La storia di Gnicche

Il feroce brigante che seminò scompiglio nelle campagne aretine a metà dell’Ottocento. Di lui si conserva in Toscana una fervida memoria e la storia del Figlinese Giovanni Fantoni (1828 -1914), da non confondersi col settecentesco poeta omonimo di Fivizzano che scelse il nome arcadico di Labindo Arsinoetico, vive nella memoria di molti e fu la linea guida dello sceneggiato RAI di Ivan Angeli trasmesso in due puntate sul canale 3 nel 1981. Tra gl’interpreti dello sceneggiato figurava anche il poeta estemporaneo Edilio Romanelli.


Delitti arresto e morte

del feroce capo assassino Federigo Bobini detto Gnicche

Se Apollo assisterà la mente mia,
Onde possa cantar d’ ottava rima,
E con l’aiuto di Gesù e Maria
Arriverò dell’ argomento in cima;
Spero non sarà tempo butto via,
Benché storie non fei, questa è la prima:
Vita e morte racconto e vi raffino
D’un giovane scorretto il rio destino.

Federigo Bobin, da piccolino
Appunto principiava a camminare;
Di campagnuolo si fe’ cittadino;
Col padre dentro Arezzo andiede a stare.
Questo ragazzo fa come lo spino,
Che nasce aguzzo perché vuol bucare:
Porta in tasca un coltello fatto a crìcche:
Per soprannome fu chiamato Gnícche.

Se lo tocchi, però lì dà le chicche
E a” quindici anni ancora non è giunto;
Vuol bene a fiori, quadri, cori e picche,
E per il giuoco dorme poco o punto,
Vestir vorrebbe da persone ricche;
È ghiotto quanto il gatto intorno all’unto…
Tu voi star tanto ben, ma che arte fai?
Manovale scaccin da paretai.

Una pagina del libretto

Non ha da fare, e non lavora mai…
Gnicche si mette ozioso per Arezzo;
Un dì entrò in casa a certi bottegai,
Prese a una donna quattr’ anelli e un vezzo,
Pare che il corpo non patisca mai…
Per i vizj lo vende a poco prezzo,
Li giuoca, fa di mezzo, e poi di tutto,
E in breve resta il portafogli asciutto.ù

Gnicche senza quattrin come l’è brutto!
Né per farli si adatta alle faccende,
E piglia al padre dei sudori il frutto,
E altre robe di casa, e gliele vende;
Vede al cattivo sempre più si è butto
Il padre, e fortemente lo riprende,
E Gnicche vuol ragione, e ci quistiona,
E invece di tacere… lo bastona.

L’ accusa al Tribunale, e non canzone;
E lo fa condannar per quattro mesi;
Lui fugge la giustizia, e va a Cortona,
E si butta bandito in quei paesi.
E là ferisce più d’ una persona;
Ha revolvere, schioppo ed altri arnesi;
Sempre lo cerca più la Polizia,
Con altri malfattor va in compagnia.

Sempre rigira lì a Santa Maria,
Santa Firmina, San Zeno e Sargiano;
L’ arrestano i soldati per la via;
Pare un leone, non par più cristiano;
Dove chiappa, la pelle porta via,
E li ferisce e scappa lor di mano,
Sicchè li rispettò quanto somari;
Poi se n’andò a Castello e verso Anghiari.

Lui va sempre dai ricchi e vuol denari;
In Chiana, nel Valdarno e in Casentino ;
Chi a lui resiste non la cava pari, ,
Perché gli fa baciar qualche santino.
Benché cattivo, ha degli amici cari;
Spesso spesso ritorna all’ Aretino;
E più volte ne andò ben monturato
Alla commedia e a passeggiare al prato.

Una donna spogliò lo sciagurato
La strapazzò, ma non le fe’ ferita;
Tutti i panni di lei si fu indossato:
Per andare a ballar fece partita.
Dicevan tutti: – Una donna è impazzato!
Fuggiva a casa ignuda e impaurita;
Non può parlare, chè gli manca il fiato,
E dopo disse: — Gnicche m’ha spogliato!

Un giorno, in un caffè, va lo sfrontalo
Gnicche, e ci trova il Sindaco a sedere
Lo saluta e gli va dal destro lato:
«Mi conosce? Chi son lo vuol sapere?
Fo il sindaco ancor’ io, molti ho tassato
io più di lei io faccio il mio dovere;
Perchè ha tassato ancor la bassa gente,
Ed io tasso i signori solmente…»

Gnicche saluta e parte prestamente,
E il Sindaco gli disse: «A rivederlo!»
E poi domanda a tutta quella gente
Se sia sindaco proprio quel bordello.
Quell’è Gnicche, essi disser, certamente’
Sor Sindaco, non guardi che sia bello, ,
Resta stupito, o gli cade la tazza; _
E dopo Gnicche andò a Firenze, in Piazza.

