L’ottava rima

L'ottava rima

perché cantando il duol si disacerba

Tra le tante forme dell’improvvisazione spicca per diffusione l’ottava rima la quale non è altro che una stanza poetica di otto versi endecasillabi (cioè di undici sillabe metriche) che rimano tra loro secondo questo schema: il primo rima col terzo e col quinto, il secondo col quarto e col sesto mentre il settimo e l’ottavo rimano tra loro.

Per rammentare Edilio Romanelli
Insieme al Puleri ed al Marcucci
Mangeremo cantando gli stornelli
In memoria di Vietti e di Mafucci
Passeremo momenti tanto belli
Perché cantando si cacciano i crucci
Così che un’altra notte in centro sia
Dedicata al buon cibo e alla poesia.

Cenni Storici

L’ottava appare, o forse nasce, nel XIV secolo riscuotendo un immediato successo tra i poeti colti e i poeti popolari che la usano per comporre poemi e improvvisare contrasti sui più svariati temi suggeriti dagli uditori. È così che l’ottava supera le sfide del tempo e si presenta ancora immutata dopo sette secoli sia sotto forma di poema, l’ultimo pubblicato è l’Olimpio da Vetrego, sia sotto forma di contrasto improvvisato nelle ancor numerose occasioni nelle quali i poeti estemporanei, o bernescanti, si ritrovano o vengono convocati per cantare. L’ottava, insomma, è sempre stata trasversale al mondo “colto” e al mondo “popolare” ottenendo però da quest’ultimo un’importanza che va ben oltre il mero diletto per assolvere funzioni legate alle numerose tradizioni che ruotano intorno all’improvvisazione e alla figura del poeta.

Il contrasto poetico

Il contrasto è la più semplice, la più nota e la più longeva forma di improvvisazione che si risolve assegnando a due poeti una parte da difendere tra due elementi in contrasto tra loro: il bianco e il nero, la moglie e il marito, la scienza e la natura, maggioranza e opposizione, eccetera.

Poeti all'opera

I poeti svolgono il tema, in ottave, senza vincoli di durata o di contenuto, se non il tema assegnato, con l’unica clausola di riprendere sempre la rima lasciata dal poeta che li ha preceduti per finire con un’ottava alternata (un verso per uno): al termine del contrasto non ci saranno vincitori né vinti. Per comprendere quanto sia lontana nel tempo l’improvvisazione poetica basta sfogliare le Epistole di Caio Orazio Flacco nelle quali leggiamo che «i contadini, forti e felici con niente, dopo la raccolta del frumento riposavano nei giorni festivi lo spirito e il corpo e che colla famiglia e coi compagni di lavoro per ottenere un miglior esito del raccolto nell’anno venturo offrivano in sacrificio alla Terra il porco, in sacrificio a Silvano il latte e in sacrificio al Nume Tutelare il vino e i fiori» e che da queste usanze nascono i versi fescennini[1]:

“da queste usanze ebbero origine i «licenziosi fescennini, che verso contro verso improvvisavano ingiurie sul mondo contadino, e trovando fortuna, di anno in anno, la loro libertà divertí garbatamente»[2]

ma la prima vera descrizione di un contrasto poetico ce la fornisce Gidino da Sommacampagna:

«contrasto ee (è) quando duy compagni cantando parlano l’uno contro l’altro, de una medesima materia: e lo primo che comincia ee appellato opponente, e lo secondo ee appellato respondente: e l’uno tene la sua opinione per una de le parte, e l’altro responde e tene una opposita oppinione per un’altra parte, a modo de una disputanza: e zascheduno de loro canta una stancia de lo ditto contrasto, la qual stancia può essere de octo versi de undexe sillabe per zaschaduno. Videlicet li primi sey versi de due consonancie (rime), cioè lo primo lo terzo e lo quinto verso de una consonancia, e lo secondo lo quarto e lo sexto de una altra consonancia, e poscia lo septimo e lo octavo verso debbono essere de una consonancia diversa da le altre due consonancie de li primi sey versi preditti»[3]

Ancora oggi quando due poeti contrastano si attengono a queste semplici regole conosciute da tutti gli appassionati di poesia improvvisata e radicatissime nelle campagne toscane nelle quali l’ottava rima era pane quotidiano per molti che la improvvisavano o la cantavano a memoria. Per restare nell’ambito delle testimonianze “colte” giova rammentare un articolo di Giuseppe Baretti (1719 – 1789) che dopo aver letto le «Lettere dall’Italia […] con un avviso a’ gentiluomini che vogliono passare le Alpi»[4] di Samuel Sharp, metteva in guardia i viaggiatori dalle «scorribande e dagli agguati» dei briganti italiani.

