Dagli un’ottava!

E giù di colpo si riscalda il clima

Stiamo attraversando un periodo un po’ complicato dal punto di vista sociale e gli eventi programmati per il prossimo fine settimana (21-22 marzo 2020) nel quale si sarebbe dovuta festeggiare la giornata mondiale della poesia sono stati annullati e nessuno sa quando avremo il modo e il tempo per ritrovarci ancora a improvvisare tutti insieme. Abbiamo attivato un gruppo WhatsApp che si chiama L’ottoCantante nel quale ci scambiamo delle ottave improvvisate ed è forse l’unica forma di socialità che i poeti oggi si possono permettere. Chiusi in casa telelavoriamo e teleoziamo a intermittenza e nell’oziare sono sortiti da un vecchio taccuino dei numeri sulle richieste di ottave pervenute alle mie orecchie fittamente appuntate sotto il titolo “tra il dare e il fare” dopo un momento di smarrimento mi sono rammentato il perché e il percome di quelle annotazioni alle quali non seppi all’ora trovare un’utilità.

Tra il dare e il fare

Storia di un’annotazione parascientifica

Tra il dare e il fare c’è di mezzo il canto improvvisato. O meglio, c’è di mezzo la modalità colla quale si chiede ai poeti di cantare. Può apparire una questione di lana caprina, e forse lo è, ma ogni passionista ha il suo modo di chiedere un’ottava e questi modi mi hanno sempre un po’ incuriosito fin dalla gioventù. Sentivo spesso dire: “Dagli un’ottava.” oppure “Dammi una poesia.”. Quest’idea del “dare” mi pareva sempre fuori luogo, a volte la trovavo perfino indisponente. Dare che cosa a chi? Mi domandavo. E soprattutto: perché? A me pareva naturale chiedere un’ottava semplicemente invitando il poeta a “fare” o a “cantare” un’ottava. Mai e poi mai avevo usato il verbo dare, tuttavia i poeti più anziani che frequentavo e gli attempati passionisti pareva non avessero altra forma di chiedere un’ottava se non quella del dare. Di contro i poeti della mia generazione, certi studiosi, e la gente meno avvezza alla frequentazione poetica usava il verbo “fare” e il verbo “cantare”. Decisi perciò di porre attenzione alla questione e dal 2006 al 2019 ho annotato ogni singola volta nella quale per chiedere un’ottava si usava il verbo dare o cantare o fare o altri verbi ai quali non avevo pensato. Così, per togliermi uno sfizio. Ebbene:
974 le richieste annotate
431 volte è stato usato il verbo dare
267 volte è stato usato il verbo fare
193 volte volte è stato usato il verbo improvvisare
079 volte è stato usato il verbo cantare
004 volte è stato usato il verbo sentire
Il verbo dare è stato usato esclusivamente dalle persone più anziane (sì lo so avrei dovuto chiedere loro l’età ma non l’ho fatto) che stimo sopra i sessant’anni e soprattutto i più appassionati che si trovano sempre nelle occasioni pubbliche di canto. Il verbo cantare (al quale non avevo pensato per la mia lista di verbi) è stato usato da tutte le fasce di età ma erano persone o giovani e appassionate o più attempate ma meno frequentanti delle adunanze poetiche. Il verbo improvvisare è stato quasi sempre usato dagli addetti ai lavori: poeti, ma non quelli più anziani che hanno sempre usato il verbo dare, giornalisti, ricercatori, laureandi e studiosi a vario titolo. Il verbo fare è stato usato un po’ da tutti senza troppe distinzioni di età mentre solo 4 volte ho sentito dire: “Facci sentire un’ottava”.

Il dare e il fare

Mi piacerebbe fermarmi un poco a riflettere sul dare e sul fare che sono verbi importanti, a volte un po’ invadenti, che usiamo tutti continuamente con una certa disinvoltura.

Il Fare

Fare dà l’idea del costruire ex novo un qualcosa destinato a essere subito consumato o a essere utilizzato in seguito o per giungere a un traguardo di qualsiasi natura. Ho fatto una corsa per non perdere il treno; ho fatto tombola; ho fatto un discorso; ho fatto una stupidaggine; ho fatto buon viso a cattivo gioco; ho fatto una torta ecc. Fare è dunque un agire ad esclusivo o a maggior uso di chi fa, giacché il “fatto” può esere goduto anche da altri ma sempre insieme a colui che ha fatto. C’è poi un fare per conto di qualcuno che non può o non sa, e questo pare un fare misericordioso, compassionevole, doveroso. Gli ho fatto il pranzo; gli ho fatto il letto; gli ho fatto una ramanzina. Anche questo “fatto” serve a esclusivo o maggioritario uso del suo destinatario; può essere un fare o esclusivamente emotivo o algido e tecnico che non mette in corrispondenza le parti se non per il tempo strettamente necessario al compiersi dell’azione.

Il Dare

Dare è un verbo più bello; prevede una certa corrispondenza tra le parti. Reca in sé il seme della donazione e del beneficio anche quando si “danno” delle punizioni o delle medicine amare. Ti daranno tre anni di galera (affinché ti possa ravvedere e ti migliori); Ti do un consiglio; le detti mille baci prima che salisse sulla corriera; gli ho dato il braccio per aiutarlo a scendere. Dare è una parola di “cura” dell’anima e del corpo; è un bene che transita, sotto qualunque spoglia, da una persona a un’altra e anche se in certi modi di dire si è cristallizzato con un’accezione negativa (dare i numeri, dare in escandescenze, dare di matto ecc.) prevede sempre un’attenzione di cura: chi sfoga la propria rabbia cura se stesso così come come chi insegue i suoi sogni bislacchi.
Insomma dare è un fare più nobile; un fare a beneficio esclusivo o maggioritario di altri.
Qualche sofista potrebbe sempre obbiettare che chi cura gli altri lo fa per curare se stesso: sono daccordo ma sempre di cura si tratta.