Che cosa fa codesta testa pazza
Va alle Camere, su da quei signori
Lo salutano tutti, e li ringrazia ;
Non so se fe” interessi, e tornò luori.
Poi va in casa d’ un prete e non l’ammazza
Gli disse: – E il più potente fra i Priori;
lo son Gnicche, e di sì mi deve dire;
Da lei stasera… voglio mille lire!

Non ho neppure un soldo prese a dire,
Mio caro Gnicche, non l’ avere a sdegno;
fra tre giorni li avrò, potrai venire?
Disse Gnicche: «Mi dia la serva in pegno!»
Ed il Prete: «Piuttosto vo’ morire,
Ma la mia serva non te la consegno!»
In tutti modi il caso è disperato;
Gli contò i franchi, e via l’ ebbe mandato.

A veglia vuole andar, ch’è innamorato
Di una ragazza di Santa Firmena,
Che a sue passioni sempre sfogo ha dato
Fu avvisata la forza e lo incatena,
Un contadin che il vino avea alloppiato;
Dormìa la in campagna dopo cena;
E Gnicche non potè mettersi al trotto;
E lo legano in sedici o diciotto.

Gli par mill’anni menarlo di botto
In carcere, tra tanti altri birbanti,
Chi di sopra lo tiene, e chi di sotto;
chi lo regge di dietro, e chi davanti.
Eccolo qua il nostro patriotto
Allor dissero a Arezzo tutti quanti:
In carcere fu messo da un’ armata;
E la seduta tosto è preparata.

Per la prima sentenza che fu data,
Messo in casa di forza per sett’ anni:
Poi cè un’altra condanna separata
per motivo d un furto ed altri danni;
Poi c’è quella che mai non ha scontata,
Che ai soldati strappò la pelle e i panni,
Inline piccolezze a centinaia…
Guadagnato s’è il pan per la vecchiaja!

Non c’è persona che un’ altro non paia
V’ era una guardia detto il Secondino;
Gnicche che parla piano e non abbaia;
Disse: – Non hai la palla d’un quattrino;
Se mi apri, tu 1′ avresti quasi a staia;
Alfin lo compra, e gli apre l’usciolino,
E gli s’ affìla dietro anche i compagni:
Non si sa il Secondin quanto guadagni.

Non vi so dir se battono i calcagni!
Prestamente scavalcano le mura
Acciò del Secondin nessun si lagni,
Di non li abbandonar promette e giura.
Sta tre dì tra le macchie ed i castagni;
Forse avrà fatto sacco… e poi assicura
Di scappar ratto per la via più stretta,
E lì pianta i panioni e la civetta.

Al Tribunal ritorna con gran fretta,
Con la speranza d’ esser perdonato;
Alle sue scuse non vien dato retta,
Comandan che sia presto carcerato.
E lui di nuovo in ginocchion si getta,
E dice: «Fui tradito ed assaltato!»
Contro forza non giova la ragione:
Non è creduto niente, e va in prigione.

E subito s’armar mille persone.
Par Gnicche ognun fra l’ unghie abbia;
Chi quà, chi là, soldati a processione,
Per rimetter l’ uccello nella gabbia.
Ma di Gnicche dirò la sua intenzione
Che veglia il contadino con gran rabbia,
Dietro ad un poggio con fucile in mano
Là presso casa sua, sotto Sargiano.

Coi fratelli alla messa va pian piano,
E parenti ed amici un dì di festa;
Senton dir: «Ferma là, tristo villano,
E chi non ha che far badi alla testa!»
Vedono Gnicche col fucile in mano:
Ognun si dà a fuggire a gamba lesta:
Lo piglia in mira, stringe e bene accende.
Lo chiappa con due palle e lo distende.

Si rimbuca nella macchia, poi s’ intende
Che Gnicche è presso Castel Fiorentino;
Va là sotto Cortona a far faccende.
State attenti; fa ridere il bocchino,
Tratta una donna e ci fa le merende;
Un dì gli disse un tal, di quel vicino
Non ti fidar di quella donna incinta,
Che per farti cader ti dà la pinta?

Presto la va a trovar con dura grinta.
Le disse: «Chi t’ insegna a far la spia,
Donna bugiarda, traditrice e finta ?»
Le dà un colpo, I” ammazza e poi va via.
Visitò il Tribunal la donna estinta;
Dà nelle smanie e maggior gelosia,
Vede Gnicche, le fa sempre più belle:
Si morde e batte il piè nelle pianelle.

