Il Niccheri

Vita di Giuseppe Moroni

E all'Autorità io là mi appresso :
Chiesi licenza per cantar le storie.
Le componeo da me per mio interesso,
Nella speranza delle mie vittorie.
Tutta la verità io vi confesso,
Senza macchia, albagia e senza borie;
E quattro mesi da mattina e sera
Cantavo sui Mercati e ad ogni Fiera.

Poeta illetterato

iuseppe Moroni, detto il Niccheri (1810 - 1870) è senz'altro il più famoso poeta estemporaneo ottocentesco; le sue storie sono state pubblicate dalla Tipografia Salani e molte sono state  memorizzate nella campagna toscana e qualcuna viene ancora oggi cantata a memoria. In ogni sua pubblicazione si firma sempre Giuseppe Moroni, detto il Niccheri, poeta illetterato. L'autobiografia che qui riportiamo si compone di settanta ottave incatenate; in essa vengono nominati centotrenta poeti coi quali il Moroni ha cantato e le località dalle quali essi provenivano. Si apprende inoltre della sua partecipazione alla seconda guerra di indipendenza e ai suoi numerosi lavori prima di dedicarsi definitivamente a svolgere l'attività di cantastorie.
Questa composizione viene citata anche dagli informatori di Dante Priore e specificatamente da Amerigo Arnetoli e Rosa Melani. Il Niccheri è autore della Pia de' Tolomei, della cena delle Talpe, de Lo sgombero dell'inferno vecchio e di altre storie che a mano a mano cercheremo di trascrivere.

La vita di Giuseppe Moroni

Se un lascito di Muse a voi vi feci,
Pregherete per me gloria beata.
Nacqui ni' milleottocentodieci
Fuori di Porta a Pinti in Camerata,
In terre dove fan fagioli e ceci;
È una bella campagna temperata,
D'olio, di frutte, di grano e di vino
Dell' avvocato Cocchi contadino.

E di lì si partì, chi ero bambino,
Cinque fratelli cor' una sorella
Cor' il padre e la madre via in cammino,
E si tornò n' una collina bella,
Fiesole detto : vi era anche il giardino;
Contadini di Monaci di cella;
Per ordin di Fra Giusto e Fra Pasquale
Tre anni interi a fare il manovale.

Vi era a San Salvi un antico Ospedale
Là negli anni di tifo e carestia ;
E i Monaci padroni del locale
Vogliono quello restaurato sia :
Maestro muratore e caporale,
Tre anni interi camminar per via
Pillore, sassi, calcina e mattoni,
Obbligato ubbidire ero ai padroni.

Nei crudi inverni, e per i sollioni
Io tre miglia facèo sera e mattina,
Ai tempi cattivi e quelli buoni
E sempre fu la solita dottrina ;
Poi vendendo il poder quei fratacchioni
Ed un tristo padrone si combina ;
Un puticchio ripien di prepotenza
Costretto il babbo a chiedergli licenza.

E di lì si dovette far partenza ;
Ma si ricombinò un buon padrone
Là due miglia distante in residenza
In un podere in pian di Mugnone;
Ma sempre Iddio ci dava provvidenza
Per l' onor di famiglia e per l' azione.
Il poder conteneva in poggio e in piano
L'ultimo contadino di Trespiano.

Vi era anche il bosco e non era lontano :
E in vetta a quello vi era un paretaio
Che con due rete si tendeva a mano :
Quercioli fitti, scope e ginepraio,
Che tutti i giorni vi sentìo un campano,
Dove ci praticava un pecoraio :
Per nome si chiamava Bastianino,
Lo zufolo suonava e l'organino.

E tante volte mi venia vicino :
Gli dicevo: – Sonate gl' istrumenti ?
Lui rispondeva : – Canta un pocolino,
A sonare e cantar si sta contenti!
E tanti giorni tra le quercie e il pino
Di ottave risvegliavo i sentimenti,
E ci presi una certa confidenza
Co' i pecoraio piena conoscenza.

E la famiglia nostra era in crescenza;
Quattordici anni avevo su' i groppone.
Disse mio padre: ─ Tu avrai pazienza:
Vo' che tu impari qualche professione.
Al podere si resta in resistenza,
Tu Tascerai la vanga e lo zappone ;
E a trovarti un mestiero io mi preparo :
Vo' che tu impari a fare il calzolaro!