Nel 1776 il Baretti stende un’accurata relazione, poi pubblicata in inglese l’anno successivo, nella quale ribatte punto per punto gli scritti del chirurgo britannico e a proposito della Toscana scrive:

“fra i principali tratti che caratterizzano i toscani, ho di già parlato del loro amore per la poesia e del loro uso singolare d’improvvisare, vale a dire di cantare de’ versi all’improvviso, accompagnandosi con la chitarra, o con qualsiasi istrumento di corda. Entrambe queste loro qualità sono di antichissima data. I toscani furono tocchi dalla bellezza della poesia più che ogni altro popolo, tosto che la loro lingua cominciò ad essere verseggiata. Uno dei loro antichi novellieri, Francesco Sacchetti, asserisce che il popolo fiorentino soleva cantare per le strade il poema di Dante. Pare inoltre che le antiche odi, le canzoni, le ballate delle quali il Lasca ci ha dato una raccolta sotto il titolo di “Canti carnascialeschi”, sieno state in gran parte composte dal basso popolo toscano. Riguardo al loro improvvisare, egli è difficile il darne una giusta idea ad un forestiere; nondimeno posso dire che non v’è cosa più piacevole più sorprendente di sentire due dei loro migliori improvvisatori, et cantare pares et respondere parati, e sforzarsi ciascuno di superare l’altro. Io fui più volte grandemente meravigliato della rapidità delle loro espressioni, della facilità delle loro rime, dell’esattezza del loro numero, dell’abbondanza delle loro immagini e del calore e dell’impetuosità de’ loro pensieri. Sarebbe difficile il fissare fra questi popoli l’origine di una tale usanza, o per meglio dire, io ho tentato invano di scoprirla, allorché altre volte mi applicavo alla poesia italiana. Bernardo Tasso ci fa sapere che Luigi Pulci, poeta fiorentino che fiorì verso la metà del secolo xv, recitava sovente alla tavola di Lorenzo de’ Medici dei canti all’improvviso; vuolsi eziandio che il Pulci abbia inserito nei suoi scritti molti di questi canti, e che vi sia stato consigliato e aiutato dallo stesso Lorenzo, dall’Argiropulo, dal Poliziano, da Marsilio Ficino e da molti altri che Lorenzo ammetteva familiarmente alle sue cene. Questo lungo poema (il morgante) è sconnesso nelle sue parti, pieno di stranezze e non meno piacevole di quello dell’Ariosto[5].

Naturalmente alla testimonianze “colte” se ne aggiungono tantissime “popolari” sebbene questa distinzione valga assai poco specialmente in ambito poetico. Di seguito la testimonianza sul canto improvvisato di Libero Vietti (1926 – 2001), senz’altro il più talentuoso poeta Valdarnese del Novecento:

«Avevo 13 anni finiti. La prima volta che io sentii cantare, fu in casa mia, c’era il povero Giulio Mugnai, e un certo Bartoli. Vennero a cena e cantavano di poesia: io mi misi ad ascoltare, ero ragazzetto, 13 anni ancora non li dimostravo nemmeno. […] E venne a aiutarci a mietere un certo Scarnicci: quest’uomo cantava di poesia, la sera, dopo merenda, cominciò a cantare. Io ero fra mio padre e mia madre e gli dicevo mentre si mieteva: «Gli risponderei. Mi sentirei di rispondergli un po’ come la so fare.» Poi il babbo mi disse: «Tho! e rispondigli. Non ti mangia mica nessuno se anche tu sbagli!» Si arrivò in cima alla passata che quest’uomo cantava: gli risposi! Magari invece di otto versi ne avrò fatti sette… , poi cominciai a cantare a essere sempre più sicuro e si prese il contrasto. C’era uno a aiutarci a mietere, che aveva lasciato la fidanzata, ci aveva fatto all’amore 7-8 anni. Allora questo Scarnicci gli diceva che aveva fatto male, e io presi la parte sua e dicevo che aveva fatto bene. Ci si fece mezzanotte! Quest’uomo disse alla fine: «Oh! Io sono fatto vecchio, non mi era mai capitato. Mi tocca dargli primiera[6] se no ci si fa giorno!».[7]

