è un verso chiamato chiave. La canzone si conclude con una strofa chiamata congedo che riprende la struttura della sirma.

Nel testo del Petrarca riportato di seguito si possono distinguere le varie parti della stanza seguendo la divisione dei versi fatta coi colori:

Fronte: primo piede
Fronte: secondo piede
Chiave
Sirma: prima volta
Sirma: seconda volta

Lo schema delle rime è: AbC BaC C DEeD dfGfG.
Schema rimico e lunghezza dei versi si ripete in ogni stanza della canzone.

Italia mia, benché ’l parlar sia indarno
a le piaghe mortali
che nel bel corpo tuo sí spesse veggio,

piacemi almen che ’ miei sospir’ sian quali
spera ’l Tevero et l’Arno,
e ’l Po, dove doglioso et grave or seggio.

Rettor del cielo, io cheggio
che la pietà che Ti condusse in terra
Ti volga al Tuo dilecto almo paese.
Vedi, Segnor cortese,
di che lievi cagion’ che crudel guerra;

e i cor’, che ’ndura et serra
Marte superbo et fero,
apri Tu, Padre, e ’ntenerisci et snoda;
ivi fa che ’l Tuo vero,
qual io mi sia, per la mia lingua s’oda.

Di seguito il congedo della canzone: prima volta, chiave, seconda volta. Il primo verso non ha connessioni con altri versi (è irrelato).

Canzone io t’ammonisco
che tua ragion cortesemente dica,
perché fra gente altera ir ti convene,
et le voglie son piene
già de l’usanza pessima et antica,
del ver sempre nemica.
Proverai tua ventura
fra’ magnanimi pochi a chi ’l ben piace.
Di’ lor: - Chi m’assicura?
I’ vo gridando: Pace, pace, pace. -

La canzone Leopardiana

Leopardi muta la struttura della canzone rendendola una composizione formata da stanze irregolari per numero di versi i quali, salvo rare eccezioni, sono tutti endecasillabi e settenari sciolti. La canzone “A Silvia” di seguito riportata è un esempio.

Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
stanze, e le vie d'intorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all'opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
la vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dì festivi
ragionavan d’amore.

Anche perìa fra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei
anche negaro i fati
la giovinezza. Ahi come,
come passata sei,
cara compagna dell’età mia nova,
mia lacrimata speme!
Questo è il mondo? questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte delle umane genti?
All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano. [⇑]

La sestina

La sestina, anche detta canzone sestina o sestina lirica, è un’invenzione di Arnaut Daniel, poeta provenzale. Fu introdotta in Italia da Dante e presenta uno schema metrico difficile da seguire.
La sestina si compone di sei sestine indivise e da una terzina finale che ne costituisce la coda. Ogni sestina è formata da sei parole rima che si ripetono uguali nelle altre stanze del componimento secondo il sistema della retogradazione a croce che è il seguente:
ABCDEF, FAEBDC, CFDABE, ECBFAD, DEACFB, BDFECA. La terzina congedo presenta le sei parole rime disposte su tre versi con rima al mezzo.

Ecco un esempio tratto da Dante Alighieri.

Al poco giorno e al gran cerchio d'ombra
son giunto, lasso, ed al bianchir de' colli,
quando si perde lo color ne l'erba:
e 'l mio disio però non cangia il verde,
sì è barbato ne la dura petra
che parla e sente come fosse donna.

Similemente questa nova donna
si sta gelata come neve a l'ombra:
ché non la move, se non come petra,
il dolce tempo che riscalda i colli
e che li fa tornar di bianco in verde
perché li copre di fioretti e d'erba.

Quand'ella ha in testa una ghirlanda d'erba,
trae de la mente nostra ogn'altra donna:
perché si mischia il crespo giallo e 'l verde
si bel, ch'Amor lì viene a stare a l'ombra,
che m'ha serrato intra piccioli colli
più forte assai che la calcina petra.

La sua bellezza ha più vertù che petra,
e 'l colpo suo non può sanar per erba.
ch'io son fuggito per piani e per colli,
per potere scampar da cotal donna;
e dal suo lume non mi può far ombra
poggio né muro mai né fronda verde.

