Storia del Brigante Lazzarino

Ancora una storia dai librettini Salani. Nello specifico si tratta di un libriccino del 1890 nel quale si narra la storia di Giuseppe Afflitti brigante romagnolo attivo per 22 anni nelle campagne tra Romagna e Toscana e luogotenente di Stefano Pelloni più noto col soprannome di Passatore. Afflitti partecipò all'impresa delittuosa di Forlimpopoli (1851), guidata dal Passatore, che è rimasta lungamente nella memoria e nella tradizione narrativa dei cantastorie. La banda di briganti irruppe nel palcoscenico del teatro sequestrando alcune persone e chiedendo un riscatto per la loro liberazione. Alcune donne furono violentate e tra le vittime possiamo annoverare Marianna Gertrude Artusi sorella di Pellegrino la quale impazzì a causa del trauma subito.
Morto Il Passatore, Lazzarino si ritira per un periodo dall'attività formando successivamente una nuova banda e dedicandosi di nuovo al brigantaggio.
I versi che seguono, dei quali non conosciamo l'autore, narrano questi fatti mettendo però in luce un Lazzarino novello Robin Hood e facendolo apparire difensore dei poveri e dei derelitti. L'autore pare anche poco informato sulla fine del brigante infatti nell'ultima ottava si legge che Afflitti venne decapitato dal boia mentre sappiamo per certo che fu fucilato a Bologna l'8 maggio 1857 all'età di 37 anni.

Chi, fatti strani ha d'ascoltar desio
Quivi, per poco, l'attenzion mi presti;
E troverà cotesto canto mio
Come curiosità, diverse desti.
Cinque individui a trattar prendo or' io
Che a chi fer bene e a chi furo funesti;
Che, insiem, fra 'l tosco ed il roman confino,
La banda detta fu di Lazzarino.

Questo, che a ciò guidò fatal destino,
Il di cui nome era Giuseppe Afflitti,
Fu figlio spurio d'un amor pretino
Commesso in onta ai conjugal dritti!
Così cambiato il parto del bambino,
Crebb' esso senza indizio di delitti
Perchè mentre alle scuole si mandava
Belle speranze di talento dava.

In quel che il giovinetto egli studiava
Con altri poi che si nomineranno,
Quanti poteva a cospirar tentava
E dei Regnanti e del Papato a danno.
Fremeva nel veder la patria schiava
Che catturato ebbe a soffrir qualch'anno;
E a vita avrebbe ancor pagato il fio
Se nol salvava l'amnistia di Pio.

Ma poi che seguitò nel suo desio,
E che il Papato rivoltò medaglia,
Da volontario, il giovane di brio
(Che quando fuoco fa, colpo non sbaglia)
Nel quarantotto con i suoi partio
E della Lombardia fe' ogni battaglia:
Dove per il valor ben si distinse
Che solo, mezza un'avanguardia estinse.

E l'Austria quindi a Curtaton rivinse,
Stava per esser fatto prigioniero,
Ma ei, con altri quattro cui s' accinse
A battersi controllo sul destriero.
Ed a quanti tirò tanti n' estinse,
Con non quasi più inteso ardir guerriero.
E di essi ognuno, dopo tal vendetta,
Dei morti sul caval partiasi in fretta.

Nulla esso teme, come non sospetta
Bignami Valentin, detto Canino…
Uomo che in mezzo al fuoco anco si getta
E che ucciso avria un per un quattrino.
Pur di Giuseppe al dire si assoggetta
Con Casadio, l'Enrico Passoltino ;
Pallido sì ma esperto e di gran lena
Che timor non avrebbe d'una jena.

Anton Tampieri (Paccalite) mena
Lazzarin seco di ferir capace;
Come Innocenzo Fiorentini affrena,
Detto Passanti, bene in brighe audace.
Talché son cinque, d'ira nella piena,
Perchè la Patria a schiavitù soggiace…
In Toscana e in Romagna compromessi
E anco distinta è la famiglia di essi.

