Quando la poesia popolare diventa memoria collettiva
Ci sono testi che non leggiamo per la loro “bellezza” letteraria, ma per ciò che rivelano del mondo che li ha generati. La Storia della liberazione di Vienna, stampata da Salani nel 1878 e venduta per dieci centesimi, appartiene a questa famiglia: un piccolo libretto di ottave destinato a contadini, artigiani, pellegrini, venditori ambulanti. Un oggetto povero che custodisce un immaginario sorprendentemente ricco.
Racconta la battaglia di Vienna del 16831 attraverso la lente della poesia popolare toscana, dove la storia non è mai solo storia: diventa insegnamento, rito, consolazione, identità condivisa.
Un’epica per chi non aveva libri
Il libretto nasce in un tempo in cui la cultura circolava soprattutto per voce. Le ottave erano la forma ideale: regolari, musicali, facili da ricordare, perfette per essere recitate nelle veglie, nelle stalle, nelle fiere. La poesia non era un genere letterario: era un dispositivo sociale, un modo di condividere sapere, emozioni, orientamento.
In queste pagine ritroviamo la stessa architettura narrativa dei cantastorie, dei poeti a braccio, dei fogli volanti: l’invocazione religiosa, la descrizione della battaglia, l’intervento miracoloso, la punizione del nemico, il finale edificante.
Una macchina narrativa che non cerca l’originalità, ma l’efficacia: dare forma a un’esperienza collettiva e renderla memorabile.
La storia come teatro morale
Nel libretto, la Vienna del 1683 non è semplicemente un luogo: è un simbolo, il punto in cui si immagina che si decida l’ordine del mondo.
Il “Turco” non è un personaggio storico, ma la figura dell’alterità assoluta, la minaccia che mette alla prova la comunità. Il re di Polonia, l’imperatore, i duchi cristiani non sono eroi militari: sono figure morali, incarnazioni di fede, coraggio, protezione.
La battaglia diventa così un dramma teologico: la fede contro l’empietà, la Provvidenza contro il caos.
Questa polarizzazione non va letta con gli occhi di oggi. Appartiene a un immaginario collettivo che aveva bisogno di storie nette per orientarsi, per dare forma alle paure e per riconoscersi come comunità.
Una filologia della circolazione
Il testo non appartiene a un autore, ma a una tradizione. È un nodo in una rete di narrazioni che passavano dall’oralità alla stampa economica e ritorno. La lingua è un toscano popolare, pieno di formule fisse, rime prevedibili, endecasillabi che scorrono come acqua di fonte.
La filologia qui non è quella dei manoscritti preziosi: è la filologia dei mercati, delle fiere, delle stamperie che producevano cultura a basso costo. Ogni copia è un frammento di un ecosistema narrativo più grande.
Una lente antropologica
Leggere oggi la Storia della liberazione di Vienna significa entrare in un mondo dove:
• la storia è sempre letta come segno del divino,
• la comunità si riconosce attraverso il racconto,
• il nemico serve a definire il “noi”,
• la poesia è un modo di stare insieme,
• la memoria passa per la voce, non per l’archivio.
È un testo che non parla solo di Vienna, ma della paura e della speranza delle comunità rurali ottocentesche. Della loro necessità di credere che il mondo abbia un ordine, e che la fede possa proteggerli.
Perché leggerlo oggi
Non leggiamo questo testo per ricostruire la battaglia — a questo pensano gli storici — ma per capire come le comunità costruivano senso, identità, orientamento.
Per osservare la forza della narrazione come strumento di coesione, capace di trasformare la paura in racconto condiviso, l’incertezza in ordine simbolico.
La Storia della liberazione di Vienna ci permette di ascoltare la voce dell’Italia popolare, quella che raramente entra nei grandi libri ma che, per secoli, ha modellato l’immaginario collettivo.
È un piccolo atlante di trasformazioni: un evento diventa mito, il mito diventa racconto, il racconto diventa memoria comune.
Non è un testo da giudicare: è un testo da ascoltare, perché custodisce il modo in cui una comunità guardava il mondo e cercava di abitarlo.
STORIA DELLA LIBERAZIONE DI VIENNA
Difesa della città di Strigonia e difesa e disfatta de’ Turchi
1
Io canto del Gran Turco l’ire accese
Dall’ aspra guerra tanto insanguinata;
E se a Dio piace la vo’ far palese,
Se grata udienza a me qui sarà data.