Io l'ho veduta già vestita a verde,
sì fatta ch'ella avrebbe messo in petra
l'amor ch'io porto pur a la sua ombra:
ond'io l'ho chesta in un bel prato d'erba
innamorata com'anco fu donna,
e chiuso intorno d'altissimi colli.

Ma ben ritorneranno i fiumi a' colli,
prima che questo legno molle e verde
s'infiammi, come suol far bella donna,
di me; che mi torrei dormire in petra
tutto il mio tempo e gir pascendo l'erba,
sol per veder do' suoi panni fanno ombra.

Quantunque i colli fanno più nera ombra,
sotto un bel verde la giovane donna
la fa sparer, com'uom petra sott'erba. [⇑]

La ballata

Apparsa a metà del XIII secolo fu così chiamata perché la si cantava durante la danza, Fu popolarissima nel ‘400 e nel ‘500 cessò di essere cantata subendo mutamenti strutturali. Fu ripresa nell’800 da poeti come Carducci, D’Annunzio e Pascoli. La ballata è composta da una ripresa che si ripete come un ritornello, da una o più stanze divise in due mutazioni eguali per rime e versi, e da una volta il cui ultimo verso rima col primo della ripresa. Il testo seguente è di Petrarca. 

Ripresa - prima mutazione - seconda mutazione - volta

Lassare il velo o per sole o per ombra, X
donna, non vi vid’io y
poi che in me conosceste il gran desio Y
ch’ogni altra voglia d’entr’al cor mi sgombra. X


Mentr’io portava i be’ pensier’ celati, A
ch’ànno la mente desïando morta, B
vidivi di pietate ornare il volto; C

ma poi ch’Amor di me vi fece accorta, B
fuor i biondi capelli allor velati, A
et l’amoroso sguardo in sé raccolto. C

Quel ch’i’ piú desïava in voi m’è tolto: C
sí mi governa il velo d
che per mia morte, et al caldo et al gielo, D
de’ be’ vostr’occhi il dolce lume adombra. X
[⇑]

Il madrigale

Il madrigale, da carmen matricale, ovvero canto in lingua materna (cioè il volgare) è composto da una serie di terzine a rima incatenata chiusa da un distico a rima baciata fungente da ritornello. Ancora Petrarca. 

Non al suo amante piú Dïana piacque,
quando per tal ventura tutta ignuda
la vide in mezzo de le gelide acque,
ch’a me la pastorella alpestra et cruda
posta a bagnar un leggiadretto velo,
ch’a l’aura il vago et biondo capel chiuda,
tal che mi fece, or quand’egli arde ’l cielo,
tutto tremar d’un amoroso gielo. [⇑]

Ode, rispetto e strambotto

Nata nel ‘500 ad imitazione dei poeti latini è la forma più semplice poiché composta da stanze di cinque o sei versi endecasillabi o e/o settenari con vario schema di rime. Può trattare qualunque argomento.

rispetto e strambotto

Il rispetto fu una forma musicale molto praticata dalla poesia cortigiana tre-quattrocentesca. Si tratta in sostanza di una breve poesia lirica formata, normalmente ma non semore, da otto endecasillabi per lo più con lo schema ABABABCC ottava toscana oppure ABABABAB ottava siciliana. Secondo alcuni studiosi deve dirsi rispetto ogni forma poetica che cominci con la rima alternata e seguiti poi con la rima baciata (ABABABCC oppure ABABCCDD) e deve dirsi strambotto l’ottava siciliana che, come abbiamo visto, presenta solo rime alternate ABABABAB. Strambotto e rispetto, specialmente la forma con la rima baciata, si prestano bene ad essere collegati in serie per costruire un rispetto continuato o una serie di stanze per strambotti. Pur assumendo l’aspetto dell’ottava rima queste serie differiscono nel tipo di contenuto: narrativo per l’ottava rima e lirico-amoroso per il rispetto.

