Il Guerrin Meschino

Il Guerino è uno dei primi romanzi della Cavalleria, di quei romanzi che furono la base ed il soggetto d’una novella epopea, ignota affatto agli antichi Greci e Romani, nata, sviluppata e perfezionatasi in Italia, popolo dotato di vivacissima immaginazione, di squisita sensibilità, e che infiammò la ferace fantasia di un Pulci, di un Cieco da Ferrara, di un Bojardo, di un Ariosto, di un Tasso e, per tacere d’altri, dello stesso Dante, il quale molto attinse dal Guerino nella creazione del suo Mondo meraviglioso — la più sublime epopea delle generazioni. Il Guerino, lo dico senza tema di errare, è una di quelle poche opere letterarie che non hanno che la forza del loro merito intrinseco per farsi strada attraverso i secoli e crescere sempre più nella stima dell’universale. Il Guerino divenne quindi opera popolare assai, e direi che in Italia non fu libro così popolare fino all’apparizione dei Promessi Sposi di Manzoni. Questa popolarità fece sì, che venne successivamente a cadere in una totale noncuranza dei dotti.

(Giuseppe Berta)

Guerrino da Durazzo

Sulle tracce dell'epica popolare ci imbattiamo nella traduzione in versi del "Guerrin Meschino", licenziata da un incognito poeta popolare e stampata dalla Stamperia Salani di Firenze nel 1882. Le sessanta ottave che riportiamo sono verosimilmente cavate dalla pubblicazione del 1841 curata da Giuseppe Berta che rivide il testo e ne illustrò le parti salienti partendo dalla pubblicazione originale data in Venezia nel 1475, che si intitolava Guerrino da Durazzo, scritta una settantina di anni prima da Andrea da Barberino (1370 - 1472). L'edizione principale differisce da quelle successive al concilio di Trento (1563) che impose una censura riguardo alla Sibilla Appenninica, che non viene più mentovata come sibilla, e alla parte relativa alla visita al Purgatorio di San Patrizio dove il paladino incontra le anime che si stanno purgando per poter accedere al Paradiso. L'opera di Andrea da Barberino ha anche stimolato la scrittura di opere teatrali popolari come "Guerrino detto il Meschino" maggio drammatico di autore ignoto del quale ha curato una edizione per conto della provincia di Lucca Dino Magistrelli  nel 1985.

Il Guerrin Meschino

1. Canto la forza di un eroe cristiano,
Che strage fe' del popol Saracino,
Molto col ferro oprando e colla mano;
Ed era il nome suo Guerrin Meschino.
Nacque in Durazzo il cavalier sovrano;
Fu principe di Puglia e paladino :
Milon fu il padre suo, famoso e grande,
Le cui gesta tutt'or la fama spande.

2. Al tempio lo guidâr con sommo onore :
Coll' acque sacre fe’ lavar l'infante;
Ognun ringrazia il ciel di tal favore :
Di Puglia e d' Albania era regnante :
Guerrino il nome fu del genitore,
Dalla sua antica stirpe avuto innante ;
E dato fu in consegna alla nutrice :
Udite il fatto poi dell'infelice.

3. Il mostro fiero, il perfido Ottomano,
Per tal novella si batte la guancia,
E vuol perciò sul popolo cristiano
Volare armato di spada e di lancia ;
E sulla Puglia con armata mano
In un baleno forte armata slancia :
Passò in Durazzo, e il barbaro vi mena
Milone schiavo, e forte l'incatena.

4. Lungo saria narrar qual aspra pena
Il re già n'ebbe e la regina ancora,
I quali nel cangiar di questa scena
Lunghi pianti versâr dagli occhi fuora.
La balia addolorata si dimena ;
Del caso strano assai si cruccia e accuora;
Prende il figlio e va al mare tutta ardita,
E su d'un bastimento fa partita.

5. Lieti per l'alto mare navigaro
Le balia e l'innocente fanciullino,
Sempre in gran doglia ed in gran pianto amaro,
Preda della fortuna e del destino;
Altre galere allor s'approssimaro,
Gente sono che voglion far bottino,
Di un famoso corsaro i legni sono,
Che a sesso nè ad età danno perdono.