Bernescanti e poeti di scrittura

La tradizione ha sempre diviso tra il cantare in bernesco e il cantar di scrittura distinguendo gl’improvvisatori veri e propri (i cantori in bernesco, o bernescanti nome mutuato da Francesco Berni poeta di Lamporecchio) da coloro che cantavano versi precedentemente preparati (detti poeti di scrittura). L’aspetto poetico rivestiva una grande importanza nel mondo rurale e popolare; la mezzadria, spina dorsale dell’economia Toscana fino alla metà del Novecento, infatti era qualcosa di più di un patto agrario tra un proprietario terriero e una famiglia di coloni: la mezzadria era un modo di pensare la società, era un rapporto intenso col territorio e con l’ambiente, era una forma di convivenza tra gli uomini, era una povertà incolmabile e una continua ricerca di soluzioni ai problemi quotidiani. È qui che la poesia, che veicola un gran numero di parole, diventa un potente strumento per la conoscenza proponendo sempre una serie di possibili soluzioni a problemi ordinari. Le storie, i fattacci, i lamenti e le canzoni scherzose (i lazzi) così come il contrasto improvvisato stimolano la riflessione, affrontano i problemi, propongono soluzioni e indicano regole generali di comportamento.

I temi del contrasto

Nella fattispecie del contrasto i temi più richiesti sono quelli legati all’attualità e alla vita ordinaria: accanto all’immortale contrasto tra padrone e contadino troviamo quello tra suocera e la nuora, convivenza spesso difficile nelle numerose famiglie rurali, oppure quello tra il becchino, il dottore e il prete figure importanti e “costose” per una famiglia contadina. Al tempo della diffusione del socialismo nelle campagne fa la sua apparizione il contrasto tra l’ateo e il credente; dopo la prima guerra mondiale uno dei temi più assegnati è Il cieco nato e il cieco diventato; nel periodo fascista si dà come tema l’amore per la mamma e l’amore per la patria; nel secondo dopoguerra uno dei temi più ricorrenti è Democrazia Cristiana e Partito Comunista, oppure durante la guerra fredda, America e Russia. Anche lo sport occupa i suoi spazi coi contrasti tra Benvenuti e Mazzinghi; Coppi e Bartali; Calcio e Ciclismo. Tutto questo in una congerie di argomenti legati alla vita quotidiana dei paesi e delle campagne: la lepre e il cacciatore; il cavallo e la bicicletta; la vita e la morte; la donna grassa e la donna magra; lo scapolo e l’ammogliato; la suora e la prostituta e non mancano contrasti di tipo mitologico e letterario come Ettore e Achille; Ulisse e Polifemo; Tancredi e Clorinda eccetera eccetera. Un esempio di contrasto improvvisato che si poteva sentire era di questo tipo:

Contadino:
Fino a ventisett’anni con orgoglio,
anch’oggi faccio un doveroso inchino,
anzi dimenticarmelo non voglio
perché vengo di origin contadino,
anche se con le grinze a i’ portafoglio
l’ho coltivato il grano e pure il vino
e poi mi son trovato in confusione
trovandomi sfruttato da un padrone.

Padrone:
Però non dir che gli era mia intenzione
di farti ben soffrir le amare pene
avevi torto e volei la ragione
io t’insegnavo il meglio per far bene
Tu seminavi fuori di stagione
un contadin così non mi conviene
e pratico non era dell’ambiente
rendeva poco e ‘un mi rendeva niente.

(Contrasto tra Padrone (Edilio Romanelli) e Contadino (Libero Vietti) registrato da Dante Priore a San Sepolcro il 5 settembre 1979)