E rinvenendo che si sono messi
I poliziotti sulle tracce loro,
(Si di Pio che del Coda che ha interessi
À far venir Tedeschi a dar martoro)
Inviano a lor famiglie degli espressi
Più volle onde gli mandino dell'oro;
Però che per non esser catturati
Dei banditi alla vita si son dati.

Non vogliono delitti consumati
Ma fra loro fan questo giuramento:
A dei ricchi codin far dei mandati
Onde ottenere il lor mantenimento.
E so incontrano svizzeri o croati
Di massacrarli quando fosser cento.
Questo saluto Lazzarin segnato…
Dagli altri con il sangue vien firmato.

Lazzarin di talento era dotato
Perciò fu fatto capo della banda.
Qualcun' altro fu ad esso accompagnalo
Capace quanto la ragion comanda.
Lo ammise... ed anzi un giorno fu cercato
Dal Passator che avvien terror che spanda,
Che quando a Forlimpopoli il sipario
Trasse, fo' Lazzarin da segretario.

Perché stimo un tal passo necessario
Rammemorarvi adesso co' miei carmi;
Quando fu il Passator sullo scenario,
Con tutti i suoi che hanno spianato l' armi;
Fu Lazzarin che gli detto il sommario
Di ciascun che a tassar non si risparmi,
Che sovra il palcoscenico la quota
Egli dettò con aggiustata nota.

Come sapete ogni scrigno si vuota
Di quanto imposto Lazzarino avea;
Del Passator per conto, qual denota
Cinquantamila scudi che volea.
A ogni signor la data somma nota
Dicendo il Segretario che intendea,
(Già che questo era un prestito forzato)
Restituirlo a governo cambiato.

Si saria l'uno all'altro accompagnato;
Ma nello spartimento del denaro
Essendo qualche duro alterco nato,
Quasi anco al punto d'impiegar l' acciaro
Lazzarin disse, al Passatore, irato:
- Ascolta amico, ciò che ti dichiaro :
Dei liberali se non cri il perno
T'avrei mandato l'anima all'inferno ?...

Ma va'.. che non ti vegga più in eterno,
Sclamò: - «Va, t'accompagna pur co' tuoi!
Ed imbracciare il suo fucil lo scerno
Mentre da un altro lato andò coi suoi,
Questo seguì nel cuor del crudo inverno
E su di uno stradale, andando poi
S'abbatte in un che fea cotesta via
Povero, che dal freddo ne moria.

Ei brontolando, cosa n' si sentia,
Gli chieser la cagion del suo dolore:
Ei disse che sul nudo suol dormia
E cieco gli languiva il genitore!
Ch’ eran dalla di jeri avemmaria
Digiuni ... e che uscia allor da un Monsignore,
A una locanda quasi a lor presente
Che chiesta carità, non gli diè niente.

In questo tempo scarrozzar si sente
E il pover uomo: - « È quel prelato, disse
Ch'era in partenza! Risolutamente
S'impose al vetturin che non seguisse.
Quel ferma ... e Lazzarin cortesemente
Avvenne lo sportel che al legno aprisse
E a spianato fucil: -- « Giacchè vi vedo,
Gli disse, un po' di carità vi chiedo?

Che le mutande s'imbrattasse io credo
Per lo spavento il molto Reverendo.
Grida: « Gesù-Maria! --- No, vi congedo,
Soggiunse l'altro se avrò quel che intendo.
Apre una sacca quel che ha fra il corredo
E si pone a contare oro stupendo.
Quando è ha trenta marenghi, Lazzarino
Gli dice: - «Sono assai per quel meschino!

Guardate, e chiama il povero vicino :
Voi carità negaste, io glie la faccio.
Anzi trema dal freddo quel tapino…
E quel mantel che a voi serve d' impaccio,
Segui, allo schioppo alzando su il piastrino,
Diamolo in caritade al poveraccio!...»
Il mantel l'altro in dar dentro sè, storge
E ciascheduno rattontir si scorge.

