di Paola Bertoncini
Un anno fa [2020 n.d.r.] arrivò al museo1 una registrazione portata da Piero Secciani e donata dai familiari di Carlo. Una storia in ottava rima che ripercorreva un episodio importante: la partenza di Carlo per il Cadore, soldato alla Grande Guerra. Carlo Roncolini (1882-1969) come molti altri suoi concittadini, fu coscritto e destinato al fronte del Cadore. Mezzadro presso la fattoria di Renacci, trascorse poi la sua vita in una terra che sarebbe stata ingoiata dalla escavazione mineraria.
Amante dell’ottava rima ne utilizzò il linguaggio per raccontare le sue vicissitudini belliche e lasciarne memoria ai posteri. Versi tramandati a veglia, una volta tornato a casa, poi registrati dal maestro Elio Deci che portava gli alunni della sua classe a sentire la storia della Grande Guerra dalle parole di Carlo.
L’ottava rima, ma il canto, la poesia in generale, erano il veicolo prediletto dalla popolazione toscana per tramandare oralmente la memoria dei fatti che si ritenevano importanti. Degli accadimenti di cronaca, di costume, di politica che assumessero una certa rilevanza si provvedeva a “cavarne” la storia da cantarsi pubblicamente nelle occasioni che si fossero presentate. È così che Roncolini affida al metro delle cose importanti la sua storia, che egli ritiene importante e che dunque deve avere solennità e linguaggio solenne, almeno fino al secondo dopoguerra, nelle campagne toscane era la poesia. Diffusa capillarmente, era compresa, usata con frequenza quotidiana e riconosciuta come importante ed era rispettata. Il poeta assumeva un ruolo di raccordo del pensiero comune all’interno delle comunità perché grazie alla sua capacità di improvvisare aveva sempre parole da dire in ogni circostanza.
Così i poeti, di fronte alla drammaticità, e all’imponenza di una guerra, hanno affidato ai versi le loro narrazioni. Siamo abituati a pensare “poeti in trincea” come Giuseppe Ungaretti e Clemente Rebora ma con loro, magari sparando gomito a gomito da qualche feritoia, c’erano i poeti popolari di ogni parte d’Italia che affidavano ai versi le loro passioni e le notizie da recapitare ai propri cari. In Toscana non sono rare le lettere spedite a casa in ottava rima, resoconti e diari tenuti in versi, memorie affidate al metro dell’ottava e cantate nella necessità di esorcizzare la guerra, di mettere in guardia i giovani dalla sua crudeltà.
Versi ed ottave compaiono spesso negli inediti conservati in molti archivi e soprattutto nella memoria delle persone più anziane che, purtroppo, vanno a mano a mano morendo portando con sé un patrimonio destinato all’oblio.

Storia di Carlo Roncolini
I versi che seguono, sono stati estratti sbobinando una vecchia registrazione: le annotazioni servono per facilitare la comprensione del testo che fa riferimento, spesso, a modi di dire, azioni e oggetti ormai caduti in disuso.
Se tutta l’Europa gli è in questione
Tutt’assetati son per questa guerra
E nessun di noi ha compassione
Che la fame in Italia la si serra
E gli è un distruggimento di persone
Abbandonate a tutta questa terra
C’è chi ‘un raccoglie granturco né frumento
E pe’ i’cristiano questo è l’alimento.
Non si pole sta più co i’ cuor contento
Che Dio bene ci convien che dice
Perché a chi ha il cuore duro e non c’è drento
O Dio del cielo qualche porta aprite
Dimorti un tornan più per tutto i’ tempo
quelle son tutte vittime tradite
che ci mandano avanti a grinta dura
o che sia con coraggio o con paura
Ognun di riguardassi è sua premura
Perché nin2quelle valle ce n’è tanti
Che ci cadano in terra addirittura
Con bombe a mano e con gasse sfissianti
E ce n’è molti, hanno la testa dura
Che impossibile è d’andare avanti
Che fra il cannone e la fucileria
Ci batte il cuore par che vada via
Quante volte pensavo a casa mia
E n’i pensare agli anni miei passati
Si stava bene tutti in allegria
Ora n’i deserto siamo condannati
Ci danno un po’ di sbroscia, basta sia
E pane e acqua come a’ carcerati
Ogni tanto ci danno un po’ di vino
Quello l’ha fabbricato i’ tinturino3.