6. Poco giovò il domandar mercede,
Ne difende il bambin la sua innocenza,
Chè, contro d'ogni legge e d'ogni fede,
Giel strappâro del petto con violenza.
E la balia legar quindi si vede
Da questi iniqui con grande insolenza;
E in Salonicco andarono i corsari,
La venderno a mercanti empi ed avari.

7. Il bambin lo posâro sul terreno:
Vederlo ognun si meravigliava :
Su pura terra, senza un po' di fieno,
Facea pietà a chi lo rimirava :
Solo un mercante, di coraggio pieno,
Lo compra, e a casa sua se lo portava,
E alla moglie consegna il fanciullino,
Che il prese e disse: O povero meschino !

8. Appena il primo lustro egli compiva,
Che segni chiari di valor ei dava;
E a poco a poco l'indole scopriva,
D'un'alma forte, generosa e brava ;
La lingua turca e greca proferiva,
Ed ogni altra virtù presto imparava.
Però venne a saper l'imperatore
La virtù del Meschino e il suo valore.

9. Esso adunque mandò dal mercadante,
Che conducesse il figlio a lui presente,
Che inteso avea dalle novelle tante
Il suo valor e ovunque parlar sente.
Quando il Sovran mirò sì bell'infante,
Che sortito parea proprio d'Oriente,
E che le guance avea di purpuree tinte,
Patria e nome volea saper distinte.

10. Perch'io lo vidi d'aspetto sì grato,
Il Mercante soggiunse, io lo comprai
Da' Corsar che nel mar l' avean rubato;
Io te lo dono e teco lo terrai.
Piangea 'l Meschino alflitto e conturbato;
L'imperator dicea: Con me starai
Sempre alla corte con i figli miei,
Con Lisena, e scudier sarai di lei.

11. Lisena la donzella si nomava;
Quattordici anni appena ella compiva ;
Ed ognun a vederla sempre andava ;
Guerrino sempre a mensa la serviva.
L'imperatore un dì così parlava :
Vo' una giostra bandir tutta giuliva;
E perchè molta gente egli volea,
Mandó, un editto che così dicea:

12. Che per mare e per terra ognun venisse
Turchi, Mori, Cristiani e chi volesse,
Senza che il passo loro s'impedisse,
E che corte bandita si mettesse.
Al finir della giostra egli 'prefisse
Un cavallo coll' arma a chi vincesse :
Venne da Smirne il gran guerrier Finasse
Col feroce Artabano e Parvidasse.

13. Quando la prima giostra cominciava,
Il rumor delle trombe si sentiva;
Pel martellar dell' armi s'assordava;
E il popolo gridava ognora evviva.
Gran dolore il Meschino ne provava,
Ch' entrar nello steccato non ardiva ;
E voltosi a Lisena, le diceva
Che dalla voglia di giostrare ardeva.

14. Essa gli disse allor: Quei cavalieri
Son uomini in giostrar cotanto rari,
Che pentir ti farian de’ tuoi pensieri,
Perchè la mente tua troppo l'ignari.
Tu andrai nascosto fra questi guerrieri
Coll' armi addosso e con vestiti rari,
Là farai le battute e gli ampli tiri;
Ma non far ch' io ti veda ne' deliri.

15. Disse il Meschin : Signora, cosa dite ?
Lasciate fare a me, non dubitate:
Armi e cavallo, pregovi, allestite,
Ma pure che da niun sian osservate.
Essa gliel diede d' oro ben guarnite,
E di molti altri bei lavori ornate;
Dal giardino il meno inosservato :
Monta a cavallo, e va nello steccato.