Dissi di si: ─ Che presto presto imparo;
Io lo fo volentier, babbo mi piace,
Lascerò il governar manzi e somaro,
E d'impararlo presto io son capace.
Dunque, rispose il babbo, tu l' hai caro?
Da Ferro tu anderai alle Fornace.
Il primo giorno che andetti a bottega
Cella pèce il maestro il pan mi frega.

Questa, mi disse l' è la prima piega
Che anche il suo maestro fatto gli avèa ;
E poi con uno spago me lo lega,
E la maestra da parte la ridea.
D' insegnarti il mestier non ti si nega.
Io stava zitto, e. lui sempre dicèa.
Poi un quadro staccò che avea vicino,
Mi fa baciar tre volte San Crespino.

L'orologio alle dieci era in cammino.
Disse : Puoi fare la tua colazione.
Io presi il pane e il fiaschettin di vino,
Che di pèce sapeva ogni boccone.
Poi mi dette un grembiale da Arlecchino
Chè vi eran mille toppe in processione,
E a mezzogiorno venne la padrona
Co' una scodella di minestra buona.

Mangia! la disse lei, con me ragiona :
A tutte quelle cose non dar retta :
Gli ha fatto per veder la tua persona,
Se da ragazzo reggi la burletta !
E un pezzetto di carne la mi dona,
Donna precisa, puntuale e netta.
Le ventiquattro son del primo giorno,
Gli dissi addio a domani, e a casa torno.

La mamma la metteva il pane in forno :
Gli era finito, lo fece di sera ;
Tutti i fratelli mi venner d' intorno ;
Mi domandorno come andata l' era,
Il Babbo disse : Non date frastorno;
Sandò a cenar con la famiglia intera.
Ma ognun di loro co' i naso tirato avea :
─ Come puzzi di pèce! mi dicea.

Per forza ! la mia lingua rispondea
Le puzzeranno anche le budella :
Quel pezzo stamattin che preso avèa,
Che gli era iersera dentro la madiella,
Me l'ha preso il maestro e lo spremèa :
La prima cosa stamattin fu quella ;
Poi m'ha fatto cambiar l' acqua al catino
E baciare tre volte San Crespino.

Rispose il babbo : Che gli era indovino
Farà più presto che tu impari il mestiere
Gli è meglio che di fare il contadino,
A vångare e zappare ni' podere.
Ridea il fratel maggiore e il piccinino;
Io di levarmi presto avèo il pensiere;
Torno a bottega da sinistra e destra,
Dò il buon giorno al maestro e alla maestra

Di trucioli era piena una canestra :
- Votala, disse, quella è tua premura!
Buttali fora là della finestra
Nin qui montaccio giù di spazzatura!
Poi vi era otto fastelli di ginestra :
- Mettili sottoscala addirittura !
E dovetti spazzar tutto il quartiere,
E poi mi disse : Mettiti a sedere

Fammi uno spago? disse: Vo vedere;
E farlo che le punte sian sottile :
Lo principiavo con certe maniere,
Lo faceo lungo più d'un campanile.
E lui mi diede le misure intere;
Lo feci, lo impeciai, quasi simile.
Mi disse: - Bravo! e col martello batte,
E mi porta un paniere di ciabatte.

Sdrucile, tu vedrai come son fatte
Bada l'anime drento unn' è strappare
Mi dà un par di tanaglie mezze matte,
Nemmeno al burro si potea attaccare :
E l' eran buone da staccar mignatte,
Quando son ciondoloni per cascare.
Finite l' ebbi ed a guardar mi metto
Tutti gli arnesi che eran su i' bischetto.

Lì vi eran spaghi, lesine e trincetto;
Vi era un porcino, cor' un liscia-piante;
Vi era un par di tanaglie e un martello,
E vi era un monte di bullette spante:
Sbrocco, lima, rotella o tirapetto,
Forme per terra ed attaccate, tante;
Ed in far tutta questa riflessione,
Qualche occhiata su me dava il padrone.

Poi vi era un gatto sur un seggiolone
Che russava più forte d'un maiale.
Mandalo via! mi disse il padrone,
Ragazzo, agguanta qui questo pedale
Gliene diedi una coppia sul groppone,
Che si sentìa berciar giù per le scale;
E quella fu la vera medicina...
Tre giorni interi gli stiede in Cantina.

Il sabato di sera si avvicina :
Vien la maestra e mi dà quattro soldi,
Otto il maestro, sono una dozzina ;
Di danaro i ragazzi sono ingordi.
Addio, mi disse, a lunedi mattina ;
Di venir presto tu te ne ricordi?
Io gli dissi di si, e vengo via :
E vado in traccia della casa mia.

