Dodici volte Borbona

 

Borbona, 17 settembre 2017

Il festival regionale di canto a braccio

Volete sentire Giuda Iscariota che discute con Gesù del tradimento? O preferite capire se sia meglio far le cose a luce accesa o a luce spenta? Sia che vi piacciano i temi più “filosofici” sia che vi piacciano i temi più “pratici” l’unica maniera per sentirli reinterpretati sempre in una nuova chiave di lettura è seguire i poeti estemporanei e chiedere loro di cantarli. Un’ottima occasione di ascolto c’è stata a Borbona dal 15 al 17 settembre giorni nei quali si è svolta la XII edizione del festival di canto a braccio.

Paolo Cioni, Marco Betti, Alessio Runci e Paolo Santini

Nato nel 2006 da un’idea di Domenico Corgentile, appassionato di poesia estemporanea e, in quell’anno, assessore alla cultura del comune di Borbona, il più importante festival italiano dedicato alla pratica dell’ottava rima ha chiuso i battenti per la dodicesima volta registrando una nutrita partecipazione di poeti e di pubblico. Ben quattordici sono stati i poeti che sono saliti sul palco nella serata di sabato e un’altra decina ha rafforzato il clima festivaliero improvvisando, spontaneamente o su esplicita richiesta, per l’intera giornata della domenica.

Il canto a braccio a Borbona

Berardino Perilli

Nell’intero Lazio si praticava, e si pratica tuttavia, l’improvvisazione poetica in ottava rima. Si registrano poeti attivi in provincia di Roma a Tolfa, Allumiere, Civitavecchia, Lariano, Artena, Subiaco e nella capitale; in provincia di Viterbo a Tuscania e in provincia di Rieti a Borbona, Posta, Cittareale, Leonessa e Amatrice. Il canto a braccio veniva praticato anche a Montereale e Campotosto in provincia dell’Aquila, dove si registrano ancora poeti in attività, a Norcia e nella Valnerina in provincia di Perugia, nella media valle del Tronto in provincia di Ascoli Piceno e nella zona di Visso in provincia di Macerata.
Borbona è stata terra fertilissima per quanto riguarda la poesia. Lo testimoniano la memoria dei Borbontini, che ricordano un gran numero di poeti a braccio, gli studiosi che hanno pubblicata molta letteratura in materia e le continue “novità” mnemonico-letterarie che ogni anno trovano i partecipanti al festival.

Felice Vanni difende la parte di Giuda Iscariota

Nell’interessantissimo volume di Domenicantonio Teofili “Il canto a braccio nell’alta Sabina” sono censiti ben ventotto poeti a braccio ancora “vivi” nella memoria borbontina e famosi nell’alta Sabina. Severino Lopez fu addirittura invitato a desinare da Trilussa che ebbe modo di apprezzarne i versi in un’osteria romana. Il lopez così rammenta quell’incontro:

Trilussa al tempo mio vidi e conobbi
in via del Gallo, nella Città Eterna:
Gustammo uniti un piatto: riso e gobbi
nel ristorante detto La Cisterna.
Elogio fe’ per il mio innato Hobbi,
sotto la flebil luce di lanterna
e spassionatamente e senza impaccio
volle investirmi con un lieto abbraccio.

Da queste poche note, che non pretendono di essere esaustive né pretendono di avere rigore scientifico, si comprende perché proprio in quel di Borbona sia nato questo bellissimo e interessantissimo festival al quale chi scrive ha partecipato in qualità di poeta.

L’esibizione dei poeti a Braccio

L’esibizione dei poeti estemporanei è stato, naturalmente, il momento più atteso dal numeroso pubblico, giunto perfino da Torino e Reggio di Calabria, che ha affollato il tendone che ospitava l’evento e che ha protetto tutti quanti dalla pioggia battente caparbia compagna dell’intera performance e che in certi momenti pareva voler dialogare con gl’improvvisatori che si stavano esibendo. Come al solito Giampiero Giamogante ha magistralmente diretto poeti e tecnici nell’esecuzione dei temi scelti con gran cura ed equamente divisi tra novità e tradizione.