Così da i’ grande e i’ piccolino
Oddio quante famiglie sconsolate
Chi ha lasciato la moglie e chi il bambino
Chi ha lascio vecchio della madre e il padre
E noi lo siemo4 sempre n’i destino
Sempre de’ fatterelli ce ne accade
Se Dio ci leva da questo tormento
ognuno torna felice e contento
Quando fui giunto n’i combattimento
Il cannone ne fece maraviglia
E la fucileria facea spavento
Facea cadere il pianto dalle ciglia
E andavo avanti con dispiacimento
Quasi sempre pensavo alla famiglia
E di sacrificarci tanta gente
Pe’ piglià certi borghi e ‘un costan niente5
È qui dove mi arrabbio e son dolente
Tutti i giorni gli accade dei malanni
E c’è i dottori un hanno urgenze6
Come cani noi siamo discacciati
Ci trattan di parole malamente
‘Nsomma semo da tutti abbandonati
E di fassi una ragione ‘un è permesso
Facilmente d’andà sotto processo7
E a ragionar fra noi sarà lo stesso
Guai a chi caderà nelle sue mani
Ora per noi gli è chiuso l’ingresso
Ma quelle le son razze disumani
[…]
Questa vita bisogna fa’ pe’ forza
Viva la borghesia8 e casa nostra
Tira quante tu voi la fune è corta
di questa guerra come ben sapete
chi è impiegato agli uffici e chi alla posta
e l’è ridotta della bassa plebe
C’hanno ciucciato i sangue ‘un c’è che l’ossa
E dalla debolezza ‘un ci si vede
Chi agli uffici centrali e chi in ferrovia
Insomma tutti hanno lo “scappa via”
[…]
Piuttosto ragionar che la fenisca
E che venga il momento d’andar via
Questa credete una gran vita trista
Nun si sta più contenti e in allegria
È una vita perduta o bell’è vista
Che ci siemo a migliaia di persone
E si ritrova una gran confusione
Io ho fatto per portarvi il paragone
E per quanto gl’ho visto e mi trovai
Che di rima ‘un ebbi la ‘struzione
Un po’ alla meglio è che la imparai
E se ce lo trovate qualche errore
Un po’ di bernesco mi trovai
E se i versi miei non ebbi tanto secchi
Era in quei giorni addolorato stetti
Io chiude’ voglio questi pochi versi
Quand’ero nei confini di Pontebba
Ma se il verso preciso e un ce l’ebbi
E la mente nun era tanto fresca
E tutti i giorni mi tirava i nervi
Con certi giramenti della testa
Per provare un po’ di male e un po’ di bene
Feci domanda d’andar mulattiere
Come m’andiede vi farò sapere
Mi domandò se ero di mastiero9
Proprio la vita come vedere
Quello gli dissi io parea vero
Qualche fandonia gliene feci a bere
E gli dissi anche a casa li tenevo
Gli dissi ero capace e ero nell’arte
E chi lo sa come girò da parte10
C’eran le genti doventavan matte
Ma ni’ vedermi tanto disperato
Io ripensavo alle parole fatte
O i capitan che mi avessi trovato
Poi ebbi passato boschi fiumi e macchie
Poi arrivai a i’ posto destinato
Questo successe a me ve l’assicuro
E avevo durato più fatica d’i’ mulo
Si sellava di giorno e con lo scuro
Co’ viveri in trincea sempre di notte
Per dir la verità ero un po’duro
Che facilmente si incontraa la morte
Dove buttavan giù trincee e ogni muro
Dove i soldati son rimasti a frotte
Fra il Monte smerle11 e il Monte Nero
E pareva un inferno pe’ davvero
Il consolato12 gl’era il mio pensiero
Ero ridotto tutto tremolante
Per non restare in mano allo straniero
Mi messi a corsa ebbi a tirar le gambe
Lasciai la mula con l’attacco intero
La metraglia l’aveo poco distante
Insomma s’ebbe a lascià tutto in balìa
E ‘un ci valea le gambe a scappà via13
Considerate la persona mia
S’era ridotti un branco di sbandati
S’empiva monti, le strade ogni via
Erimo tutti quanti disperati
E ‘unn è poco che ve lo racconto in poesia
Andava in fumo boschi fiumi e prati
Dalla paura che ebbi e l’appetito
E affortunato fui nemmen ferito
Poi per scappare mi chiamai al dito
Che tutti quanti li vedeo scappare
Dal tuono un sentio più dall’udito
Ma il bello è che un sapeo dove m’andare
Come un ragazzo ero imbambinito
Dall’aria stessa mi sentio tirare
Che l’aria nostra e la ti tira il crine14
Sentirmi a respirar questa aria fine.
