Veronica Cybo Malaspina

Il Fantasma dell’ospedale

Veronica Cybo Malaspina (1611 – 1691) è famosa nel Valdarno superiore per essere il fantasma che infesta l’ospedale Serristori di Figline Valdarno. Su di lei si possono trovare molte informazioni a cominciare da wikipedia. È protagonista di romanzi letterari, opere teatrali e della memoria popolare. Proprio dai racconti sulla sua vita che si sentono in Valdarno abbiamo cavato la storia in ottave che vi proponiamo.


Oh Musa che dal monte mi riguardi
in questo canto della poesia
l’occhio benigno poni sui miei azzardi
e di Elicona non sbarrar la via
lascia che al fonte un poco mi attardi
per raccontare della gelosia
di Veronica Cybo Malaspina
e della sua rivale Caterina

Spesso dal nulla nasce la rovina
e specialmente quando l’ingiustizia
nel più torbido baratro trascina
chi suol troppo giocar colla malizia.
Veronica avvezzata da piccina
a star lontano assai dalla mestizia
ogni anelito suo soddisfaceva
e d’esser lusingata pretendeva.

Più d’un potente in sposa la voleva
perché figlia di un principe regnante
ma il padre Carlo a sé la tratteneva
poiché aveva una mira più importante
Con il tosco Granduca si intendeva
per farla sposa nell’urbe di Dante
e offrirla in dono ai duchi Salviati
coi Medici da sempre imparentati.

I patti così furno stipulati
e a Jacopo assegnata per consorte
pace e confini in ciò salvaguardati
del matrimonio si aprirno le porte.
Si conobbero un giorno i fidanzati
di fronte a tutta la messese corte:
il giovane guardò la sua nubenda
la trovò bassa e colla faccia orrenda.

Chi parte per pugnar primo si arrenda
e l’alterigia la getti in un canto
Veronica affrontò quella faccenda
con tanta rabbia e con copioso pianto.
Quel che è deciso in alto non si emenda
a Jacopo perciò sedette accanto
brindando e sorridendo con lo sposo
con viso finto e spirto velenoso.

Fu il giorno sposalizio favoloso
il principato fu addobbato a festa
ognuno aveva l’abito sfarzoso
i camerieri la più bianca cresta
il rito fu solenne ed ampolloso
ma l’aria degli sposi era assai mesta
sentiano il giogo di quel sacrificio
compiuto per dover del proprio ufficio.

Già pronto era in Firenze l’edificio
entro cui il male il terreo fil filava
nessuno lesse il teterrimo auspicio
che il matrimonio al popolo annunziava;
ognun pensava al proprio beneficio
ogni famiglia un po’ ci guadagnava
tranne i giovani appena coniugati
che non eran tra di loro innamorati.

Gli uomini si sa son variegati
nel costume nel cuore e nel pensiero
e dopo i primi mesi raffreddati
l’amor discreto entrò dentro al maniero
ma non rese i partiti equilibrati
di Veronica soltanto accese il cero
così la poverina sospirava
e Jacopo in mal modo la scacciava.

Una giovane fanciulla lo attirava
di nome si chiamava Caterina
che da sposa in Firenze dimorava
con un uomo vicino all’ottantina
qualche attenzione anche lei bramava
per questo al Salviati si avvicina
trovando in lui il vigor ch’era sparito
nel Canacci suo vecchissimo marito.

Accettò il duca più volte l’invito
a vegliar nella casa di costei
fungendo or da scudiero or da marito
ma dir per quanto tempo non saprei;
il Canacci dapprima un po’ avvilito
cessò poi di curarsi dei due rei
purché oltre l’uscio dell’infida alcova
della tresca non vi fosse alcuna prova.

Spesso al segreto il tacer non giova
aveva Caterina anche un figliastro
che tanta rabbia dentro al cuore prova
per la matrigna e per quel disastro
che troppo spesso in casa si rinnova
sotto la luce di un pessimo astro
e aveva in più quest’uomo la mania
di bere e straparlare all’osteria.

La bocca è la più vasta merceria
sempre fornita del miglior tessuto
così scoperta la bricconeria
ogni ritaglio fu lesto venduto
se ne vestiron plebe e borghesia
ed un cappello del miglior velluto
fu donato a Veronica a una festa
perché coprisse i corni sulla testa.