Il Turco si partì dal suo paese,
E verso Vienna condusse l’armata;
Ma Leopoldo col Re della Polonia
Liberò Vienna, e gli prese Strigonia2.
2
Trecenessantamila ne venia
Turchi ribelli, cristiani rinnegati;
E tutti si partiron di Turchia
Per venire a regnare in quegli stati;
Con molti gran Pascià in compagnia,
Intorno Vienna si furo accampati;
Con vettovaglie e munizion provvisto
Per abbassar la fé di Gesù Cristo.
3
I buon soldati, stando sulle mura,
Miran le schiere de’ maomettani:
Non solo a Vienna mettevàn paura,
Ma da per tutto dov’erano cristiani.
Minaccia il Turco, in bieca guardatura,
Ed a forza vuol Vienna nelle mani;
L’imperator, che vide un tal’eccesso,
Avanti a Dio gittossi genuflesso.
4
Fece chiamare a sè tutti i soldati,
Piangendo e sospirando lor dicìa:
— Voi state tutti quanti preparati;
E poi pregava Gesu e Maria:
Se il Turco fia, che regni in questi fati,
Vienna ti lascio, addio corona mia.
O bella Italia mia, come farai?
Se il Turco piglia Vienna, avrai de’ guai!
5
Chi avesse viste le care donzelle
Piccole e grandi, e donne maritate,
Piangevan tutte ancor le verginelle,
Quelle che ne conventi stan serrate.
L’imperator di Vienna cavò quelle,
E in un’altra città l’ebbe mandate;
Poi disse: — Addio mia Vienna, addio palazzi,
Sarete del gran Turco gli strapazzi.
6
L’imperator, che genuflesso stava,
Prima chiamando Cristo per aiuto,
Poscia a’ gran potentati domandava
Soccorso, ond’egli non restì perduto.
Il Duca di Lorena dichiarava,
Che questo cane vuol veder battuto:
Il Bavaro di forza è ben provvisto
Per innalzar la fè di Gesu Cristo.
7
Montando Staramberg in sull’arcione3
Subito prese l’armi nella mano
E fece armar centomila persone
E in campo venne contro l’Ottomano.
Arrivato che fu al padiglione,
Genuflesso buttossi al Re Romano,
Dicendo: — Staramberg, allegramente,
Se piace all’alto Dio non sarà niente!
8
Un scritto al Re polacco fu mandato4:
Sentendo tal novella, oh che dolore,
Che il Turco regnar debba in questo Stato!
Ne cominciò a pregar forte il Signore.
Chiamò il suo caro figlio tanto amato,
Dicendo: — Figliuol mio, pien di valore,
Lascio il mio regno e la possession mia
Per acquistare un altro di Maria.
9
Fece chiamar la sua cara consorte;
Piangendo il Re Polacco le dicìa:
— Incontrar voglio per Gesù la morte,
E per la madre Vergine Maria.
Io prego il buon Gesù mi faccia forte,
Con il mio caro figlio in compagnia;
E prima di partir ben si dispone
Ciascun con Dio, come ben vuol ragione.
10
Si vede in campo dell’imperatore
Venire il forte duca di Baviera5;
Ei ricevuto fu con grande onore
Con sua gente fiera, forte e altera.
Mostrò ancora in Lorena il suo valore6
Volle pugnar quella gente fiera;
E unitamente ognun, pronto e gagliardo,
Si pose de’ cristiani allo stendardo7.

11
E quando fu per muovere l’armata,
Videro il gran vessillo di Maria.
E quella gente si fu rallegrata:
— Questo è ’l re di Polonia ognun dicìa;
Centomila ne mena in sua brigata,
Pieni di forza e molta gagliardìa.
Quando a Vienna si furono apprestati,
Dal sacro Imperator fur salutati.
12
Arrivato che fu l’amato re,
Volea ogni duca dargli precedenza.
Rispose il Re Polacco: — Or tanto a me?
Non voglio che si faccia più accoglienza:
Venuto son per innalzar la Fé,
Sperando nella Santa Provvidenza;
Vedendo tal persona, ch’è reale,
L’Imperator lo fece generale.
13
A se chiamò poi tutti i potenti,
Re di Polonia, e il duca di Lorena;
E Staramberg fu de’ dichiarati
Per assalire il Turco, e dargli pena.
Baviera venne con i suoi soldati,
Che volea al gran Visir tastar la vena;
E se il Danubio per i Turchi langue,
L’acqua per loro si converse in sangue.