Vi spiegassi le grosse e le piccine
Io vi assicuro che un finire’ mai
A i’ che mi so trovo per quelle colline
Se l’è andati tutti in paretai15
Farei piangere le grandi e le piccine
Chi un l’ha provato non po’ creder mai
Vi spiegassi le mature e quelle cerbe
Dico in un anno nun si finirebbe
Dunque ascoltate ora gente
Quande successe questa ritirata16
Da comprà si trovava poco o niente
E la moneta gli era raddoppiata17
S’era contenti di mangiar polente
Ma nemmen la farina si trovava
Una donna si chiamava la Zaira
Due fette di pulenta mezza lira.
Che la famiglia bona e la cattiva
E le vole paga’ dieci per mille
Se la patria tedesca la gli tira
Dalla fame si faceva le faille18
Dalla rabbia ci si mordea le dita
Il sangue addosso se n’avea du’ stille
Che la fame in quei giorni era per tutto
E come i polli si beccaa i’ granturco
Era dovento il mio presciutto19
Che si stette in cammino più di un mese
Non si guardava e doventava asciutto
Non ci portavan mai drento un paese
Anch’io credete ero fatto a strutto
Si soffria dalla fame e dalla sete
Dai contadini là nin que’ fienili
Si dormia pe’ le stalle cappanne e pe’ cortili
Pensai d’abbandona’ que’ tal confini
Se la fortuna avrò di ritornare
Salutare i vecchi e i piccolini
E la famiglia mia di riabbracciare
Ritornar nei miei circonvicini
L’umanità che possa praticare
Che se salvo alla fine e son rimasto
Vuol di torno di novo al mio renaccio
Ora io e mi feci un’idea
Dissi la guerra ormai deve fenire
Se non finisce ‘un torno in trincea
Cor e tedeschi a costo di morire
Erimo lì a ogni santi e Sant’Andrea
Sempre la vita vi voglio dire
Quando idDio volse ossia il Signore
Una visita chiesi superiore
E mi sentio crepà dalla passione
Presentammi doveo da’i colonnello
Credete gente e mi batteva i’ cuore
Pare che drento ci fosse un martello
E poi lo rincontrai per un buon signore
Mi visitò che parea un fratello
E inabile mi fece in circa un mese
Ero contento che pareo borghese
Il mio passaggio vi farò palese
Passai alla compagnia dei pummodori20
E mi fecian girà più di un paese
Pei paesi cattivi e quelli boni
Là per quelle città fra quelle pietre
Gli ho fatto anche il rammattin de’ loghi21
Vu vi credete racconti novelle
Faceo di tutto pe’ salvà la pelle
Guardavo il cielo, la luna e le stelle
Dicevo lì fra me, falla finita
[…]
Poi cambiai di novo compagnia
E dalla presidiaria andetti via
Non abbellisco la mia poesia
Mi mandonno fisso a lavorare
C’era una stazione lì a una ferrovia
Di tutto ci toccava scaricare
Con gli otocarri la portavan via
E un par di mesi mi ci toccò stare
E io pe sta lì ero ubbidiente e accorto
Perché s’ero in trincea poteo esser morto
Poi il 14 luglio d’i’ 18
E fui passato nell’artiglieria
Ero contento di un pensiero dotto
Contento gl’era la famiglia mia
Diceo da me a i’ che mi so’ ridotto
Ora a cavallo e prima in fanteria
Poi ebbi dieci giorni di licenza
Poi tornai a rifar la penitenza
Ora se mi ascoltate con pazienza
Io quando di licenza e fui tornato
Seppi la nova di rifar partenza
E il primo giorno mi detti ammalato
Il tenente mi guardò con prepotenza
Disse in licenza tu sei bell’e stato
Bada bene i’ poltrone non lo fare
Che presto c’è la licenza invernale
[…]
Fra me e lei è la solita amicizia
E son tre anni che so richiamato
Con questa guerra mi hanno rovinato
Io presto vi do questo resultato
Quanto prima vi do la decisione
Direttamente a Brescia e fui portato
E la visita mi passò la commissione23
Quando il colonnello mi ebbe visitato
Disse questo soldato e gl’ha ragione
Era un uomo di cuore un po’ più umano
E inabile mi fece temporaneo
Allora mi feci un po’ più piano
Allora m’andò via quella passione
Che dal cannone stavo sempre lontano
Un po’ di pace mi sentivo su i’ cuore
Fussi venuto acqua a tramontano
Mi faceo sempre vivo come un fiore
Poi mi mandonno a un rifornimento
Lì mi passò settembre in un momento
Costì stavo proprio contento
A qui’ reparto là d’artiglieria
De’ cavalli ce n’era un settecento
Du’ belli e corridori erino i mia
A i’galoppo s’andava come i’vento
In un momento mi passaa la via
credeo d’essere i’ torlo drento all’ovo24
Mi passono la visita di nuovo
Diceo da me me lo daranno i’ brodo25
E cominciai piuttosto a intimorire
Sta a vede’ ‘un arrivo all’anno novo
Che ni’ 18 mi tocca morire
Che questa volta mi faranno idonio26
‘Nfatti fu vero e mi toccò partire
E da un reparto a un antro sempre mi mandavan via
Andetti al settantuno fanteria
Passai alla seconda compagnia
E lì di marcia c’era un battaglione
Rinforzi sempre di novo e ne venia
E ‘gni tanto c’era qualche spedizione
Roba che ‘un m’andava a sempatia
Anzi piuttosto m’affliggeva i’ cuore
E specialmente nell’ultima azione
Roba che faceva compassione.