Subito raddoppiò le sentinelle;
Per Gnicche il mare è sempre in gran burrasca
Lui tira avanti e non teme di quelle;
Non crede esser l’ uccello sulla frasca.
E va dicendo: «A chi preme la pelle,
Quest’ è lo schioppo e revolver in tasca?
Tacerò se con forza non arrivo,
E quando morto son, non son più vivo!»

Quante son le person più non le scrivo
Morte, ferite e messe in gran paura;
Bensì per chi gli dà non è cattivo:
Le spie le mette tutte in sepoltura.
Povero, disperato e quasi arrivo,
(La pera presto cade che è matura)
Pensò fare una cena cheto, cheto
In casa a un contadin di Tegoleto.

«Tieni sta roba» gli dice in segreto,
«Ch’io tornerò vicino a mezzanotte;
Stai zitto, e quando torno da Oliveto
Fa’ che queste vivande trovi cotte!
Bada che il vino non abbia l’aceto,
Perché lo voglio della meglio botte.
Arrosto metterai questi piccioni,
Che si mangi alla barba dei minchioni!»

Tre soldati, cercando altri birboni,
La sera, passeggiando in quella parto,
Trovaron certo fumo a strascieoni;
Disse un soldato, che era già dell’ arte:
«Vediam di questo fumo che è padroni
O c’è una cena o gioco delle cate!»
Entra in casa e quel che cerca trova
Disse dentro di sè: «Gatta ci cova!».

A interrogar il contadin si prova:
«Per chi la fate voi questa cucina?»
«Vede, li fo star bene e non mi giova:
Per l’opre che verranno domattina!»
Il soldato parole non rinnova,
E della scala riprese la cima,
Il contadin vede andar via il soldato,
S’ingegna d’avvisar quel disgraziato.

Il Gendarme nascosto e preparato
Sta nell’ingresso, e due nella capanna,
Esce la madre con la figlia a lato,
Per avvisare Gnicche ognun s’affanna,
Ei tutto ardito gli s’è presentato,
Di ritornare indietro le condanna.
«Fate silenzio e non vi date pena,
Ambedue state in casa a far da cena!»

Ecco Gnicche fischiando li s’infrena.
E gli s’avventan come can da presa.
Grida: «Aiuto compagni!» ad alta lena
Con pugni e calci si mette in difesa
Su ogni soldato, picchia Gnicche, e mena
Trecento metri gli trasporta presa.
Ripete: «Aiuto, amici, a questa guerra!»
Un soldato la bocca a Gnicche serra.

Ma nell’ammanettarlo esso si sferra
E nella mano gli ci attacca un morso;
Il soldato si svenne e cade in terra,
D’un dito gli mozzò la carne e l’osso.
Da bravo fa, ma chi non fa non erra,
Scappa… poi salta un ponte e salta il fosso;
Ma un soldato gli tira nelle rene,
Gnicche disse: «Bravo hai fatto bene!»

La pagina finale del libretto

Disse Gnicche: «Morir qui mi conviene!»
Chiama il soldato con parola umìle:
Ora si credo che la morte viene,
E non giova revolver, né fucile.
Ti lascio l’orologio e tasche piene,
E lo schioppo e revolver e lo stile,
Benché mi abbia tu percosso e ucciso
Ti perdono… e t’aspetto in Paradiso!

Disse il soldato: «Sarà assai indeciso,
Degno tu non sarai del Regno eterno;
San Pietro non vorrà vederti in viso,
Chi sa non ti respinga nell’Inferno,
Perché volesti star sempre diviso
Dalla Legge di Dio e dal Governo!»
E Gnicche muore in pace e ne conviene,
Le promesse al soldato gli mantiene.

A me s’agghiaccia il sangue nelle vene
Quando un cristiano fa codesta morte.
Gnicche disse, spirando in quelle pene;
«Il morire per me sarà una sorte!»
Non so se in ventott’anni fe’ mai bene,
Avrà seduta alla Celeste Corte.
Là dove ci conduce l’ozio e il vizio,
Lo vedremo tutti, il giorno del giudizio.

Vogliono gli Aretin che sia indirizzo,
E riportato a Arezzo al Camposanto,
Benché picchiasse tanto a precipizio,
E li facesse già disperar tanto.
Quì fo fine e non porto pregiudizio,
Termino quest’istoria e chiudo il canto,
Se feci sbaglio ognun di voi perdoni,
Son di Ponte Burian, Giovanni Fantoni.

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