14
Avanti che movessero le mani,
Chiamaron di Gesù la santa Madre8,
Che li difenda da quei fieri cani,
E dia soccorso alle cristiane squadre.
Chieser ancora al Pastor dei romani9
Benedizione a noi, Beato Padre!
Tale ambasciata a Roma fu portata,
E al Vicario di Cristo presentata.
15
Arrivata che fu questa scrittura,
La consegnar ad Innocenzio in mano:
A lui gran devozione ognun procura,
Siccome nuovo sole in Vaticano;
E il cane che per nulla lui non cura,
Niente ne teme il popolo cristiano;
Ma proverete pur vile canaglia,
Quanto la forza de’ cristiani vaglia.
16
Non dubitare, o sacro Imperatore,
Re di Polonia saldamente,
Che Dio lo fa per tenervi in timore,
Acciò l’alma d’ognun non sia perdente;
E starember col suo gran valore
Difendera la fede onnipotente;
Del duca di Lorena e di Baviera
Benedisse lor armi e la bandiera.
17
Benedico i cristiani combattenti,
E benedico l’armi ch’hanno in mano,
E benedico tutti gli elementi,
E benedico Vienna ed ogni piano;
Poi benedico il sol, la luna, i venti,
E benedico il popolo cristiano;
Chi muore in guerra, in ciel tutti volate
A godere con l’anime beate!…
18
Mandò poi il Santo Padre il Giubileo
A’ cristiani, che ognuno lo pigliassi,
Acciocchè il traditore iniquo e reo
Non possa calpestar di Vienna i sassi.
L’ambasciator tornò con gran trofeo,
Verso l’Imperatore a grandi passi,
Per la bella risposta a loro dare:
Chi muore in guerra in cielo ha trionfare.
19
Traditi furono i nostri cristiani
Che buona parte furon ritirati
Allo stendardo de’ Maomettani;
Per non esser da quelli trucidati.
Questi eran il Takhi ed il Bulini
Che con l’Imperator si eran giurati
Di non far torto a Vienna impalata,
Pur che per lor non sia disposto male.
20
L’Imperator, vedendo quest’affare,
Che sono stati mancator di fede,
Cominciò fortemente a lacrimare,
— Dicendo: Dio mio, dammi mercede
Ché il Budiani al Turco mi vuol dare;
E il Takli ancora lui chiaro si vede
Mi raccomando a’ voi, Madre Maria,
Date soccorso a questa gente mia!

21
E il gran Visir aveva comandato
A questa setta ria tutta profana,
Che ogni turco ne stesse preparato,
Che vuol fare una mina assai lontana10;
Sotto terra gran parte ebber minato,
In aria per mandar gente cristiana;
E quando che la mina ebbero fatto,
Ognun di loro si nascose a un tratto.
22
I nostri buon cristian ch’eran amati11
Dal Redentor, che stà nell’alla gloria;
Sentivano quei Turchi rinnegati
Sotto la terra, e ne tenean memoria.
I bariglioni12 ebber là portati
Di polver pieni, per aver vittoria;
Il tutto fece il perfido Ottomano,
Per distruggere il popolo cristiano.
23
Quando il Turco quel luogo ebbe minato,
I buon cristiani allor aprir la terra;
E i bariglioni quindi ebber trovato,
Con tutta quella munizion da guerra;
E il buon Gesù ebbero ringraziato,
E di Vienna ogni porta allor si serra.
Sopra le mura andarono quei soldati,
Sparò la mina… e lor furon salvati.
24
Il fuoco non potette molestare
Dentro la mina, chè non vi era niente;
E il gran Visir si venne a rallegrar,
Credendo di aver Vienna prestamente.
In furia cominciaro a camminare;
E Starambergh allor saggio e prudente
Sparava cannonate a più non posso;
E mandò i Turchi a riempire il fosso.
25
Il gran Visir che vide i Turchi morti,
Con ira e sdegno faceva sparare.
I cristian valorosi, arditi e accorti
Sparan cannoni, e si fan largo fare.
Giran per l’aria, che parean merlotti,
L’artiglieria vedesi fulminare;
Tiran saette13 i fieri maomettani,
Per atterrar le schiere de’ cristiani.

26
Il Re polacco in campo ne venìa14,
Ancora lui vuole arrischiar sua sorte;
Fulminando pel campo se ne gia,
Or a questo, or a quel dando la morte;
Menava i colpi pien di gagliardia
Con la sua gente valorosa e forte.
Temendo il Turco di sì gran travaglio,
Scappò… lasciando tutto il suo bagaglio.