16. Là giunse e si levò un gran rumore,
Perchè si vede all'improvviso entrare
Questo armato guerriero con furore,
Che più degli altri si volea avanzare.
Si fece avanti il turco d' AnaTore,
S'appuntò colla lancia per tirare,
E 'l Meschino spronò il suo destriere,
Lo colpi e morto in terra il fe' cadere

17. Da più di venticinque circondato,
Per conoscer il bravo e valoroso,
Diede mano alla spada che avea a lato,
Combattè solo un cavalier pomposo.
Lisena bella, avendo ciò ammirato,
Dicea : Di là non sortirà glorioso;
Per soccorrere il paggio suo gradito,
Disvela al padre un ideal partito.

18. Soggiunse: Maestà, non è dovere
Che a un pover cavalier si debba fare
Tanto oltraggio infinito e dispiacere.
Sia chi si voglia; dimmi: che ti pare?
Fe' suonar molte trombe, e le bandiere
Spiegò, chè ognun s'avesse da fermare:
Il Meschino se n'ebbe tosto a uscire
Segreto, e ognun di lì s' ebbe a partire.

19. Allo spuntar del dì si vede intorno
Un campo ordito che parea l'inferno :
Contro l'imperatore se n'andorno,
Per l' oltraggio lor fatto e per lo scherno.
Tutto spirava guerra in quel contorno
Che rassembrava l'abisso d'Averno:
Con foglio un messaggiero là inviarno;
Ma fu per loro la fatica indarno.

20. Lisena disse: Vanne, gran campione,
Mostra pur le tue forze ed il tuo ardire;
Già per te segue tanta confusione,
Che le pupille tue mi son delire.
E volando il Meschin nella tenzone,
Fa suonare strumenti, e fa bandire
Che voleva battaglia in tutte l'ore:
Di quei guerrieri gli parlò il maggiore.

21. Così gli disse: Sei tu cavaliero?
Perchè ho giurato d'atterrarne un paro.
Gli soggiunse il Meschin, chiaro e sincero:
Riparati la vita, se ti è caro;
Si addossaro ambedue con il destriero,
E le lance nel petto si drizzaro,
Sicchè si fracassò tutto il lavoro
All'armatura sua, fregiata d'oro.

22. Dipoi adirato gli si pose avante
Coll'ampia spada e lo scudo lucente,
Ed a terra gli fe' volger le piante,
Per dimostrar ch' è cavalier valente.
Il secondo col primo e il terzo infante
Nel cimiero lo urtan fieramente.
Fece morir Torindo e Pinamonte:
Füro i primi guerrier ch'avesse a fronte.

23. Si placò ciaschedun: ei si dispone
E si risolve di volere andare,
Perchè aveva fissato in opinione
Di gire lo suo padre a ritrovare.
Intanto, per saper sua condizione,
L'imperatore a sè fece chiamare
De'mori incantatori, per sapere
E darli il premio, come n'è il dovere.

24. Un satrapo gli disse: 0 gran Signore,
Ne'nostri libri non troviam sua sorte;
Egli anderà all'albero del sole,
Ove andò il Magno per saper sua morte.
Il Meschino ascoltò tutto il tenore;
L'imperator sentì dolore forte,
E disse : Vuoi partir, figliuolo amato?
Se parti, io resto molto addolorato.

25. Vanne pure; io ti aspetto con desio;
Prendi guide e cavalli; il tutto avrai ;
T'auguro buon viaggio, e sii con Dio,
Che ti guardi d'affanni e d'ogni guai.
Ei monta in sella quasi con oblio :
Voltava dove il sol spunta i suoi rai;
Aveva di guerrier tutti gli arnesi;
E passò per città, ville e paesi.

26. Pel regno della China egli passava,
L'Armenia già e l' Affrica più scura,
E verso il Caspio fiume ei s' avviava,
Quando un Gigante di grande statura,
Che dieci braccia di picca portava,
Diede un colpo al Meschin, e non lo fura,
Perchè fu lesto a trarsi fuor di mira :
Egli un colpo nel cor gli avventa e tira.

27. Colla sua lancia in man s' inoltra avanti
Il cavaliero, e va in una caverna,
Ch'era l'abitazion di quei giganti;
Di nulla teme, e lì vieppiù s' interna:
Ode un lamento, ed egli corre innanti,
Pregando forte la Bonta Superna;
E vede due cristiani incatenati,
Che da' Giganti venìan tormentati.