E giunti tutti insieme, in compagnia
Coi genitori si disse il Rosario,
E poi si ringraziò Gesù e Maria
E diedi al babbo qui po' di salario.
Bravo! disse, ragazzo, tira via :
Questi pe'i sale sarà necessario!
Due me ne dà, e dieci gliene resta
Per baloccarmi anch'io in dì di festa.

La prima settimana la fu questa.
Poi seguitando per gran tempo intero
A cucir toppe di vacchetta e testa,
Vitello bianco e di vitello nero;
Sempre la mano la faceo più lesta,
Affezionato a imparare il mestiero,
A fare spaghi, e setole attaccare,
A raggiugner tomaja e rattoppare.

Di toppe un posso mai paragonare !
Alle vecchie, alle spose ed ai bambini ;
Tutti momenti si vedean fermare
Artisti, barrocciai e contadini;
Di quelle dure un le poteo sfondare :
Avrò stroncato cento lesinini;
Solo di toppe in quattro mesi eguali
Più che cerotti in dodici Spedali.

Poi mi messe al lavor degli stivali,
A solettare e far degl' impuntiti;
E sempre mi dicea : ─Come tu sali
Nei tuoi lavori precisi e puliti!
E ci passai un par di Carnevali :
Furon diciotto mesi stabiliti;
Sur i momenti d' imparare il bello
Mi entrò altri pensieri nel cervello !

Lasciai bischetto, lesine e martello,
La pèce, pasta, cojo e San Crespino.
E mio padre dicca : ─ Birba, monello,
Tha' volontà di fare il birichino !
Comprai tre subbie, mazzolo e scarpello
E dissi: ─ Voglio far lo scarpellino;
E andiedi presto un lunedì mattina
In Fontalla, alla cava di Gallina.

Salutai il maestro : lui si avvicina :
- Dunque, mi disse tu vuoi lavorare?
E di lastrie un pezzo mi destina :
Con un regoletto me lo fa sbiecare.
Sentio batter mazzoli e martellina,
E ve n'era altri dieci a travagliare;
E ogni tanto qualcuno della cava :
Niccheri, mi dicea, canta un ottava

Io li guardavo, e quelli me guardava.
Il primo giorno stiedi sempre zitto ;
Solo con l'occhio mio ben rimirava
Con il mazzolo di picchiar diritto,
Perchè la man non era tanto brava,
La nocca era innocente del delitto;
E la sera il maestro a veder viene,
Disse: ─ Coraggio, tu principj bene!

E poi mi disse: ─ A te ti si appartiene
Quando la sera dal lavor si smette,
Di contar tutti i ferri ti conviene :
E mazzòli, scarpelli e le subbiette ;
Questa l' è un'ispezion che tocca a tene,
Pal di ferro, zapponi, conj e biette,
E regoli, le squadre e il corbellino,
E abbada a chiuder bene il Magazzino !

Ben tutto feci; vado via in cammino ;
Per andare a cenar l' ora era tarda :
Vi era minestra, vi era pane e vino,
E a ciglio brutto ognun di casa guarda,
Ma l'occhio della madre – il più vicino
Parea avessi un so chè, e non s'azzarda :
La mi guardava tutta appassionata,
La mano della subbia aveo fasciata.

E vado a riposar nella nottata,
Senza temer della mano il dolore :
Dormivo con un fido camerata
A letto insieme col fratel maggiore;
Lui guardò, e disse : - Nella mattinata
Tu hai una mano che mi fa terrore :
Ti giuro da fratello e ti confesso
Chi è cagion del suo mal pianga se stesso!

Riparto coraggioso dall'ingresso;
Sento il dolore un poco mi si scioglie;
E appena che alla cava là mi appresso
E con buona armonia ognun mi accoglie
Disse il maestro : Tu farai lo stesso :
Oggi tu sbozzerai diverse soglie;
E poi me le segnò con un carbone,
E fra le leghe pe' un soprammattone.

Sei giorni interi di lavorazione,
Sempre a sbozzare fu la mia carriera ;
Ma il maestro di me che ha compassione
Sento mi chiama di sabato sera,
Mi disse: - Bravo, hai buona vocazione.
Sei crazie il giorno a settimana intera !
Mi dà un testone e una lira codina,
- E addio, mi disse, a lunedì mattina !