Alla duchessa altra via non resta
che affrontare la giovane rivale
farle piegare con vigor la testa
lustrando il dolo al proprio aquimanale
così un discorso perentorio appresta
che richiami l’impegno coniugale
e Caterina senza alcun timore
affronta innanzi a San Pier Maggiore:

«Cessa all’istante di placar l’ardore
alla fonte che a me sola è riservata
un suggello di spirito e d’amore
fu posto sull’unione consacrata
presso l’altare di Nostro Signore
fa tesoro perciò dell’avvisata
che a giocar colle lame spesso accade
che qualche testa assai levata cade.».

«Se tuo marito passeggia altre strade
vuol dir che cerca altri panorami
non si accontenta delle selve rade
poco nodosi vuol vedere i rami
sciocca è colei che si persuade
d’avere sempre un uomo che la brami
bel viso buon carattere e l’amante
giammai si son comprati dal mercante.».

All’udir quella frase tracotante
scarlatta si fe’ in viso la Duchessa
gonfiando il petto con voce tonante
si erse a morale giudichessa:
«Codesta tresca cessala all’istante!
Solenne te la faccio una promessa:
se un giorno tornerò a cercarti ancora
sarebbe di tua vita l’ultim’ora.».

Ciò sentenziato per la chioma mora
la prende e cerca di gettarla a terra
dal popolo lì accorso un uomo implora
che all’istante si cessi quella guerra
ma la duchessa ancor più si accalora
a Caterina un gran ceffone sferra
poi le sputa sugli occhi e sulla bocca
dicendo l’amor mio nessun lo tocca.».

Povera mente obnubilata e sciocca
ottusa dal rancore e dall’invidia
è questo il destino che ti tocca
quando il Demonio dentro il cuor s’annidia.
Dagli occhi dell’offesa il pianto fiocca
Veronica è un’icona di perfidia
e tra gli astanti i due più giudiziosi
van delle donne a ricercar gli sposi.

Furono mesi molto burrascosi
quelli seguenti in casa Salviati
i coniugi già un tempo litigiosi
parevano serpenti indemoniati
gesti di sprezzo e detti dispettosi
venivano tra i coniugi scambiati
e per girar nella piaga il coltello
della faccenda s’informò il Bargello.

Del Canacci risposero all’appello
poche persone di basso lignaggio
e quello sparutissimo drappello
scalfire non pote’ il ducal retaggio.
Adducendo per ragione un buon coltello
fu detto che sarebbe stato saggio
dimenticar senz’altro l’accaduto
se campar bene avessero voluto.

Nessuno si azzardò a opporre un rifiuto
così l’affare sembrava risolto
tra i disputanti venne convenuto
che ogni reo de’ fatti fosse assolto;
ma Jacopo era ancor più risoluto
tra le adultere braccia essere accolto
e quando la mal’erba lascia un seme
il germoglio per uscir subito preme.

Del proprio onor la decaduta teme
Veronica ferita nell’orgoglio
perciò di vendicarsi alquanto freme
senza ricorrere al paterno soglio
i danari bastanti mette assieme
per acquistar veleno di agrifoglio
corrompendo il chirurgo Nicomedio
che lo desse a Caterina per rimedio.

Nel cuore già gustava l’epicedio
per la giovane rivale moritura
e dei Canacci vedeva il famedio
con la giovane e desiata sepoltura
ma durò poco quel mortale assedio
il demonio di quel pian non ebbe cura:
Caterina venne presto avvelenata
però alla morte fu tosto strappata.

Alla notizia la Duchessa irata
convocò un fedelissimo scherano
che l’aveva in ogni azione assecondata:
nei fatti era la sua terza mano.
Caterina gli fu raccomandata
quale vergogna del genere umano
egli promise che entro l’anno in corso
chiuso sarebbe stato quel discorso.

Se fosse stata presa dal rimorso
che al sepolcro l’accompagnò poi
quel laccio infame non sarebbe scorso
lungo le gole di quei finti eroi.
Veronica promise un grosso esborso
a dei sicari forti come buoi
e al figliastro della sua rivale
perché aiutasse l’atto criminale.

