Roma e Firenze in una poesia popolare ottocentesca
Il Curioso contrasto fra una romana ed una fiorentina appartiene a quella vasta e multiforme produzione di letteratura popolare in versi che, tra Sette e Ottocento, circolò largamente in opuscoli a basso costo, fogli volanti e librettini destinati a un pubblico ampio e prevalentemente urbano. La sua pubblicazione in un libretto Salani alla fine dell’Ottocento lo colloca con precisione all’interno dell’editoria popolare fiorentina, che in quegli anni svolse un ruolo fondamentale nella conservazione e nella diffusione di testi di tradizione orale o semi-orale, spesso di origine più antica rispetto alla data di stampa.
Dal punto di vista storico-culturale, il componimento riflette un contesto postunitario ancora attraversato da forti rivalità municipali e identitarie. Il confronto serrato fra Roma e Firenze, entrambe capitali simboliche e reali dell’Italia ottocentesca (Firenze capitale dal 1865 al 1871, Roma dal 1871), non è soltanto una schermaglia campanilistica, ma assume il valore di una disputa sulla legittimità culturale, linguistica e civile delle due città. I riferimenti insistiti ai monumenti, alle istituzioni, alla vita urbana, al commercio e persino ai trasporti moderni (come i “tramwai”) ancorano il testo a una realtà contemporanea, restituendo un vivido spaccato dell’immaginario cittadino dell’epoca.
Sotto il profilo letterario, il testo si inserisce nella lunga tradizione del contrasto, genere di ascendenza medievale fondato sul dialogo polemico fra due voci contrapposte. Se nei modelli antichi il contrasto poteva assumere forme allegoriche o dottrinali, qui esso si declina in chiave popolare e teatrale: le due protagoniste incarnano stereotipi cittadini ben riconoscibili e parlano con una vivacità che richiama la performance orale. Il narratore introduce la scena come testimone diretto di una lite pubblica, espediente che rafforza l’effetto di realismo e di immediatezza, e che rimanda alla tradizione dei cantastorie e dei poeti di piazza.
Di particolare interesse è l’aspetto linguistico e filologico. Il componimento presenta un marcato plurilinguismo interno: il fiorentino e il romanesco si alternano e si contaminano, dando luogo a una lingua letteraria popolare che non coincide mai pienamente con il dialetto autentico, ma lo mima attraverso tratti fonetici, lessicali e sintattici salienti. Tale artificio risponde a una duplice esigenza: da un lato caratterizzare i personaggi e rafforzare l’opposizione fra le due città, dall’altro garantire una comprensibilità sovraregionale, indispensabile per un testo destinato alla stampa e alla circolazione ampia. Le note esplicative presenti nel libretto — verosimilmente di mano editoriale — confermano questa funzione mediatrice, segnalando un pubblico che, pur alfabetizzato, necessitava di chiarimenti lessicali.
Dal punto di vista metrico e stilistico, il contrasto adotta una versificazione semplice e regolare, funzionale alla recitazione e alla memorizzazione. L’argomentazione procede per accumulo, con cataloghi di monumenti, personaggi illustri, luoghi e costumi, secondo una retorica dell’elenco che ha solide radici nella poesia encomiastica e satirica popolare. L’iperbole, l’insulto ritualizzato e l’ironia costituiscono gli strumenti principali dello scontro verbale, che raramente mira a una vera conclusione dialettica e privilegia invece il piacere del botta e risposta.
In conclusione, il Contrasto fra una romana e una fiorentina rappresenta una testimonianza significativa della cultura popolare urbana dell’Italia tardo-ottocentesca, in cui tradizione medievale, oralità moderna e attualità postunitaria si intrecciano. Il suo valore non risiede soltanto nel contenuto polemico o folklorico, ma anche nella capacità di restituire, attraverso una forma apparentemente semplice, le tensioni linguistiche, identitarie e culturali di un Paese ancora in cerca di un equilibrio tra unità nazionale e pluralità locale.
CURIOSO CONTRASTO FRA UNA ROMANA ED UNA FIORENTINA
Madre di scenza prestatemi aiuto,
Acciò possa di rima carmeggiare,
Ma credo non sarà tempo perduto
Basta che mi volete ora ascoltare.
A scriver questa mi son risoluto
Sentendo da due donne contrastare
Delle bellezze tosche e del romano,
Sopra di quelle spiegherò l’arcano.
Passavo un giorno di Piazza Barbano1
Viddi una folla di tante persone,
Credo che adoperassero la mano
Oppure d’ arme maggior questione.
Ne dimandai a un giovine romano:
Mi disse: Son due donne chiacchierone.
Io volli intender la scena curiosa
Delle sue liti, compresi ogni cosa.
Parlava la Romana più rabbiosa:
E ragionando l’ alzava le mani
Dicendo alla toscana: Sei tropp’uggiosa
Perchè tu vuoi biasimare i romani?
Io sarei donna di te più focosa,
Ma per farti veder che siamo umani,
Perciò non voglio recarti tormenti
Voglio di Roma che non ti lamenti.