Dare, fare, uditori e poeti

Eccoci dunque al nocciolo della quetione, a ciò che mosse la mia curiosità, al modo col quale si chiedono le ottave e alla postura del richiedente nei confronti del poeta. Perché c’è modo e modo e su questi modi occorrerebbe forse pensare a un serio progetto di ricerca.

Il pubblico dei poeti è molto eterogeneo; gli ascoltatori per certi versi si assomigliano molto per altri differiscono assai nella postura e nella competenza. Alcuni cercano nella poesia improvvisata la sostanza del verso, altri la bellezza del canto e la precisione del metro e della rima; altri ancora si aspettano la battuta e la battaglia tra i poeti e si contrappongono a coloro che vogliono l’ottava seria, riflessiva, istruttiva. Verrebbe da pensare che ognuno abbia la propria idea di ottava; per alcuni il poeta è come un intermediario tra la terra e il cielo, come gli antichi aedi che erano visti come coloro che riportavano i fenomeni nell’ordine armonico del cosmo; per altri il poeta è uno bravo che riesce a improvvisare e legano il loro giudizio sull’ottava esclusivamente sull’esperienza piacevole o spiacevole che riescono fare. Bello oggettivo Vs Bello Soggettivo. Per alcuni il poeta è uno tra tanti che sa anche improvvisare e che acquisisce una certa funzione in determinate occasioni (il canto del maggio, l’accompagnamento dei bruscellanti, il contrasto in pubblico); per altri è solo la maschera del contadinaccio ignorante col cappello di paglia, la camicia a quadri e i pantaloni legati con la corda: un buffone o quasi; per altri ancora è oggetto di studio pronto alla chiamata e c’è poi una parte di persone che lo considera il portatore di una tradizione che richiama alla mente i “bei tempi passati”. Questi pubblici variegati hanno posture diverse nei confronti dei poeti e dell’ottava: c’è chi ascolta in religioso silenzio, chi ascolta distrattamente e dopo due ottave senza risata parlotta col vicino e chi da più lontano scimmiotta il canto oppure guarda il poeta come si guarderebbe un marziano che prende il sole sulla spiaggia. Credo che sia proprio questo modo di porsi nei confronti del poeta che determina il modo col quale si chiede un’ottava.

I più attenti, coloro che non distraggono l’attenzione dal canto, e gli anziani usano quasi tutti il verbo dare; coloro che sono meno attenti e si aspettano la risata usano quasi tutti il verbo fare, cantare o sentire. Gli studiosi, quasi tutti, usano tanto il verbo fare quanto il verbo improvvisare. È certamente una questione di lana caprina ma a ben guardare si potrebbe pensare che coloro che usano il verbo dare abbiano l’idea dell’ottava come dono gratuito da chiedere per sé o per altri in vista di una cura che questa parola, diluita nel tempo e modulata, possa dare al corpo e allo spirito (in fondo alla poesia è sempre stato riconosciuto un valore psicagogico ); mentre coloro che usano il verbo fare o improvvisare siano meno coinvolti emotivamente dalla pratica dell’ottava o vogliano starne discosti per ragioni di osservazione scientifica. Sugli altri c’è poco da dire, poco conoscono e poco sanno dell’ottava e forse poco riescono a capire oltre la grassa battuta che brutalmente li desta dal torpore indotto dalla nenia utilizzata per il canto.

Certo la competenza nell’ascolto, e anche nell’improvvisazione, sono molto calate nel tempo e oggi i poeti si possono permettere di essere un pochino più liberi nel metro e nel contenuto. Spesso l’introduzione nel mondo dei poeti avviene attraverso un insegnamento specifico mosso da una curiosità certamente maturata in qualche momento di ascolto collettivo. Questo forse contribuisce in parte alla decadenza qualitativa dell’ottava perché nessun poeta oggi si deve “guadagnare” l’arena e il ubblico si fa col tempo meno esigente (e meno capiente). Forse un tempo non era così.

Voglio chiuedere con 4 ottave un po’ datate: la prima è di Giuseppe Moroni detto il Niccheri (1810-1880), le altre tre sono di Edilio Romanelli (1914-1996).
Il Niccheri ci racconta “la vita del poeta” nell’Ottocento mentre Romanelli ci narra come ha guadagnato il suo posto di improvvisatore tra i poeti aretini degli anni trenta del Novecento.


La vita del poeta è compromessa
se quando canta non ha direzione
è come un frutto quando fa la messa
difendesi da tutte le stagione.
Appena che il poeta là si appressa
ad una udienza di tante persone
se non porta rispetto e canta bene
è sottoposto a preparar le rene.
(G. Moroni)


Ripenso a quando è che mi resi audace:
avevo dodici anni solamente
nella località detta La Pace.
È festa, radunata è molta gente:
l’istinto natural che in me non tace
mi convinse di entrare in un ambiente
dove sentivo che si disturnava
il canto improvvisato dell’ottava.

Ad un tratto una voce mi chiamava:
era mio nonno che m’invitò vicino
ai suoi colleghi, e poi mi presentava
ricordo di Coniaia il Donatino
il quale improvvisando m’invitava:
“Su provati a cantare… o ragazzino”.
Tanta insistenza fu, che alla proposta
decisi alfine dare una risposta.

Per me fu una serata ben disposta
la gente tanta che m’incoraggiava
allora verseggiando senza sosta
replicavo alle rime che mi dava.
A me sembrava che facesse apposta
il ritmo del dir sempre aumentava
mettendo a prova la mia resistenza
nel primo esordio della mia esperienza.
(E. Romanelli)

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