Si armò la banda di spada e pugnale
e presto la raggiunsero un’intesa
trovato avrebber l’uscio delle scale
socchiuso in modo da spianar l’ascesa.
È il più feroce l’assassin che sale
ma trova una fantesca con sorpresa
che chiede al delinquente dove vada
mentre s’impone per sbarrar la strada.

Basta un fendente per tenerla a bada
bene assestato tra la testa e il collo
cade la donna e il suo gridar digrada
e si fa in faccia gialla come un pollo
alla sua sorte l’assassin non bada
perché di sangue non è ancor satollo
sale le scale ed irrompe in cucina
feroce salta addosso a Caterina.

La prende pei capelli e la trascina
fin sulla strada presso una carrozza
lì giunto tira fuor dalla guaina
la prorpia spada e con la mano rozza
spicca la testa della poverina
poi soddisfatto un terreo ghigno abbozza
e pone il capo mozzo in un corbello
già preparato oltre lo sportello.

Raggiunse quindi il nefando drappello
intento a fare il lavoro più sporco
della fantesca avean fatto macello
tagliata in pezzi come un grasso porco
di Caterina il corpo tanto bello
trascinato venia dal truce orco
lo diede infine all’opra dei commessi
briganti ed assassini più dei bessi.

Furono i resti delle due soppressi
senza pietà nel casalingo pozzo
tornando alla dimora i truci ossessi
godevano di un gesto tanto rozzo
pensavano soltanto agl’interessi
a far quattrini e avvinazzare il gozzo
si spartirono l’ignobile mercede
poi dissero tranquilli: «Ci si vede.».

A vendicarsi Veronica provvede
il proprio piano porta a compimento
ben soddisfatta allo scrittoio siede
scrive al consorte un componimento
nel quale gli rinnova la sua fede
e lo perdona ancor del tradimento
gli auguri gli fa poi per l’anno entrante
con la calda voce di un amante.

Jacopo all’alba e di umore raggiante
già si appresta a mutar la biancheria
perché vuol presentarsi il più elegante
a far gli auguri alla Signoria.
Dal cesto prende il cambio biancheggiante
ma presto la camicia getta via
perché vede nel cesto insanguinata
la testa dell’amante decollata.

Bestemmia ed urla con voce straziata
poi s’inginocchia e strilla più forte
corre infine con la spada sguainata
verso la stanza della sua consorte
la trova ancora a letto addormentata
quand’è sul punto di darle la morte
la sveglia e le urla: «Bestia tu non sai
con qual grave rimorso camperai.».

La fa vestire e non le parla mai
poi la conduce a villa San Cerbone
le dice: «Qui murata tu vivrai
pensando sempre alla feroce azione
in quanto a me più non mi rivedrai
il rimorso sarà la punizione
avrai i viveri e tutto l’occorrente
ma fuor dei servi non vedrai più gente.».

Veronica reclusa alfin si pente
le vien concesso di tornare a Massa
vi conduce una vita penitente
e per strada cammina a testa bassa
la sua colpa confessa di frequente
del dolore il rimorso mai le passa
di giorno in chiesa sta con la corona
e nella notte il sonno l’abbandona.

Ma l’alma sua nel mondo è ancor prigiona
con lunghe chiome e in candido zinale
in una villa di cui fu padrona
che oggi funge a tutti da ospedale
si aggira consolando ogni persona
che disperata ed in balia del male
si chiede se efficace sia la cura
o se prossima sia la sepoltura.

C’è chi l’ha vista andar con andatura
leggiadra tra le mura ospedaliere
chi ha vista quella timida creatura
lasciar sul muro delle impronte nere
chi in sala operatoria addirittura
veduta l’ha tra i ferri del mestiere
chi l’ha vista inseguir feroce e lesta
una diafana figura senza testa.

Più d’un cristiano questi fatti attesta
e ognuno è un onorato testimonio
che chi compie nel mondo certe gesta
e della vita altrui fa mercimonio
negletto è in cielo e di vagar gli resta
rifiutato perfino dal demonio
e il nome suo nel mondo solo suona
come quello di un’orribile persona.

Questo fatto tenga a mente ogni persona
che agli altri i suoi capricci mette avanti
chi alla protervia e all’ira si abbandona
è destinato a vivere di pianti.
Qui cesso il canto che, scritto alla buona,
senza pretese cerca chi lo canti
e a chi ne cerca il padre dite schietti
l’ha cantato a Figline Marco Betti.

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