27
E quando in furia eran per scappare,
Trovorno il forte Duca di Baviera,
Che cominciò di nuovo a battagliare,
E andava avanti con la fronte altera,
Facendo suoi moschetti fulminare,
Rompendo e sbaragliando ogni barriera.
Il campo allor fu diventato rosso
Di Turchi morti, e traboccava il fosso!
28
“Dall’altra parte si erano accampati
Sopra il Danubio i Turchi, iniqui mostri;
Il Duca di Lorena li ha assaltati,
Con pochissimo numero dei nostri.
Alzando gli occhi al cielo i battezzati,
Dicean: — Signor, deh! soccorrete i vostri!
Rispetto al nostro campo il loro è forte,
Noi dubitiam per questo della morte!
29
”Rispose allora il Duca il Lorena:
— Allegremente pure, o gente mia;
Entro il Danubio manderem la piena,
Se combattiamo in nome di Maria!
Preghiam tutti la Vergine serena,
Che ci difenda da questa genia;
Andiamo avanti noi con lieto viso!..
A rivederci a Vienna… o in Paradiso!…
30
Innanzi se ne va quel buon guerriero,
Per far coraggio a tutti i suoi soldati;
E con gran furia dentro a quel sentiero,
Menando colpi orrendi e dispietati.
A chi di posta tagliava il cimiero,
Chi nel Danubio son da lor gettati;
Perdono l’armi e lascian le bandiere…
Chi muor di ferro, e chi per troppo bere.
31
Di Polonia, l’erede valoroso,
Pareva un nuovo Marte sull’arcione;
Con l’armi in mano fu sì vittorioso,
Che percuoteva fuori di ragione;
Va combattendo col cuor generoso,
Menando colpi senza discrezione;
Di centomila non v’è un che sia,
Che riporti novelle alla Turchia.
32
Il gran Visir allor, tutto arrabbiato
Cinquatamila fece radunare;
E nella controscarpa15 ebbe mandato,
Che a tutta forza volea in Vienna entrare.
Staremberg, che la piazza ha ben guardato,
Otto cannoni vi fece appostare;
E quando tutti furon dentro entrati,
Sparò i cannoni, e furon macellati.
33
Il gran Visir, persa ogni sostanza,
Con gli altri insieme se ne vuol fuggire,
Vedendo che per lui non v’è speranza;
E fra se stesso incominciò a dire:
— S’io vo in Turchia, diranno che ignoranza!
Dov’è la forza tua? dov’è il tuo ardire?
Allor che promettesti al gran Sultano
In men d’un mese dargli Vienna in mano?
34
Mentre che lui si stava a lamentare,
Della Polonia il Re l’ebbe assaltato.
— All’armi! all’armi! si sentì gridare;
Si voltò ognuno come disperato.
Il gran Visir, che volea scappare,
Lo stendardo real gli fu levato.
Gli diede un colpo il Re con gran balìa
Dal quel potè soltrarsi, e fuggì via.
35
Vittoria!… cominciar tutti a gridare,
Quando il Visir videro scappato;
I Turchi morti fecero sparare,
E gran denari in dosso ebber trovato;
E poi di più li fecero abbruciare
Da quelli che stan dentro allo steccato;
E se non eran pronti e preparati,
Restavan dai cristiani trucidati.
36
Tutti e cinque que’ forti buon guerrieri
Tutte le trombe allor fecero suonare:
Accompagnati dai Gonfalonieri,
L’Imperatore andorno a riscontrare.
Entrati in Vienna, scacciarono i pensieri,
E un bel banchetto fecero ordinare;
E giunti in sala tutti assai mangiorno
Avendo combattuto tutto il giorno.

37
Soggiunse il re Polacco: — Voglio andare
Ad assediare questo gran Visir!
Anco Strigonia gli voglio pigliare;
Facciamo presto, poichè io vo’ partire!
Tosto a cavallo ognun venne a montare,
E mostra ogni guerriero grand’ardire;
Ed in più giorni furono arrivati,
Ed intorno Strigonia indi accampati.
38
Da cento ottantamila combattenti16
Era Strigonia tutta circondata.
Io credo il gran Visir che se ne pentì
Di aver condotto a Vienna la sua armata.
Affrettan l’armi in furia più che i venti
Che voglion tal cittade conquistata;
E scritto gli mandò il Re di Polonia,
Che vuole a forza entrar entro Strigonia.
39
I valorosi nostri buon soldati,
Con cinquecento pezzi di cannoni,
Centomila moschetti preparati,
Dirizzavano baracche e padiglioni.