Lo ringraziai ; e il piede mio cammina
Per andare a cenar con la famiglia.
Non mancavan nè pane, nè farina,
Nè fiasco, nè bicchiere, nè bottiglia.
Dall'anno all'altro era il vino in cantina
Gli eran quegli anni che ruzzava briglia
Ed il padre chiamai con voce piana :
Gli do il guadagno della settimana.

E lui mi disse: ─ Come sta la mana?
Io gli risposi : ─ Non c'è tanto male !
─ L'arte imparata mai non si profana :
Io non so come sia il tuo naturale
Io stavo zitto, e lui sempre gli arcana,
Finita che ebbe questa paternale,
Mezza lira mi dà per il mio vizio,
E più volte mi dicea : Abbi giudizio !

Io gli risposi : ─ Staro bene a sizio,
Babbo, benchè il mestiere mi sia grave!
E ritorno al mio solito servizio
Come fanno i lavoranti delle cave.
Nun' anno intero imparai l' esercizio :
Stipiti, capitelli ed architrave;
Il ciottolo, scalini e faldatura,
E una buona metà della misura.

E franco lavoravo senza paura
Con il braccio sinistro e quello destro;
E conosco del masso l' armatura,
Dove il macigno stà sotto il galestro;
Ed un sabato sera addirittura
Chiesi licenza, e dissi addio al maestro:
Lo ringraziai con docili maniere;
Restò turbato con gran dispiacere.

Vendiedi tutti i ferri a un rigattiere :
i mazzòli, le subbie e li scarpelli;
Nessun di casa mi potea vedere,
I genitori e tanto i miei fratelli;
E dissi: ─ Voglio fare il giardiniere
Nella mia gioventù gli anni miei belli!
E andiedi a lavorare in un giardino
Ni' popol dove nacqui contadino.

Ad una lira il giorno ti combino,
Mi disse il giardinier: ─ Sei principiante
Mi diede una zappetta e un vanghettino
A far bordura a una proda davante;
Un monte vi era poi di pecorino
Per i terricci e governar le piante ;
E per far tutta insieme una meschiglia
Con un gran monte insiem di terra giglia

Per i mughetti e per la vainiglia,
Pei giranj, la menta e la cedrina ;
Per i violi a ciocchi e la giunchiglia,
Rosai di seme e della borraccina:
Poi m'insegnò a dove il fior si piglia
Per fare i mazzi per la signorina:
Di camelie, magnole ed ananassi
Che i fiori più leggieri eran de sassi.

Poi mi disse la sera che annaffiassi :
Gli erano i mesi là de' sollioni;
E che alle vaserìe mi regolassi.
Agli aranci, ai cedrati ed ai limoni:
E in fino all' or di notte seguitassi,
Di più che in villa vi era anche i padroni.
E addove ci passai quattr'anni interi...
E che nome teneo tra i giardinieri !...

La gioventù che l'ha pochi pensieri,
(Forse la sarà l'ombra del destino)
Io pensai di lasciar fiori e panieri
Ed andare in Firenze per facchino,
Ad un Albergo là di forestieri
Che il padron si chiamava San Ballino;
E che il canto alla Paglia il nome vi era
Alla locanda dell' Aquila nera.

Ed il padrone mi messe in carriera :
Mi fe' capoccia di altri due facchini;
Mi consegnò una Rimessa intera
Che venian postiglioni e vetturini.
E disse: ─ Tu averai buona maniera,
Che ci guadagnerai di buon quattrini,
A scaricare e caricar carrozze,
A tirar acqua, e ripulir tinozze!

Poi mi disse: La sera a l’ore mozze
Ti converrà andare anche all' acquaio.
E chè il sudore mi grondava a pozze,
Due pettini teneo sopra un telaio.
Mangiare e bere che s'andava a nozze,
Non si batteva l'acqua ni' mortaio ;
A corpo pieno da mattina e sera,
Di gran fatica e gran lavoro c' era.

Ed un Cuoco francese il capo gli era :
Du sguitt, mi dicea, mons à presan!
Fortuna la mia gamba era leggera :
Qui travagliè bocců, anavan anavan!
Non capivo la lingua forestiera,
- Ale alè, coraggio mesanfan!
Tra l' acquaio, marmitte e bastardelle,
Se unn' hao giudizio vi lasciao la pelle !

Cazzarole lasciai piatti e scodelle;
E dissi: ─ Il pane dei padroni è tosto!
Ed una ne pensai delle più belle :
Di non volere star più sottoposto.
Una bottega in Mercato tra quelle
Si appigionava ni' mese d' Agosto :
Pagai per un anno intero la pigione :
Dissi, da me: — Voglio fare il padrone !