28. A una sola colonna erano attorti:
Un Franco, l'altro Ermanno si nomava;
Nè aveano chi a lor dasse conforti;
Per farne strazio il Gigante li serbava,
E accompagnarli con altri già morti,
Perchè di carne umana si cibava.
Il Meschino li sciolse con amore;
E la via prende per trovare il Sole.

29. Seguì il viaggio e le montagne Alpine,
Per andar dove il sol tocca le rame,
E della terra all' ultimo confine,
Che del Tartaro re era il reame.
Lasciò il cavallo e l'armi cristalline,
E sol si pose a ricercar sue brame;
E mentre con affanno le cercava,
Il luogo desiato non trovava.

30. Disse ad un vecchio, che li si trovava :
Venni qui per saper la stirpe mia.
Il vecchio allor Guerrino rimirava
E gli diceva che la sua genia
Potria saper quando il sol si levava.
Il Meschino aspetto con allegria
Che il sol spuntasse; e poi all'alber dicìa:
I genitori miei saper vorria.

31. Una voce allor disse : Sei Meschino,
Guerrin dal genitor fosti chiamato;
La tua stirpe è di sangue paladino,
E due volte sei stato battezzato.
Zeffira fu la balia, e per destino
La madre e il padre tuo sta incatenato:
Dette ch' ebbe dipoi queste parole,
In silenzio resto l' alber del Sole.

32. Restossi il cavalier confuso e mesto,
Pensando alle parole e a ciò che ha visto,
Prega e sospira per sapere il resto ;
Vorria del genitor fare il riacquisto.
Disse adirato alfin: Rispondi presto;
Dimmi : dove nacqu'io ? chi è quel tristo
Che i miei parenti un dì pose in catene ?
Certo averà da me tormenti e pene.

33. Vedendo a' preghi suoi sorda la pianta
Rizzossi in piede e mise mano al brando,
E certo in pochi colpi ne la schianta,
Se non che allora il vecchio venerando:
Sappi, disse, figliuol, che tutta quanta
La terra tremeria per questo danno.
Quando Febo s' abbocca con Leone
Fa strage e scempio di molte persone.

34. Tacito il cavalier suo ferro pose,
Del vecchio alle parole ch’ avea intese;
Tenea la mente alle voci famose,
Da quelle piante nel pregare intese ;
E prese per le vie più disastrose.
Voleva andare a tutti a far palese,
Per ritrovare il paese in qualche parte:
Giunse da un indovin, chiamato Aismarte.

35. Gli disse il Cavalier la sua penuria,
Ed ei rispose con parole pronte :
Parti e prendi il passaggio per Liguria ;
Vanne in Italia all'Appennin sul monte:
La sibilla che alberga entro le mura,
Appagherà le voglie tue sì pronte.
Giunse in Italia e a un oste dimandava
La fata Alcina in che luogo abitava.

36. E l'ostier gli rispose pronto e ardito
Che lontano sei miglia fosse andato,
Dove abitava un sant' uomo erudito,
E che del tutto sarebbe informato.
Con tal notizia subito partito,
Fu in breve spazio al monte approssimato,
Dove stanziava un umile eremita,
Che augurò al cavalier fortuna e vita.

37. Poi disse : Cavalier, dimmi chi sei,
Da qual padre ne vieni e dove vai.
E quei : Da Fata Alcina andar vorrei;
Insegnami la via, chè tu la sai.
Deh ! figlio, sappi che alli giorni miei
Chi andò da lei non ritornò giammai.
Rispose il cavalier : Ci vorria andare
I genitori miei sol per trovare.

38. Se tu sei risoluto a colà gire
E nella grotta di volere entrare,
Ascolta ciò che io ti voglio dire,
Perchè assorto non resti entro quel mare:
Abbi coraggio di poter soffrire
Ogni disastro, prima che peccare;
E a Dio ti raccomanda con pio core :
Partì il Meschino senza alcun timore.