E mentre Lazzarin l'abito porge
Al mendicante, a cui già dato ha l'oro;
«Va' e dalla fame il tuo padre risorge
Soggiunse compra un letto e stai in decoro.
Tanto del danno egli neppur s' accorge
Chè frutta più d'ogni podere il coro…
Non è ver Monsignore ?... Ora pur vada
Perché può franco seguitar la strada!»...

Ciascun de' suoi al su' operato bada
E Lazzarin lodò per questa scena;
Ma il Bignami non par si persuada
Chè libero a lasciar quel prete pena;
Sclama: - «I nemici nostri non mi aggrada
Salvar, lasciando lor valigia piena!»
E Lazzarin rispose : « Oro ne abbiamo,
Ne vuo' che di delitti ci macchiamo! …

Quando a un conflitto coi nemici siamo
Si combatta e si sfidi pur la morte ;
Fuoco quando nei sgherri c'incontriamo
Sintanto che la patria cambi sorte.
Uccisi i traditori e spie pur bramo
E a nostro conto di tassare il forte,
Pur che non mai finisca il nostro erario…
Ma sempre nel principio umanitario.»

Nessun mostrossi al suo parlar contrario
Perchè da tutti era costui temuto.
Eppoi perché non trovano avversario
All'occorrenza per cercare aiuto.
Chè san, da qualche ricco lor contrario,
Ch'egli è capace di levar tributo.
Come fra qualche tempo a un possidente
Inviava la lettera seguente:

«Signore (il nome dir non è prudente)
Favorisca mandar piastre trecento;
O tosto, dal lator della presente,
a O fra tre giorni, da questo momento,
Al sottoscritto, al Poggio del torrente
Se brama conservare averi, armento
E... credo che abbia inteso!... A lei m'inchino,
Giuseppe Aflitti detto Lazzarino!»

Compariro i denari al lor destino.
E nel corso d'ott'anni, il nostro Afflitti,
Or di Toscana, or sul Roman confino,
Ben parecchi mandò di questi scritti.
Ma se il tosco governo e il papalino
Pria l'assolvèr, non commettea delitti
Perchè in costor di colpa ombra non era,
Che bandirsi per l'itala bandiera.

Dovunque si fermava questa schiera,
Casa particolare, o trattoria,
Fosse di giorno od ha mangiar di sera,
Soddisfacea con tutta cortesia.
Peraltro ov'era un di, l'altro non era
Per non scontrarsi colla polizia;
Qual costoro a cercar ben si travaglia
Molto più ch'essi dietro avean la taglia.

Però la forza se l'incontra, sbaglia
Chè gendarmi del Papa dei più forti,
Quante volte han con lor fatto battaglia
E tante vi restàr feriti o morti.
Ma perchè facean bene alla gentaglia
Dai contadini stessi erano scorti ;
Chè in boschi, in selve, in monti, in piani e in vie
Eran, per ciò, sicuri dalle spie!

N' una casa colona entrati un die,
Di mangiare e pagar con ferma idea,
Trovar... fra gli altri in situazioni rie,
Una ragazza incinta che piangea.
E chiestole il perchè, senza bugie,
Disse che lei tradita il damo avea !
Lazzarin saper volle ovi ei abitava :
Lei la casa del damo gli additava.

A due de' suoi tosto ordine dava
Il Capo che un cercasse il tristo amante;
E l' altro per il prete lo inviava
Chè ambo, a sue nome, vengano all'istante,
E guai, dei due, per quello che mancava.
Il Prete e il Damo là volser le piante
E al giovin, Lazzarin, con franco accento
Entrato, fece questo complimento:

«Dimmi... di che saresti più conlento,
Di prender moglie o di perder la vita?»
«Di prender moglie! dice in tronco accento»…
«Allora sposa questa che hai tradita.
E voi Prete compite il Sacramento.»
Essi obbedienti, quella si marita.
E cento lire dato lor per dote
Lasciò la casa, sposi e sacerdote.

Si rimisero poscia in vie remote.
E del denar che avea, facendo i conti,
Parendogli un tantin le tasche vuote,
Riscrive ad un Fattore, che gl'impronti
Dugento piastre!... Egli leggendo, scuote
Ma a Lazzarin manda i denari pronti.
Ei, benché Capo, di quei capitali
Ne facea sempre cinque parti uguali.