E presi un ragazzetto per garzone:
Da sguattero faceva e cameriere;
E io stava a cuocer le porzione,
Si serviva qualunque passeggere,
Con sbiffe, arrosto di pollo" e piccione,
Minestre e zuppe a gusto di piacere :
Bracioline, cibrei, trippa e stufato
Con i legumi che facea il Mercato.

Due anni interi vi ebbi lavorato;
Dopo, la stummia superava il brodo:
Vi era qualche maligno preparato,
Che tutti i giorni mi metteva un chiodo:
Quell' altro mi diceva: ─ Vi ho pagato!
Tutti boccon che mi facevan nodo :
Tra l' avere, tra chiodi e le credenze
N'aveo più che un v'è lastre per Firenze

Per sortir dai cimenti e competenze,
Questa infame bottega la lasciai:
Per non trovarmi a triste conseguenze,
Vendiedi tutto, e di li me n'andai.
E vicine le furono mie partenze
N' una campagna a fare dei Pallai;
Giuoco di schizzo e altri Pallai distinti,
Fuor di Porta alla Croce e a Porta a Pinti

Poi fui chiamato per altri recinti,
Per il Ponte a Rifredi e per Serpiolle.
Giuocavo anch'io, e tanti ce n' ho vinti:
Gl'intonacavo con la terra molle,
Giran le palle come gli aberinti
Che del pallino non son mai satolle.
Finito ch' ebbi quelli in ogni ingresso,
Io pensai di ottener qualche permesso.

E all'Autorità io là mi appresso :
Chiesi licenza per cantar le storie.
Le componeo da me per mio interesso,
Nella speranza delle mie vittorie.
Tutta la verità io vi confesso,
Senza macchia, albagia e senza borie;
E quattro mesi da mattina e sera
Cantavo sui Mercati e ad ogni Fiera.

Per le Romagne, la Maremma intera
E tre volte ho girato la Toscana.
Pisa, Lucca, Livorno, Pontedera,
Arezzo, Casentino e Valdichiana.
E sempre con buonissima maniera
In ogni posto il nome mio si arcana :
Per Pistoia, per Prato, e pel Mugello
Che di mie storie vi è sempre il modello

Poi tutto bianco si fece il capello,
Che di anni passao la cinquantina ;
Le partenze sentìo di questo è quello
Contro il Tedesco che a noi s' avvicina.
Anch' io una sera me n' andai all' appello :
Con i soldati miei il più cammina,
Per iscansare il traditor che piove
Nelle partenze del cinquantanove.

Anche il piede del Niccheri si muove,
Come italiano a fare il suo dovere.
E addove leggeranno le riprove
Là da vecchio ambulante vivandiere,
Dietro ai briganti per trovar sue cove:
Con un fucile, e in braccio aveo un paniere:
Sigari, rhum, ed altra mercanzia
Per i soldati della patria mia !

Per il Piemonte, per la Lombardia,
Per le spiagge di Goito, per Solferino ;
Per mettere i Tedeschi all'agonia,
Sulle rive del Mincio' e del Ticino.
Memoria Giugno il ventiquattro sia,
Le bandiere italiane a San Martino;
E con i quattro generali avanti,
Garibaldi, Cialdin, Marmora e Fanti.

Quel di l'Italia che ha portato i vanti
E che fuori sortì dal Purgatorio,
Evviva gl' italiani tutti quanti...
Evviva evviva il nostro re Vittorio!
Che gliè il più coraggioso tra i regnanti
E che a Tedeschi gli sono a mortorio !
Non solamente Re ma anche l'impero :
Fu fido, valoroso e fu guerriero.

Vinto che s'ebbe, ritornare io spero,
Dopo aver fatto tante e tante miglia:
Una speranza avevo nel pensiero,
Il sangue riveder di mia famiglia.
Il Cielo ringraziai alto, primiero,
Con occhio allegro ed inarcate ciglia.
Tre fratelli ci aveo nel fiorentino,
Uno cocchiere, un cuoco e uno facchino.

La nipote baciai, baciai il bambino,
E feci ai miei fratelli complimenti,
E insieme si votò un fiasco di vino
Alla meglio, e tra noi tutti contenti.
E che alla sessantina ero vicino
Mancava in bocca la metà dei denti;
Pei sentimenti della pancia mia
Dovetti rintracciare la poesia.

