I poeti di Ischia di Castro

Quel territorio niente o poco vale
Ha strade con un metro di pantano
D'inverno non ci va chi non ha l'ale
O chi non vi possiede l'aereoplano
Sembra terra del tempo medievale
Dal Mar Tirreno fino a Pitigliano
Terra che dovrebbe essere un giardino
Mentre non ha il valore d'un quattrino

(Gismondo Olimpieri, di Cellere (VT) 1936)

Oggi nella Tuscia possiamo incontrare (tra i vati noti al pubblico più vasto) solo due poeti estemporanei: Pietro e Michela Benedetti, ma non molti anni fa, come ci testimonia la vasta letteratura in proposito, era frequente incontrare i poeti a braccio in tutti i paesi e le campagne della provincia viterbese. Le ottave seguenti, sortite da un libriccino salani da 15 centesimi del 1905, sono un omaggio del poeta Raffaele Corradini, che si definisce poeta popolare, ai poeti di Ischia di Castro attivi tra Ottocento e Novecento. Nulla possiamo scrivere dell’autore né dei poeti mentovati perché nulla sappiamo e chissà mai se qualcosa sapremo.

Storia dei sommi poeti di Ischia di Castro

Alessandrino il primo, io ve lo giuro
È forte e bravo sulla poesia,
Più forte è di un metallo e di un gran muro
Più gentile del figlio d'Italia ;
Credete in fede mia ch' io ve lo giuro
Che stà col centro della monarchia,
Che quando canta la sua gorgia è bella
Che farìa innamorare ogni donzella.

Sento all'orecchio mio nuova favella
Un gran poeta degno di cantare ;
questo Ermète fa l'ottava bella
Che gli angeli dal ciel li fa calare ;
Al volo fa fermar la rondinella
E ferma l'usignol col suo brillare ;
Un fulmine lo ferma quando piove
Che vien lasciato dalle man di Giove.

Pietro è il terzo, e sua mente muove
Che più istruito nell' Italiano,
Il gran Virgilio e Dante fa scommove'[1]
È di guidarli con sua mano.
Sempre coi canti le sue rare prove
Gli cerca di spiegar tutto l' arcano ;
A far il poeta ha tanta fantasia
Gentile il suo cantar, pien d' armonia.

E' ce n'è un altro con gran gagliardia
Che fa sortir nel mare l'arido scoglio ;
E forte e bravo sulla poesia
E che a tutte le Muse dà cordoglio ;
A salire il Parnaso si astenia
Con gran versi adattati in raro invoglio :
Questo è Giuliano di nome chiamato,
Che della poesia fu ben dotato.

Mi vedo avvicinar di un altro lato
Venir fugante a sue famose voglie,
Che questo in poesia fu il primo nato
Del limbo greco si cambiò le spoglie ;
Questo è Mattio di nome chiamato
Che conduce le Muse a orridi doglie;
Del limbo greco riprese il cammino
E si fermò nel fonte Gabbalino.[2]

Mi avvicinava poi a me vicino
Un gran cultore pieno di ristori ;
Che discendea del soglio cristallino
In sua corona fatta degli allori;
Questo è quel gentile Tomassino
Portò in varî luoghi i propri onori;
E li portò con tanto suo disegno
Sua fama la lasciò per tutto il regno.

E Vincenzo Morucci ha grande ingegno,
Pieno di gran possanza e di furore,
E sulla poesia non ha il congegno
Bianco li dipinge del suo proprio onore.
A tutti li poeti dà il sostegno
Gentile nel cantar con umil core ;
Ma se per sorte piglia scudo e lancia
E tristo quel poeta che a lui si slancia!

Note

[1] Commuovere

[2] Fonte di Ippocrene o fonte di Elicona; secondo la tradizione questa fonte è una sorgente situata alle pendici del monte Elicona e scaturita dalla roccia che fu colpita da Pegaso il cavallo alato; sempre secondo la tradizione nei pressi di questo fonte si riuniscono le muse a cantare e danzare.

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