Io dalla rabbia arrugginisco i denti
Nel sentir censurar il nostro Firenze,
Comprarlo non si può con ori e argenti
Quella città delle primarie scienze.
Dante e Galilei, i gran talenti
Che fecero nel mondo cose immense,
E il Buonarroti fe’ colla sua mano
Il gran sepolcro al Papa e il Vaticano.
A rispondere a te gliè fiato invano,2
Tanto ti gusta il vin real che il misto,
Se riflettessi all’ Acquario Romano
Giacchè al par di quello non s’ è visto.
Si portan molti di tanto lontano,
A venire a vedere il Ponte Sisto,
E di San Pietro in nella anticaglia
Quelle son le memorie dell’Itaglia.
Della question vorresti la medaglia
Se tu trovato avessi una grullaccia,3
Ma infinchè ho fiato vo’ far battaglia.
Sora romana, glielo dico in faccia!
Non riflettete, perfida canaglia,
Bisogno avete delle nostre braccia?
Da quel lungarno prendeste il disegno
Per non avere il sufficente ingegno.
So bene che il toscano è tanto fregno,4
E poi gliè nominato il chiacchierone,
Per ripigliarlo, tu prendi l’impegno
Mettendolo con Roma al paragone.
E pure Capital di tutto il regno
Stimata l’ è da tutte le nazione:
E te coi versi tuoi molto affannati
Avreste preso Roma per Frascati?
Non mi portar quei termini spallati,5
Vieni a trattar di Roma, il suo costume,
Non riguardare in nei piccoli lati!
Guarda le strade tue nel sudiciume.
Se vedi quei giardini rispettati
Quell’ aria pura del gentile fiume,
Sali al monte alle Croci ed alza il viso
Guarda Firenze, sembra un paradiso!
A metterlo con Roma gli è deriso
In quella tana che sembra un mortorio
Dov’è a Firenze un lavoro preciso
Come la vasta Piazza di Vittorio?
Poi vedi, per tua norma, ognun diviso
Fracido di miseria e di martorio;6
Per risanarvi dal misero male
Correr bisogna nella Capitale.
Eccoti un paragone naturale,
Perchè Firenze è ridotto meschino:
Cosa vuoi coltivar, più non ti vale
E compilato meglio d’ un giardino?
Pulito proprio che non v’è l’ uguale
Dà un Panorama simile a Torino:
Ma a te la pulizia la ti bisogna
Per esser Capitale, l’è vergogna!
Potessi convertir questa carogna
Portandogli ragione chiara e buona:
Guarda quel Colosseo, l’antica fogna
Guarda San Pietro quella cupolona?
Guarda il loggiato, meglio di Bologna,
Osserva pure la piazza Navona,
E la Piazza Colonna e porta Pia
E il Tempio vasto di Santa Maria.
Così vi fa parlar la gelosia
Per liberarvi dal paragon vero:
Guarda il loggiato in Piazza Signoria
Guarda quel campanile e batistero;
Osserva le Cascine ed ogni via
Le porte Sante il vasto Cimitero,
Quei ponti del lung’arno osserverai
Che al par di quelli non avrete mai.
O toscanina, pensa che dirai
D’avere a par di Roma maraviglia;
Soltanto il Campidoglio guarderai
Ed il Monte Caval della real famiglia
Piena di civiltà e di Tramwai,
Che si gira per Roma delle miglia;
Con suoni e canti di tanti strumenti
Godiamo Roma felici e contenti!
Noi ci godiamo per divertimenti
A far delle ribotte7 con buon vino,
E con diversi amabili alimenti
Del Chianti, Carmignano e di Pomino,
Perchè ci piace d’ arrotare i denti
Questo è il vero sistema fiorentino.
Ma in Roma dello spirito bevete,
Vi conviene il nostro vin che richiedete.
Sì, in quanto a questo ragion l’avete,
Ma sopra le bellezze la ripiglio.
E pure Roma, tutti ben sapete,
Degl’ Italiani l’ è il civile giglio;
Ci si maneggia d’oro e le monete,
Roma è la madre di qualunque figlio;
Se non fosse il commercio dei romani
Sarebbe in perdizion tutti i toscani!
Guarda farabolona8, i nostri piani
Come di vite le fanno figura;
E i tuoi invece sono d’aria insani
Che sembrano deserti addirittura.
E poi rifletti che i nostri villani
Vi fanno scuola dell’agricoltura,
L’ajuto che ti dà la patria mia
Non te la può recar la cioceria!9
Non ci gioviamo di quella genìa:
Anzi per Roma viene disprezzata;
E credi, non ti dico una bugia,
Roma per quella razza è censurata.
Ma spero un giorno di mandarli via,
Appen’ che Roma sarà sistemata;
Quando unita sarà da cima al fondo
Non ci sarà città più bella al mondo,
Sopra questa ragion non mi confondo
Se Roma alfin verrà città più amena;
Senti, Firenze gli è proprio giocondo
Colle nobil città Livorno e Siena:
Poi inteso avrai dal primo e dal secondo
Che si ha la madre lingua a voce piena:
A queste mie ragion taci e sospendi
Convien a te romana che t’arrendi.