Con settecento bombe ben piantate,
Ben di Strigonia abbatterono i cantoni.
Mirando il Turco sì forte armamento
N’ebbe affanno, dolore, ira e spavento.
40
Un gran fuoco cominciano a sparare
Gli artiglieri con tutti li cannonj;
Si vedevan le palle fulminare,
Tremar le mura e cascare i mattoni;
Le mura si vedeano sbaragliare,
E da ogni parte cadono i torrioni;
Ed i cristiani con bella maniera
In Strigonia portarono la bandiera.
41
Vittorioso fu il popolo di Cristo,
Tutti quanto con l’arme nella mano,
Sicché di tal città fecero acquisto;
E ognuno ringrazia il Redentor Sovrano.
Di Turchi se n’è fatto un forte misto,
E il sangue corre tutto per il piano17;
E il Re Polacco con furia e tempesta,
A un de’ gran Pascià tagliò la testa.
42
Viva Strigonia! ch’è stata pigliata
Con l’aiuto di Dio e di Maria!
E la gente di Buda ne fu andata,
Per avere il Visire in sua balìa;
Questa volta e’ non l’ha davvero scampata,
Con tutta la sua perfida genìa;
E condurre non può più quest’armata,
Che in Belgrado la testa gli han tagliata!

43
Ognun ringraziava Gesù Cristo
E la sua madre Vergine Maria,
Che liberato ci ha da questo tristo.
Strigonia si possiede tuttavia;
Anche di Ruba18 abbiamo fatto acquisto.
Preghiamo Iddio che conceduto sia
A noi, amarlo nell’eterna gloria;
Ed a suo onor finisce qui l’istoria!
- La battaglia di Vienna del 1683 vide l’esercito ottomano assediare la città imperiale. L’imperatore fuggì, ma Vienna resistette sotto Starhemberg. Il 12 settembre arrivò l’armata cristiana guidata da Giovanni III Sobieski, re di Polonia, che con una carica decisiva spezzò le linee ottomane. L’assedio finì e iniziò la riconquista dell’Ungheria ↩︎
- Strigonia è l’antica Esztergom, città fortificata sul Danubio. Fu riconquistata dalle forze cristiane poche settimane dopo la liberazione di Vienna (1683). ↩︎
- Starhemberg (Ernst Rüdiger von Starhemberg) fu il comandante della difesa di Vienna durante l’assedio ottomano del 1683. ↩︎
- Il “Re polacco” è Giovanni III Sobieski, sovrano della Confederazione Polacco‑Lituana e comandante dell’esercito che liberò Vienna. ↩︎
- Il “duca di Baviera” è Massimiliano II Emanuele, alleato degli Asburgo nella campagna del 1683. ↩︎
- Il riferimento è a Carlo V di Lorena, comandante delle truppe imperiali che operarono sul fianco sinistro durante la battaglia di Vienna. ↩︎
- “Stendardo”: bandiera militare, simbolo identitario e religioso dell’esercito. ↩︎
- Formula tipica della poesia popolare religiosa: invocazione rituale, non descrizione narrativa. ↩︎
- Il “Pastor dei romani” è il Papa. Nel 1683 era Innocenzo XI, sostenitore della coalizione cristiana contro l’Impero ottomano. ↩︎
- La “mina” è una carica esplosiva collocata sotto le mura per farle crollare: tecnica comune negli assedi del XVII secolo. ↩︎
- Il tono miracoloso è tipico della poesia popolare: la vittoria militare è narrata come intervento diretto della Provvidenza. ↩︎
- “Bariglioni”: barili riempiti di polvere da sparo, usati per far esplodere le mine. ↩︎
- “Saette”: frecce o dardi; nel linguaggio popolare può indicare genericamente proiettili o colpi veloci. ↩︎
- Allude alla celebre carica della cavalleria polacca (gli “usseri alati”), decisiva per rompere le linee ottomane il 12 settembre 1683. ↩︎
- “Controscarpa”: il lato esterno del fossato di una fortificazione. ↩︎
- Il numero è iperbolico: tipico della poesia popolare, che amplifica le proporzioni per accrescere il senso epico ↩︎
- Le immagini cruente sono convenzioni narrative del genere: non descrivono la realtà, ma rafforzano la dimensione morale della vittoria. ↩︎
- “Ruba”: forma popolare per Raab (Győr), città fortificata ungherese riconquistata nel 1683. ↩︎



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