I librettini Salani e i fogli volanti

Un foglio volante

Diffusissimi erano le storie e i contrasti che giungevano nelle campagne attraverso i merciai ambulanti che vendevano i librettini Salani al modico prezzo di 10 centesimi; le storie più conosciute, memorizzate e regolarmente cantate erano la Pia de’ Tolomei, la storia di Gnicche, dalla quale fu tratto nel 1982 anche uno sceneggiato Rai, e il contrasto tra Padrone Fattore e Contadino. Generalmente a pubblicare le storie erano i poeti di scrittura che non riuscivano a improvvisare ma scrivevano interessantissime storie sia in ottava rima sia in quartine o sestine o in altre forme metriche meno diffuse. Questi artisti componevano contrasti o “levavano” storie dai fatti più importanti di cronaca, politica e costume. Raccontavano in versi il mondo nel quale vivevano; spesso erano cantastorie di professione e le loro composizioni erano conosciutissime e pubblicate su fogli volanti gran parte dei quali sono oggi custoditi presso la Biblioteca Nazionale di Firenze. Questi testi memorizzati venivano ricantati a veglia quando non c’erano poeti in grado d’improvvisare o suonatori che facessero ballare i presenti; a poeti e suonatori doveva essere dato qualcosa per l’incomodo e nella magra economia mezzadrile si economizzava su tutto per poter avere questi artisti a veglia in occasioni privilegiate.

Il testo poetico

Il testo poetico era sempre destinato al canto, le melodie erano sempre le stesse ed erano conosciute da tutti, su queste melodie si componevano di volta in volta testi diversi ( i centoni, o le parodie) rendendo vita facile a chiunque volesse cantare pubblicamente qualche storia imparata a memoria o scritta ex novo per qualche ricorrenza o per ricordare qualche avvenimento o per prendere in giro qualcuno canzonandolo. L’altro aspetto del canto era legato inevitabilmente al coinvolgimento dell’uditorio che è portato a seguire il ritmo del verso e la melodia del canto vibrando empaticamente col cantante stesso[8]: è per questo che si cantano i cori negli stadi e nelle manifestazioni di piazza, gl’inni e le preghiere nelle funzioni religiose, gli inni nazionali nelle cerimonie civili.

Ottava rima, rispetti, stornelli, lazzi, fattacci eccetera erano sempre o quasi sempre identificati con l’ottava rima che nel comune sentire non rappresentava la forma metrica di cui abbiamo detto ma l’intero repertorio di canto popolare diverso dall’opera lirica e dal canto religioso. Il canto insomma era una costante compagnia del mondo agricolo e mezzadrile e, naturalmente, aveva sempre una funzione ancorché meramente dilettevole. È così che si uniscono all’ottava rima e alle storie gli stornelli di segatura che venivano cantati durante il faticoso lavoro della falciatura del grano e le canzoni narrative, la più famosa delle quali è «Donna lombarda», della quale sono sopravvissute numerose versioni a ballo, che servivano da ninna nanna o per distrarre i bambini: “… queste erin cosine che ce cantava la mi mamma pe’ facci sta’ boni quande gni se chiedeva i’ pane che ‘un s’aveva … allora lei ci cantava queste novelline, queste storielline e noi ci s’addormentava e addio ; cambiando melodia e ritmo allo stesso testo si poteva cantare a ballo, magari accompagnati dalle gnacchere toscane, così anche in assenza di un suonatore qualche giro di valzer era sempre possibile: “…questa è una storia che si ballava a varsere quando veniva fatto le veglie nelle case dei contadini dopo finito la guerra del 15-18 …”. Paradisa Pieraccini, di Cavriglia, per esempio rammenta una raccolta di stornelli adatti sia alla segatura del grano sia ad essere cantati a ballo:

E quanto gli è curioso i Fiorentini
cantano gli stornelli alla pisana
vanno a fare all’amore senza quatrini
si fidano nelle tasche della dama.

Bada non fare come fa le zucche
a una a una fanno i’ viso giallo
a una a una le lo fanno tutte
ma così farà tene se non e sbaglio

L’ho seminato un campo di carote
a una a una tu me l’hai fenite
a una a una tu me l’hai fenite
e i’ giallo t’è rimasto nelle gote

Non mancano testimonianze di persone che ricordano distintamente che più o meno tutti cantavano mentre erano intenti al lavoro anche se erano soli: “ … Io queste cose l’ho imparate n’i campo quande aiutavo i’ mi poro babbo … allora c’era questa malattia di cantare e si vede l’aveva anche lui … cantava sempre: o cantava la Pia de’Tolomei, o la storia di Gnicche, o la Caterinella … diverse di queste canzoni così …