Due famosissimi rispetti: il primo di otto versi ABABCCDD il secondo di sei ABABCC

Tutti mi dicon Maremma, Maremma...
Ma a me mi pare una Maremma amara.
L'uccello che ci va perde la penna
Io c'ho perduto una persona cara.
Sia maledetta Maremma Maremma
sia maledetta Maremma e chi l'ama.
Sempre mi trema 'l cor quando ci vai
Perché ho paura che non torni mai.

E cinquecento catenelle d’oro
hanno legato il loro cuore al mio
E l’hanno fatto tanto stretto il nodo
che non si scioglierà ne te ne io
E l’hanno fatto un nodo tanto forte
che non si scioglierà fino alla morte. [⇑]

Lo stornello

Al rispetto si può accostare, in quanto genere popolare, lo stornello, che non è altro che un componimento di due o tre o quattro versi endecasillabi (ma il primo può essere anche più breve) dal contenuto lirico-amoroso.

Anche con lo stornello si possono creare delle serie da destinare sia al canto improvvisato sia alle serenate.

1) Fiorin fiorino
di voi bellina innamorato sono
la vita vi darei per un bacino

2) Se tu non mi vuoi ben dammi la morte,
dammi una coltellata da una parte,
se hai coraggio piantacela forte.

3) Ciuri di ficu,
non mi lu scordu no l’amuri anticu.

4) Ciuri di lumìa
vucca cu vucca ti vurria parrari,
ciatu cu ciatu parrari cu tia. [⇑]

La zingaresca

Questa forma poetica si chiama così dal cinque-seicento a causa del suo utilizzo nella poesia drammatica avente una zingara per protagonista; conosciuta già dal trecento era prima definita oda per musica. Appare come un serventese caudato in quartine (abbc4-5 cdde4-5 …) ma in realtà il testo può essere scritto in strofe di tre versi nei quali il terzo e quarto formano sempre un endecasillabo con rima al mezzo: abC(b7+c4-5)

Di seguito un esempio di zingaresca tratto da Olimpo da Sassoferrato.

Lingua non dir più male
che ‘l mar dir non diletta,
e chi fa ‘l mal l’aspetta
e vollo el giusto.

O lingua el dir robusto
despiace molto a Dio;
parlare humìle e pio
a tutti piace.

Lingua el prlar mordace
fa l’homo tener stolto,
e fallo esser sepolto
de l’honore.

Carducci in Juvenilia inserisce una zingaresca scritta su tre versi:

La luminosa testa
dritta al ciel sorridea,
e il collo si volgea - roseo fulgente.

La fronte splendïente,
alta, serena, bella,
e la rosa novella - del suo viso

e il freschissimo riso
di pura giovinezza
mi svegliaron dolcezza - nova in cuore.

Da notare come i testi che si usano per il canto del maggio, e definiti “maggio nuovo” ricalchino esattamente la misura della zingaresca ad eccezione del maggio detto tradizionale, o antico, immutato nel tempo scritto in quartine di settenari. [⇑]

Quartine e canto antico

Il canto antico è composto da sestine utilizzate per narrare storie spesso tragiche; i primi quattro versi sono endecasillabi a rima alternata gli ultimi due sono versi composti.

Inizio de “La storia della Giulia”

Le undici di notte all'aria oscura
tutto in silenzio dormono gli uccelli
dal cimitero io varcai le mura
e sto guardando muto quegli avelli
Cerco la tomba ove dormendo sta (5+7)
cerco la Giulia mia angelo di bontà (7+7)

Le quartine sono strofe di ottonari o decasillabi con schema abbc

Da: “Di San Carlo vi canto la scena”

Giulio Bindi era un giovine bello
era figlio di ricche persone
e d'appunto per ciò la ragione
la sua vita incomincia così

I cantastorie e i poeti popolari sono anche abili contraffattori di testi, oggi diremmo che fanno le parodie. Adattavano i testi a musiche esistenti e conosciutissime in modo da garantirsi sia l’ascolto delle persone sia la vendita dei testi, stampati su fogli volanti, nei quali non era necessario scrivere la musica. [⇑]