Ivo Mafucci (1930 – 2018)

Il maestro aretino

Conobbi Ivo Mafucci in un soleggiato pomeriggio autunnale alla scuola di improvvisazione poetica di Terranuova Bracciolini. L’avevo già ascoltato cantare, negli anni, almeno cinque o sei volte accompagnato da Azelio Puleri e Libero Vietti.
Ivo aveva una voce asciutta, chiara e una gestualità contenuta, uno sguardo profondo e vivace e un’ironia sulla quale occorreva meditare un poco per comprenderne l’oggetto e lo scopo.
Ivo era un poeta. Un poeta dell’antica scuola cresciuto col canto e col tempo. Era nato nel 1930 a Chiaveretto nel comune di Subbiano (AR), da una famiglia di boscaioli, a quindici anni cominciò a praticare il canto improvvisato coi numerosi poeti che all’epoca popolavano la campagna toscana e ha continuato a improvvisare fino a pochi mesi prima della morte. Lo scorso 28 giugno in una semplice cerimonia gli fu conferito un premio alla carriera dall’Associazione culturale Sergio Lampis di Ribolla. Quella fu l’ultima apparizione pubblica del maestro aretino che si commosse lungamente più volte nel vedersi circondato da tanto affetto e tanta gratitudine.
Ivo è stato un poeta importante che ha saputo traghettare il verso improvvisato nel secondo millennio senza cedere al consumismo cabarettistico nel quale viene spesso trascinata l’ottava rima che ha perso, forse definitivamente, quella capacità di sublimare l’esperienza comune a regola morale che ancora Ivo le riconosceva. Con Mafucci muore l’ultimo poeta della città di Arezzo la quale, come già avevo scritto, è stata senz’altro una delle località nelle quali la poesia improvvisata ha goduto i suoi momenti migliori. Questo decesso è una grave perdita sia per la comunità dei poeti sia per il panorama culturale italiano. Mi piace ricordarlo con queste quattro ottave scritte con l’intento di fissare un ricordo, il mio ricordo, del grande poeta aretino.


In morte di Ivo Mafucci

La voce Chiara lo sguardo volpesco
il verso attento la fine battuta
l’accento pastorale è un po’ dantesco
la bella ottava aggraziata e arguta
l’esile corpo il viso pittoresco
la fronte bassa la chioma canuta
è questa la memoria dell’effige
che chi ama il verso ancora predilige.

Or che sei pronto a guadar lo Stige
sgravato dei dolori e degli affanni
porterai il canto tra quell’acque grigie
carche di morte e piene di malanni
c’è chi ti aspetta e il tuo bel canto esige
seduto ansioso sugli antichi scranni
che furon preparati per i cori
di tutti quanti gli improvvisatori.

Sempre corretto con tutti i cantori
fosti la scuola di tanti poeti
che i primi passi tra mille timori
mossero proprio grazie ai tuoi segreti
con garbo correggevi i brutti errori
come il più rigoroso degli asceti
e consigliavi di muovere il passo
leggendo bene l’Alighieri e il Tasso.

Già ti figuro pensieroso a spasso
cercando il verso nelli Campi Elisi
e il passo lento ed il capo basso
poggiando l’occhio sopra i fiordalisi:
non troverai né Dio né Satanasso
ma forse tanti conosciuti visi
e tornerai a cantare i tuoi pensieri
per sempre con il Vietti ed il Puleri.

28 novembre 2018

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