Un dì, che per reconditi viali
Volea portarsi in casa solitaria,
Il contadin di essa, che avvien giù cali,
Incontra che bestemmia il mondo e l'aria
E chiesta la cagione de' suoi mali
Egli risponde: « È l'anima avversaria
Del mio padron che vuol lire trecento,
O del poder mi sfratta sul momento!»…

Soggiunse l'altro: «E ciò ti dà tormento?
E voi non ve ne fate meraviglia?»
Rispose quel: «Senza cotesto argento
Mi scaccia e mi rovina la famiglia!»
«Ecco, non darti tanto allo sgomento,
Trecento lire per pagarlo piglia ;
Portale, e falli far la ricevuta
E la somma non dir d' ond' è venuta!»

«E a renderli?» «Vai, ciò non si discuta.
Allegro il contadin null'altro indaga.
Ito al Fattor con mente risoluta
La ricevuta si fa fare, e paga
Riscontra Lazzarino e gli tributa
Ringraziamenti per la chiusa piaga.
E Lazzarino dal Fattor si porta,
Qual trema nel vederlo sulla porta:

«Di tremar sor Fattore non importa
Perchè non vengo per recar gran danno,
Disse, vo' poco. - E quanto? - A farla corta…
Sole trecento lire basteranno!»
«Eccole or l'ho riscosse» a voce smorta
Rispose, e l' altro: «Anco i denari vanno
A volte al posto loro, a quel che appare,
Come l' acqua che piove torna al mare.»

Non comprende il Fattor questo parlare
Ma Lazzarin sa ben ciò che dir vuole.
Lo lascia: «E, in avvenir, segue, compare
Faccia ai meschini meno mal che puole!» ...
Quindi va' i suoi compagni a ritrovare
E da Tridozio, al sotto andar del sole,
Giunti a qualche distanza eccoli entrati
In casa ove altre volte erano stati.

Ad un dà dei danari onde comprati
Sian viveri per loro e la famiglia ;
E in quel che va in paese, gli ordinati
Cibi a comprar ... verso il picchetto piglia.
La forza avvisa; ed ecco cinque armati,
Mentre a mensa fra lor si gozzoviglia,
Che bussan ... - «Chi va là?» si ode: «I gendarmi!»
Ecco coi cinque gli altri cinque all'armi.

La forza non avvien che si risparmi;
Ma gli altri essendo assai di lor più arditi,
Un grandinar dai lor tromboni parmi
Di palle, perchè al suol son due feriti ....
Morto è pur Passottin, perchè i miei carmi
Mal dicon quanto i tre sono accaniti,
Ma due restanvi morti, ed un si muove
Alla gran fuga per portar le nuove.

Da ivi allor sen va la banda altrove
E ciascuno tradito esser sospetta.
Lazzarin cerca in man d' averne prove
E avute, atroce ne giurò vendetta.
Ed una sera che tempesta e piove
Van tutti cinque in quella casa in fretta;
Manda il Capo a cercare un che non vi era
Perchè voleva la famiglia intera.

Giunta che fu, chiuser quanti usci vi era
E fer di tutta la famiglia scempio!!!
Poi Lazzarin, tolto con man leggera
Un lapis scrisse: QUI SI SPECCHI L'EMPIO
CHE VIVER SUL MESTIER DI GIUDA SPERA,
TANTO SERVA ALLE SPIE D'ETERNO ESEMPIO!
Lascia lo scritto ... e ognun poi parte in fretta
Sazio dell' ottenuta, aspra vendetta.

Giustizia sul lor tracce avvien si metta:
E a più riprese furon quei banditi
Tutti arrestati dalla forza addetta,
Restandovi de' suoi morti e feriti.
Passan processo, e la sentenza è letta
Sovra i molti e gravanti requisiti
Qui il corso d'ogni azion di lor si arresta
Che gli tronca il carnefice la testa!

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