Stefano Prati improvvisa sul tema “a luce spenta”

Quest’anno per la prima volta si è scelto di misurare le capacità dei bernescanti dando loro l’obbligo di terminare l’ottava con un endecasillabo tratto dalla commedia dantesca; questa pratica, denominata explicit da Maurizio Ragni, infaticabile organizzatore della kermesse, ha suscitato interesse e curiosità tra i poeti avvezzi a ricevere solo l’argomento e, talvolta, il verso iniziale come incipit della loro ottava.

I poeti impegnati nel canto erano quattordici di cui solo due provenivano dalla Toscana. Eccone l’elenco: Alessio Runci di Leonessa (RI), Dante Valentini di Posta (RI), Francesco Marconi di Cittareale (RI), Pierpaolo Camponeschi di Cittareale (RI), Donato De Acutis di Roma, Emilio Meliani di Pontedera (PI), Stefano Prati di Lariano (RM), Felice Vanni di Leonessa (RI), Pietro De Acutis di Roma, Marco Betti di Figline Valdarno (FI), Ezio Bruni di Artena (RM), Paolo Cioni di Borbona (RI), Berardino Perilli di Campotosto (AQ) e Alessio Checchi di Subiaco (RM).

Il pranzo della domenica.

Il canto a tavolino.
Emilio Meliani interpreta Gesù.

Come di consueto al pranzo della domenica hanno partecipato tutti i poeti e gran parte del popolo borbontino; così tra un piatto di gricia e una fetta di porchetta si sono sentiti risuonare nuovamente i versi improvvisati in piena libertà, senza tema e, sopratutto, senza lo stress che inevitabilmente il palco porta con sé.
Il canto a tavolino è la situazione migliore per poter ascoltare i poeti e valutarne le capacità costruttive e dialettiche. Tanti poeti che al tavolo danno filo da torcere ai loro colleghi sul palco perdono forza e rischiano di risultare mediocri. La poesia va ascoltata quando la spontaneità è protetta dalla libertà di espressione; quando i poeti seduti al tavolo si guardano negli occhi e si confrontano. In quei momenti l’arte diventa scuola e ogni poeta è allo stesso tempo allievo e maestro. Il canto a tavolino è un passaggio obbligato per chiunque desideri praticare quest’arte pubblicamente; è un momento di riflessione collettiva e forse anche un’occasione irrinunciabile per definire “alleanze” e “rivalità” tra i poeti e il loro pubblico.
Per comprendere meglio la magia del canto a tavolino bisogna tirare in ballo un paio di poeti che si sono distinti in questo.

Berardino Perilli difende Mangiafuoco

Il primo è il compianto Rinaldo Adriani di Mascioni (AQ) che  quando sedeva a tavolino soleva cantare un buon numero di ottave con uno stesso poeta non seguendo, com’è usanza diffusa, l’ordine dei turni di canto che spontaneamente si crea tra i vati. Così facendo Adriani si comportava esattamente come il sacco da allenamento del pugilatore: dava la possibilità al poeta di turno di allenarsi a “colpire” e di imparare ad assestare il tiro: e questo è forse l’unico metodo valido per insegnare e tramandare quest’arte.
Il secondo è Benito Mastacchini di Suvereto (LI) il quale, pur avendo cessato quasi del tutto l’attività, è stato un maestro per molti in Maremma. Egli al tavolino soleva tacere a lungo intervenendo con ottave pacate e precisissime soltanto quando vi fosse la necessità di correggere un poeta, di chiarire un concetto o di precisare un qualche aneddoto riferito al canto.
I veri appassionati di poesia improvvisata hanno ben chiara la distinzione tra esibizione sul palco e canto al tavolino e infatti cercano di privilegiare situazioni conviviali nelle quali il canto sorga spontaneo e la poesia si fa bella.

Alcuni video della giornata di domenica

 



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