39. Entrò nella caverna, e, acceso il lume,
Si pose con coraggio a camminare,
E, giunto dove ne sorgeva un fiume,
Lì si fermò, chè non potea passare.
In un sacco egli urtò di molle piume,
Il qual gli disse: Non mi calpestare :
Abbassò il lume per veder ciò ch'era,
E una serpe mirò schifosa e nera.

40. Nulla temendo, per le vie deserte
Trovossi in fine alle fatali porte,
E un satiro infernal vi discoperse;
Ma senza tema vi picchiò ben forte.
Una di quattro damigelle aperse,
Quai l' accolsero liete entro la corte:
Chi lo lusinga, chi lo loda e inchina,
Menandolo dinanzi alla regina.

41. Quale disse : Tre giorni è che v'aspetto.
Il Cavalier allora ebbe risposto:
Per saper venni avanti il tuo cospetto
Di padre e madre miei, che m' è nascosto.
Un anno devi star tu qui ristretto,
E ancor tre dì starai in questo chiostro;
Ma avverti non mirar col guardo fisso:
Quel che vedrai ti sembrerà un abisso.

42. Vieni, gli disse, e in una vaga stanza
Lo mena e poi gl'insegna a sua presenza
L'abitazione sua, che ogni altra avanza;
Di ricami infiniti è cosa immenza;
Perchè ingannar costui avea speranza.
Ma non fu quel guerrier di fede senza,
Poichè gran tentazione ogni dì avea;
Ma col segno di Dio si difendea.

43. Passando i giorni e il sabato venire,
Tutti nel volto si vedean cangiare,
E in forma di serpente comparire;
Con mesta voce si sentia gridare.
Scorpioni e mostri li vedea sortire:
Dicea: Quest è l'inferno al naturale!
A una donzella chiede con timore
La cagion de serpenti e del rumore.

44. Ma ella in serpe allor si trasformava ;
E il Meschino restava impaurito:
Ciò che disse il Romito ricordava,
E in aiuto il chiamò tutto contrito.
Così li mesi e l'anno terminava ;
Dubita che il sentier gli sia impedito
Dalla fata, che di rabbia si rodeva,
Chè alla sua vanità non attendeva.

45. Venuto il giorno che dovea partire,
Il Meschino ringrazia Iddio Signore,
Che l' avea fatto del periglio uscire,
Ove provato avea tanto timore.
Dammi la roba, cominciò a dire,
Chè già conosco il vostro folle errore.
Una donzella lo prese a menare :
Va', che non possa il padre tuo trovare !

46. Un mostro gli dicea, pien di dispetto:
Possa trovare il padre tuo sul fuoco !
Diceva il cavaliero: 0 maledetto,
Penar tu possa in sempiterno loco!
Il fiume ripassò con gran diletto:
Trovò della caverna presso a poco
D'onde uscirne; e vien tosto a ritrovare
Il Romito, che il cavallo gli dee dare.

47. Quindi, montato in sella, immantinente
Verso Roma n' andò con piè volante;
E arrivato colà felicemente,
Dal Papa egli portossi in sull'istante.
Quando fu presso, il cavalier possente
Prostrossi a terra, e baciogli le piante ;
Il Papa bacia il Meschino nella fronte,
E poi lo fa suo cavaliere e conte.

48. Ti benedico l'arme di buon core,
Diceva Eugenio con santo parlare:
Stammi a ascoltar, che ti dico il tenore
Di ciò che per mio ordin devi fare :
Vanne in Gallizia, e mostra il tuo valore
Contro dell'infedel, senza indugiare:
Se bene adempirai al mio volere,
Premiare ti saprò, com'è dovere.

49. Il Papa lo baciò e lo strinse al seno
E il Cavalier da lui prese commiato;
Partito, al suo cavallo allenta il freno;
E a una bella campagna è già arrivato.
Il Meschino ammirava il luogo ameno,
Ma molti ladri l'hanno circondato:
Il capo di color con voce forte
Gli dice: Scegli: o la borsa o la morte !