E farmi coi Poeti in compagnia
Con quelli di città e di campagna ;
Co' bernescanti, e di filosofia
Che ogni sudore il pane suo guadagna.
Co'i Margheri cantai di Scarperia,
Un contadino del popolo di Fagna ;
Con Calerio cantai di Settignano
E col Becca Palagi, fiesolano.

E cantai col Bardossi di Trespiano.
E a Legheri cantai col Francalanci;
Cantai col Cirri di Poggio a Caiano,
E a Siena cantai co' un certo Panci ;
Cantai coll' Angioloni veterano,
E con tre di Pistoia dagli Aranci:
Baldi, Porciani, e cantai con Borgiolo
Col vecchio genitore e il suo figliolo.

Cantai con il Giagnoni che stava a Jolo,
Cantai con Biagio, cantator di Prato,
E cantai con Lorenzo, funaiolo,
Col Macii, col Guarducci innominato ;
E cantai col Farini del Poggiolo;
Col Vannini di Levane chiamato;
E in Arezzo cantai col Guadagnoli,
E a Castrocaro con due Romagnoli.

Cantai col Paladini e i suoi figlioli,
E cantai con lo storico Quattrini;
Cantai in Maremma con il Pompignoli,
Cantai con il Gallori e col Salvini,
Cantai con Pirro e Ciofi, alti due Soli!
E cantai con Francesco Tamburini :
Cantai con Barilotto e col Boccacci,
Cantai con il Luchetti e col Checcacci,

A Livorno cantai col vecchio Bracci;
Cantai con Mirro e con il Paolini;
Cantai con Pietro Giardi e con il Bacci,
Col Meoni, col Folli e col Pacini;
E a Grassina cantai co' un certo Ciacci,
E a il Ponte a Ema con due contadini;
E ho cantato con Cintio di Farciani
E con Nando di Bazza, e col Melani.

Ed ho cantato con tre fiesolani:
Col Lensi, col Pratesi e con Violino :
E alle Cure ho cantato col Baccani,
E alla Porta a San Gallo con Giorgino,
Altri cinque ce n' ho poco lontani:
Col Cassigoli, il Tosti e un del Mulino;
E con Gosto cocchiere e Gesuè
Ed altri ancora da dirvene ce n'è.

Cantai con il Fabbrin del Ponte a Siè ;
Con Tamato cantai e il Magnanino;
Alla Rufina cantai, con altri tre :
Dendere, il Gioni e Gigi del Manzino;
Bargini e Passerin cantò con me;
Cantai con il Nannucci e Bandellino;
E cantai con Grisante e l' Angioloni
Col Ninzeri, il Tassilli ed il Baglioni,

Col Bigliotti cantai e col Marconi;
Cantai con il Fabbrini, cantai con Crino.
Con Gustavo, con Brinde e il Becheroni,
E con Beppe cantai di Bicchierino ;
Con Barcanti cantai e il Martelloni,
Con il Senti, col Galli e con Dreino;
Con il Buci di Campi e col Bogani
Con Pistricche, il Ferruzzi e con Bruscani.

Ed in Alfea cantai con due pisani :
Co' un certo Del Corona e con Baffino.
Con Bobi di Romito e col Caiani
Col Seggiola cantai e Biettolino;
E cantai con lo Zoppo del Frusani
Col lattaio cantai, Beppe il Rossino ;
E cantai col Mazzinghi e col Farcini,
Co' Angiolin della Menica e il Chiarini.

Con il Ciulli cantai e il Pastorini,
Con Ricciolo fornaio e Lauretano,
Con Piri a Montelupo e due bambini,
Con lo Zetti e Ruffino a Calenzano ;
Con il Cenni cantai: Boso e il Fusini;
E con Nando cantai di Carmignano ;
Col Burchi della Croce e con Martino,
Con Porpetto fornaio, e con Pietrino.

Ed a Strada cantai con Cicalino,
E coi Boddi all' Incisa, i due fratelli;
Con Torello cantai e Ricciolino,
Con Cinarra cantai e col Cappelli;
Con il Cagna di Balatro e Carlino,
Con il Berti, i' Donato ed il Mannelli:
Con Gaetan di' Bargilli al Ponte a Ema
Son centotrenta : e qui finisco il tema.

E con tutti ho tenuto per sistema
Tanto coi vivi che quei che son morti,
Ho rispettato la colma e la scema,
E a nessuno cantator gli ho fatto torti ;
Nè alla minor virtù, nè alla suprema,
Dover sempre di regger quei più corti,
Rispettai delle Muse ogni corredo:
Qui resto, vi saluto, fermo, e cedo!

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