Le funzioni del poeta

La befanata

Sabatino Bigi ricorda come nei poderi passavano la notte del 5 gennaio le squadre a cantare la befanata che era un rito di questua che veniva celebrato di podere in podere. Modalità e temi del canto erano diversi da luogo a luogo e potevano cambiare più volte nel raggio di pochi chilometri ma la struttura restava invariata: una squadra di personaggi mascherati si avvicinava al podere accompagnati da un poeta che era riconoscibilissimo il quale improvvisando delle ottave garantiva sull’onestà e la dignità dei suoi compagni e chiedeva il permesso di entrare in casa per cantare. Una volta ottenuto il permesso veniva eseguito un canto rituale e successivamente improvvisata una scenetta nella quale la befana si sentiva male perché doveva partorire un bambino (l’anno nuovo) o perché aveva un dente dolente (l’anno vecchio) che doveva essere tolto immediatamente; al termine della scenetta dopo un brindisi offerto dal capoccia il caposquadra invitava la massaia al ballo e tutti ballavano: da quel momento e per tutto il Carnevale in quella casa si poteva ballare a volontà. Una squadra era sempre formata da un poeta, un suonatore, il befano e la befana (o il vecchio e la vecchia), il bambino, il dottore e altre figure secondo la fantasia della squadra. Sabatino ricorda un’ottava cantata dal poeta per ringraziare la famiglia ospite:

Io mi rivolgo alla massaia mia
che di passare mi ha dato i’ permesso
o che dia la befana o ‘un me la dia
ma ringrazià la ringrazio lo stesso
e la ringrazio per tutta la compagnia
dall’intelligente perfin’a i’ più fesso
o che sian fichi bolsoni o picce intere
siemo contenti in tutte le maniere.

La zinganetta

La zinganetta, o zingana, era invece una rappresentazione teatrale curatissima e tutta in rima: era scritta in quartine composte da tre settenari e un quinario (o se preferite due settenari e un endecasillabo con rima al mezzo) aveva argomento vario e si rappresentava quasi sempre per carnevalino ovvero la domenica che precede il martedì grasso .

Pulcinella nella zinganetta della Val di Sieve

Il tema della zinganetta era quasi sempre un amore ostacolato o uno sposalizio senza dote che doveva essere recuperata in qualche maniera: non mancavano tuttavia testi scritti ex novo per celebrare momenti speciali o per affrontare temi particolarmente sentiti dalla comunità. Anche nella zinganetta il poeta, che non aveva altri ruoli che quello di accompagnatore e garante per gli attori camuffati, aveva il compito di aprire il teatro improvvisando delle ottave sulla comunità che riepilogassero gli accadimenti dell’anno precedente, auspicando salute e fortuna per il tempo a venire. I personaggi della zinganetta erano più o meno sempre i medesimi: c’era la zingana, il capitano vestito da carabiniere o da soldato napoleonico, il vecchio e la vecchia che portavano in giro una figlia per trovarle marito, il dottore che sapeva le leggi e avrebbe steso il contratto di nozze; a queste figure si univa il pretendente della giovane e alcune maschere della commedia dell’arte come Zanni, Stenterello e Pulcinella che suscitavano l’ilarità del pubblico con versi e discorsi costantemente fuori luogo.

Il bruscello

Scena dal bruscelo di Casalino (AR)

Vi era poi la pratica del Bruscello, o il sega la vecchia, o la vecchia del bruscello che si svolgeva sempre a carnevale laddove non si svolgeva la zinganetta o a mezza quaresima e andava sotto il nome di vecchia di mezza quaresima o maschere di mezza quaresima. Anche questa era una forma di teatro popolare durante il quale si mettevano in scena testi composti in ottave e cantati da tutti gli attori. Era un modo per festeggiare il risveglio della stagione e l’approssimarsi della primavera. Anche il bruscello rientra nel novero dei vari riti che un po’ in tutta Italia si celebravano e si celebrano ancora per auspicare buona sorte tra l’epifania e la pasqua. Anche in questo caso il poeta estemporaneo, portando in mano un bastone fiorito (il bruscello) accompagnava gli attori nelle varie aie dove si sarebbe tenuta la rappresentazione improvvisando ottave beneaugurali per la famiglia ospite o per la comunità e ringraziando alla fine per i doni ricevuti dai bruscellanti.

Il poeta era dunque un personaggio caro alla comunità; un personaggio che svolgeva un ruolo di presidenza nei riti più importanti, un personaggio che, grazie alla sua dote di improvvisatore, aveva sempre le parole pronte in ogni circostanza.