Sentite che ragione tu pretendi:
A lasciarti su questo chiacchierare
Ora davvero il sangue mio l’accendi
A dirmi che non devo più parlare.
La colonna Traiana se m’ intendi
Quella può il Biancon10 proprio comprare;
Gl’inghilesi11 vedendo quel lavoro
Lo volevan comprare a peso d’oro!
Quella Facciata la costa un tesoro,
V’ è quegli Uffizii costano miglioni;
E più dentro Firenze io mi ristoro
Vedendo Conti, Principi e Baroni.
Pure i Romani dicano coloro
Che vi è lavor, li fumano i cojoni:
E quand’ han visto la città del Fiore
Ci s’ innamora qualunque signore!
Non conosci che siei12 in nell’errore,
A contrastar con me, cara toscana;
Avrai inteso da qualche scrittore
Lingua toscana in bocca romana.
Certo di madre lingua un l’hai l’onore
E pure alla bellezza siei lontana:
Roma ha l’onor d’ avere la bandiera
Altro non ti so dir, che buona sera!
Eccola chiara la ragion sincera,
Alfine vedi la vittoria è mia;
Sì, è vero, Roma l’antica guerriera
Per quello la ragion convien ti dia.
Ma poi non c’è quell’aria pur sincera
L’estate quasi tutti scappan via;
Per questo tu verrai alla mia ragione
Lasciar Roma, e venire al Biancone.
- L’odierna Piazza dell’Indipendenza a Firenze sorse a metà del XIX secolo sull’area nota come “Orti di Barbano” da cui il precedente nome di PIazza di Barbano. Originariamente chiamata Piazza Maria Antonia, assunse l’attuale denominazione dopo l’insurrezione del 27 aprile 1859. ↩︎
- Fiato invano: Fiato sprecato. ↩︎
- Grullaccia: Variante dispregiativa del fiorentino grullo (sciocco). Il termine appartiene al registro vernacolare e viene usato per sottolineare una mancanza di senno particolarmente evidente o irritante, pur mantenendo spesso una radice di ironia popolana. ↩︎
- Fregno: Qui usato in senso ironico e antifrastico per indicare qualcosa di bizzarro, stravagante o privo di senso. Nel vernacolo toscano, definire qualcuno o qualcosa “fregno” sottolinea spesso un’ostentata e ridicola particolarità. ↩︎
- Spallati: Letteralmente “privi di spalle”. Nel contesto del discorso, definisce termini stanchi, pretenziosi ma vuoti, o modi di dire che non reggono alla prova della realtà o del buon senso. ↩︎
- Martorio: Forma arcaica e popolare per martirio. Evoca un tormento che logora l’anima e il corpo, suggerendo una dimensione di rassegnazione al dolore tipica delle classi più umili. ↩︎
- Ribotte: Termine gergale e goliardico, particolarmente diffuso nell’Ottocento, che indica conviti chiassosi e abbondanti libagioni. Fare “ribotta” era l’espressione tipica per descrivere scorpacciate in compagnia dove il vino serviva a dimenticare le fatiche quotidiane, celebrando una tregua festosa e spensierata. ↩︎
- Farabolona: Accrescitivo di farabola (parabola, nel senso di racconto inventato). Indica una donna che parla a vanvera, una millantatrice o una persona che promette grandi cose senza poi realizzarle. Nel gergo popolare dell’Ottocento, definisce chi tenta di incantare gli altri con chiacchiere eccessive e poco credibili. ↩︎
- Cioceria: Termine che deriva dalle cioce, le rozze calzature di cuoio allacciate con stringhe fino al polpaccio, tipiche dei pastori e dei ceti più poveri. In senso figurato, indica una condizione di estrema arretratezza, povertà o rozzezza provinciale, percepita come antitetica alla raffinatezza urbana (specialmente quella fiorentina). ↩︎
- Biancone: Soprannome popolare della statua del Nettuno in Piazza della Signoria, così chiamata dai fiorentini per il candore del marmo di Carrara. L’espressione “comprare il Biancone” (simile al vendere la Fontana di Trevi a Roma) allude scherzosamente alla dabbenaggine di chi si lascia raggirare, credendo di poter acquistare un monumento pubblico inamovibile ↩︎
- Inghilesi: Variante vernacolare per inglesi. Il termine evoca la folta colonia britannica che risiedeva a Firenze nell’Ottocento. Erano visti dal popolo come turisti facoltosi, eccentrici e spesso ingenui, facili prede di raggiri o spettatori attoniti delle bizzarrie locali. ↩︎
- Siei: Variante arcaica e vernacolare di sei (seconda persona singolare del verbo essere). Molto comune nella letteratura toscana antica e nella poesia popolare dell’Ottocento, viene qui conservata per mantenere la patina linguistica originale e la musicalità del verso. ↩︎



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