E tanto bene si sentia i cannone
Quande fu i’ bello d’i’ bombardamento
E tremava i palazzi con le scole
D’i’ teatro tremava i’ pavimento
Anche a aere ‘uto27 i core di un leone
In quei momenti si sentia scontento
Du’ volte s’andò in riga pe’ partire
Poi fu sospeso e ancora c’ho da ire28.
Dai fonogrammi si sentiva dire
Che i’ Piave i nostri e l’avean passato
E l’austriaci si davano a fuggire
E dei paesi aveano occupato
Donne e bambini e vedean venire
Bravi Italiani ci avete salvato
E poi i giorni che furon di feste
Quande s’entrò a Gorizia e Trieste
Piangeva il figlio di Francesco Giuseppe29
Un po’ scontento sarà sempre ancora
Co i’ palazzo e tutte le bellezze
Quando c’avete preso per la gola
E disse Austria addio, addio ricchezze
La bandiera italiana era su Pola
Lui andette via piangendo e tristo
Nella svizzera neutrale un s’è rivisto
La registrazione dalla quale è stato estratto il testo
Note
- Il museo in questione è il MINE, Museo delle miniere e del territorio di Cavriglia. www.menicavriglia.it
- nin, cioè in
- Vino di Tinturino, modo di dire per indicare un vino che pareva acqua colorata ancora meno “nobile” dell’acquarello o mezzovino.
- siamo
- Cioè borghi, paesi di poco valore.
- Forse riferito ai medici militari oberati di lavoro e dunque sempre in ritardo nel prestare le cure del caso ai bisognosi.
- Il riferimento è alla linea dura imposta da Cadorna sulla possibilità per i soldati di esprimere opinioni sulla guerra. È noto che nel periodo della guerra i tribunali militari italiani furono molto impegnati a giudicare disertori, renitenti, autolesionisti e disfattisti. Cfr in proposito: Forcella E., Monticone A., Plotone d’esecuzione: i processi della prima guerra mondiale, La Terza, Bari, 1969; Monticone A., Millocco G., Il regime penale nella grande guerra. Il diario del colonnello Mocali, presidente del tribunale militare di Cervignano, Gaspari, Udine, 2019
- Da intendere come stato borghese, cioè non militare e non come classe sociale.
- Del mestiere
- Probabilmente: come girò dalla mia parte la fortuna.
- Monte Mrzli
- il desiderio di consolazione
- Le gambe non erano all’altezza della necessità di fuggire.
- Il vento fa volare i capelli ma con meno veemenza dello spostamento d’aria delle esplosioni.
- Paretai: trappole per catturare piccoli uccelli con l’uso della pania che è una miscela viscosa a base di vischio.
- Il riferimento è alla rotta di Caporetto del 1917.
- Cioè il potere di acquisto era dimezzato.
- faville, scintille.
- difficile interpretazione ma è probabile che il granturco, solitamente riservato ai polli e alla farina per la polenta, sia equiparato al prosciutto quale cibo più buono reperibile in quelle funeste circostanze.
- Espressione incomprensibile: forse si riferisce a qualche servizio militare o a qualche attività particolare ormai perduta. Da loco, latrina, cioè pulitore di latrine.
- Scriverà quello che mi sento (per autorizzare la visita medica).
- Commissione verosimilmente incaricata di scovare i simulatori.
- Credevo di trovarmi nel posto più sicuro di tutti: dal detto stare come il tuorlo nell’uovo.
- Cioè a dire: finirà questa sicurezza.
- Idoneo
- Cioè a dire: quand’anche avessi avuto.
- Due volte ci annunciano la partenza ma ancora, dopo tutti questi anni, non sono partito.
- L’ultimo imperatore d’Austria e Ungheria. Carlo I d’Austria (1887-1922) che non era il figlio di Francesco Giuseppe, come pensò Roncolini, ma il pronipote diventato erede al trono per una serie di vicissitudini. Regnò dal 21 novembre 1916 al 3 aprile 1919 e fin dal 1917 aveva cominciato ad intavolare delle trattative di pace segrete.



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