L'ottava rima oggi

L’ottava rima è sopravvissuta alla dissoluzione della civiltà contadina e ancora oggi, in contesti molto marginali è praticata ed amata e viva nelle menti dei più anziani che hanno potuto vedere all’opera, nelle fiere e nei mercati, Elio Piccardi, Gino Ceccherini, Il Calamita ed altri poeti che sfruttavano la loro maestria per attrarre clienti alle loro bancarelle. Potremmo dividere i poeti in attività in due grandi gruppi: quello che ha vissuto l’ottava rima nella sua quotidianità, ed è composto dai poeti più vecchi, e quello di coloro che l’hanno conosciuta di riflesso grazie alla trasmissione di una conoscenza o alla frequentazione di poeti e passionisti. Da un punto di vista formale cambia poco tra i due gruppi di poeti, da un punto di vista sostanziale possiamo notare una differenza profonda nella pratica poetica: sono diversi gli argomenti, le parole usate, le disponibilità dimostrate nel manifestare il canto. C’è una sostanziale uniformità di stile, di melodia, e una diversa performazione del ruolo interpretato: i poeti anziani avevano un ruolo nella propria comunità e di quel ruolo curavano la performance anche quando non erano poeti ma cittadini come tutti gli altri; oggi questa territorialità del poeta è venuta meno, è venuto meno anche il ruolo che il poeta ricopre nella propria comunità dove, nella maggioranza dei casi, non è affatto riconosciuto come poeta ma come artista un po’ noioso e spesso poco comprensibile.
Ciò è forse dovuto alla dissoluzione di una civiltà basata sull’oralità che non è, come si potrebbe pensare, il regno dell’alfabetismo ma la differente struttura delle relazioni tra le persone basate sulla memoria e sull’esempio dei padri cantati dall’epica e tramandati attraverso la poesia e il canto.

Oggi siamo immersi in una civiltà della scrittura, è vero ciò che di noi si scrive e non ciò che di noi si dice: certificati, documenti, registri, contratti hanno modificato sostanzialmente la reputazione sociale di ognuno di noi. La nostra affidabilità economica non è data dalla reputazione che possiamo avere tra i pari ma dal possesso di una carta di credito che attesta la nostra solvibilità. Tutto l’aspetto magico e rituale che ancora trenta o quarant’anni fa conviveva con la scienza sta cambiando radicalmente e al momento non è in grado di competere con le scienze nemiche dell’ottava rima e dei riti che è chiamata a presiedere. Le relazioni sono ancora minate dalla mancanza di tempo: abbiamo smesso di dare alle cose il tempo loro occorrente per manifestarsi e pretendiamo che si manifestino nel tempo che concediamo loro: anziché fare la scarpa secondo il piede vogliamo adattare il piede ala scarpa che abbiamo. La relazione per essere autentica ha bisogno di frequentazione, la frequentazione ha bisogno di tempo e il tempo, oggi, ce lo neghiamo continuamente, e negandoci il tempo ci neghiamo la socialità, e buona parte dell’umanità, fondamentale per cantare insieme. Le squadre dei maggerini, dei befani, delle zinganette ripetono riti antichi ma che hanno perso la loro apotropaicità: nessuno ci crede più e questo trasforma la tradizione in folklore e cambia i rapporti tra gli attori in scena. In questo contesto operano i poeti in ottava rima contemporanei che si muovono per cantare da un luogo all’altro senza tuttavia avere un legame territoriale con la comunità nella quale prestano la loro opera.
L’ottava rima è dunque in piena crisi. Non morirà. O forse sì. Non possiamo saperlo e non possiamo evitare che il destino che ha davanti, qualunque esso sia, si compia nei tempi e nei modi che le sapremo, che le vorremo, che le dovremo dare.

L’esordio di Edilio Romanelli

Concludo questo scritto con le tre ottave con le quali Edilio Romanelli (1914 – 1996) racconta il suo esordio di poeta estemporaneo:

Ripenso a quando è che mi resi audace:
avevo dodici anni solamente
nella località detta La Pace.
È festa, radunata è molta gente:
l’istinto natural che in me non tace
mi convinse di entrare in un ambiente
dove sentivo che si disturnava
il canto improvvisato dell’ottava.