50. Egli, adirato, pon sua lancia in resta,
Indi gridando fra costor si caccia,
E qual urta, qual frange, qual tempesta :
Più di quaranta a morte egli ne spaccia.
Altrettanti ne spinge alla foresta
Dei qual non vuol seguir punto la traccia.
Liberato il cammin, spedito e lieve,
In Gallizia arrivò in tempo breve.

51. E visitato l' Apostolo santo,
A Roma ritornò tutto contento,
Riportando di gloria pregio e vanto;
Celebrandolo ognun per ' ardimenlo;
Ma il fellone sultano s' arma intanto
Per dare alli Cristian nuovo tormento
E il Papa prega il cavalier possente
D'andare incontro all' ottomana gente.

52. E gl'impose d'andare in sella armato,
Sin nella Puglia per cammin spedito,
Con ottomila fanti accompagnato,
Va contro il turco per pugnare ardito.
Passato il mare, e Dulcigno assediato,
Assale il turco, e il mette a mal partilo:
Entrò in Durazzo col divino aiuto,
Ove prigion suo padre era tenuto.

53. Il mise a fuoco senza discrezione,
Ogni cosa cadendo in suo potere.
Il popol lo chiamava suo padrone,
Padrone della vita e dell'avere.
Quando intese gridar gente prigione,
Disse il guerrier: Fatemeli vedere.
Due vecchi avanti gli ebbero menato,
Alla cui vista in terra fu cascato.

54. Ei si sentiva il core palpitare,
Non poteva parola proferire;
Vuole del tutto i fatti esaminare:
Dimmi la verità; non mi mentire.
Avesti mai figliuoli nel regnare,
Avanti o dopo, ch' io possa capire ?
Disse Milone: Entrai nelle catene ;
Un ne lasciai tra i tormenti e le pene.

55. Voglio saper come si nominava
Il figlio, e chi lo custodiva ancora.
Rispose il vecchio: Zeffira, che stava
Nella mia corte, e mi ricordo ancora
Guerrino il figlio mio ne allattava.
Il guerriero ne fu di senno fuora:
Siete i miei genitori che io cercava !
E ambidue allegramente li abbracciava.

56. E giurava il Meschin di vendicare
L'oltraggio fatto al padre e il dispiacere ;
Contro Personio egli si vuol sfogare,
Che il padre suo in caten fe' tenere.
I nemici, che andarono a assediare
E la bella Artenisca vônno avere,
Giurò il Meschino di farli morire;
Ed ando la donzella a riverire.

57. Le disse : Mia regina, non temete:
Non dovete di loro dubitare;
Questi son miei nemici, lo vedrete ;
Nè spavento e timor vi posson dare.
Presa il Meschin l'avviluppata rete,
La visiera ed il giaco ebbe a ammagliare,
Acciò non possa farglisi ferite;
E in guerra andette con le voglie ardite.

58. Personio è il Re dell'inimico campo,
Che ordì della regina il tradimento;
Il Cavalier colla spada in un lampo
A questi diede l'ultimo tormento.
Non fu già per i Mori verun scampo,
E vano lor costò questo ardimento;
Ne morì quattromila in un istante,
Compreso il loro Re, ucciso innante.

59. E la troncata allor superba testa
Alla bella Artenisca le offerisce,
Per cui nella città si fe' gran festa,
E ne brilla ogni core e ne gioisce;
E la savia Regina, tanto onesta,
Con il guerrier in matrimon s' unisce,
Con pura fede e con voglia assai casta:
E la testa ſu posta sopra un'asta.

60. E cosi ebber fine i loro affanni.
Guerrino il Re colla Donzella amata,
Per fuggir de' nemici i nuovi danni,
Pensò di rimaner colla brigata,
A vedere il suo padre carco d'anni,
E dentro al suo Durazzo far l'entrata.
Tanto eseguì quel cavalier sublime:
Or qui finisco le mie rozze rime.

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