Ad un tratto una voce mi chiamava:
era mio nonno che m’invitò vicino
ai suoi colleghi, e poi mi presentava
ricordo di Coniaia il Donatino
il quale improvvisando m’invitava:
“Su provati a cantare… o ragazzino”.
Tanta insistenza fu, che alla proposta
decisi alfine dare una risposta.

Per me fu una serata ben disposta
la gente tanta che m’incoraggiava
allora verseggiando senza sosta
replicavo alle rime che mi dava.
A me sembrava che facesse apposta
il ritmo del dir sempre aumentava
mettendo a prova la mia resistenza
nel primo esordio della mia esperienza.

Note

[1] Dei versi fescennini ne parla anche Virgilio nelle Georgiche nelle quali descrive l’improvvisare a versi alterni come un passatempo gradito ai coloni che si coprivano la faccia con “… orrende maschere di corteccia incavata …”. Livio li descrive come componenti dell’azione drammatica in unione al canto. I versi fescennini entrarono anche nei canti nuziali: lo attesta Catullo nel’Epitalamio a Manlio.
[2] «Fescennina per hunc inventa licentia morem versibus alternis opprobria rustica fudit, libertasque recurrenteis accepta per annos lusit amabiliter…» Caio Orazio Flacco, Epistole, L. II ep. I
[3] Gidino da Sommacampagna, Trattato de li ritmi volgari, 1384 circa.
[4] G. Baretti, Gl’ Italiani, o sia, relazione degli usi e costumi d’Italia, trad. annotata di G. Pozzoli, Milano 1818
[5] cfr A. Bencistà, L’ambulante Scuola. Poesia popolare ed estemporanea in Toscana, Semper Ed., Firenze 2004.
[6] Dargli primiera cioè a dire “Dargliela vinta”.
[7] D. Priore a cura di, L’ottava Rima, Comune di Terranuova Bracciolini e Comune di Laterina, 2002.
[8] cfr D. Barbieri, Il linguaggio della poesia, Bompiani, Milano, 2011.

Bibliografia minima

Le informazioni qui riportate sono insufficienti per avere un quadro completo dell’improvvisazione poetica in ottava rima per questa ragione riportiamo una lista di volumi fondamentali per addentrarsi nella materia.

Barontini, C. (2002a). Cantare improvvisando. L’ottava rima popolare e l’uso del contrasto in Toscana Gli incontri di Ribolla a cavallo del nuovo millennio. La Ricerca Folklorica, 45, 133. https://doi.org/10.2307/1480161

Barontini, C. (2002b). Cantare improvvisando. L’ottava rima popolare e l’uso del contrasto in Toscana Gli incontri di Ribolla a cavallo del nuovo millennio. La Ricerca Folklorica, 45, 133. https://doi.org/10.2307/1480161

Barontini, C. (2002c). Cantare improvvisando. L’ottava rima popolare e l’uso del contrasto in Toscana Gli incontri di Ribolla a cavallo del nuovo millennio. La Ricerca Folklorica, 45, 133. https://doi.org/10.2307/1480161Befana e Zinganetta nel valdarno superiore.pdf. (s.d.).

Bencistà, A. (1990). I poeti del mercato. Raccolta di contrasti in ottava rima dei poeti estemporanei Gino Ceccherini e Elio Piccardi. Studium.

Bencistà, A. (2004). L’ ambulante scuola. Poesia popolare ed estemporanea in Toscana (Vol. 1–1). Semper.

Dante Priore. (s.d.). Lottava rima. Comune di Terranuova Bracciolini.

Ghirardini, C. (2020). La «chiamata giusta e naturale». L’improvvisazione poetica in ottava rima in Italia centrale. Rivista Italiana di Filosofia del Linguaggio, 14(1). https://doi.org/10.4396/202012

Kezich, G. (1986). I poeti contadini. Introduzione all’ottava rima popolare: Immaginario poetico e paesaggio sociale. Con il saggio Cantar l’ottava di M. Agamennone. Bulzoni.

Modi del contrasto in ottava rima.pdf. (s.d.). Ricci, A. (1987). Autobiografia della poesia. Ottava rima e improvvisazione popolare nell’alto Lazio. La Ricerca Folklorica, 15, 63. https://doi.org/10.2307/1479486

Romanelli, E. (1980). 400 poeti improvvisatori. Toscani Laziali Abruzzesi. APE.